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A buo pillonzi

Stare “a buo pillonzi”.

Secondo la tradizione contadina, nella città di Vinci, luogo d’origine del celebre Leonardo, erano stati costruiti dei grandi lavatoi comunicanti tra loro, alti all’incirca un metro da terra e riempiti d’acqua a metà. Queste grandi tinozze venivano chiamate “pilloni”.
Le popolane che si recavano a fare il bucato erano obbligate ad appoggiarsi al bordo dei lavatoi e a chinarsi a novanta gradi verso l’interno per poter raggiungere più facilmente il livello dell’acqua. In questa posizione le donne ostentavano involontariamente i loro sederi che per di più dimenavano mentre strofinavano il sapone e risciacquavano i panni.
Lo spettacolo era garantito e l’umorismo e le battute maliziose degli uomini che assistevano alla scena erano scontate. Le battute più comuni erano: “stanno a culo ritto” o ancor peggio: “stanno a buco ritto”. Quest’ultima arguzia, associata al nome dei lavatoi (pilloni), è stata nel tempo storpiata in “a buco pillonzi”.
Oggi la frase viene usata per tutti coloro che per qualsiasi ragione e a qualunque titolo si trovano “metaforicamente” in quella critica e rischiosa posizione, ovvero chini a novanta gradi.

Adagi con Brio di Franco Ciarleglio

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Franco Ciarleglio

A BUCO PILLONZI.
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2 pensieri su “A BUCO PILLONZI.

  • 28 marzo 2017 alle 11:55
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    In antico abruzzese quella posizione veniva definita “a cule cuvacchie”, ma non sono mai riuscito a spiegarmi il significato, ne’ etimologico, ne’ semantico.

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    • 28 marzo 2017 alle 13:06
      Permalink

      Caro Enrico, se era fiorentinaccio o toscanaccio facevo intervenire Franco Ciarleglio che è un pozzo di conoscenza in tal senso, ma in abruzzese… 🙂

      Rispondi

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