Sono passati pochi giorni dalla ricorrenza annuale della liberazione di Firenze dai Tedeschi. Gli americani arrivarono di là d’Arno, con tutti i ponti fiorentini distrutti tranne uno, il Ponte Vecchio. Rimasero in attesa tre giorni prima di attraversare l’Arno, tre giorni che avevano lo scopo della certezza del cessato pericolo.

I fiorentini salutavano i “liberatori” dalle spallette gridando: “venite, sono andati via”. Niente, gli americani aspettavano, solo quando furono certi che anche i pochi cecchini appostati sui palazzi se ne erano andati attraversarono le acque.

Il rumore assordante di un carrarmato in fronte a San Niccolò richiamò i fiorentini che in piazza Piave lo videro attraversare sulla pescaia con un soldato sulla torretta che sventolava due bandierine, una americana e una italiana. Gli americani in breve tempo occuparono le strade fiorentine con campi e mezzi.

Durante la guerra i timori e le paure sono tante, eliminata la principale e cioè la morte per un cecchino, un bombardamento o anche una semplice malattia rimane la seconda, vera reale sofferenza, il cibo. Quegli anni sono stati anni di sofferenza in città; si stava leggermente meglio nelle campagne dove il cibo poteva essere più facilmente ottenuto, ma in città era difficile ottenere anche piccole quantità di verdure, figuriamoci di carne o pane o ancora pasta. Spesso i genitori si sacrificavano togliendosi il cibo di bocca per darlo ai bambini, ma anche i piccoli soffrivano delle privazioni.

In questo clima, dopo anni di guerra e delle conseguenti mancanze si svolse una scena che mi è stata raccontata qualche tempo fa da un signore non più giovincello.

Due cose soprattutto rendevano gli americani pari a degli alieni, la prima era l’incredibile ricchezza di mezzi e di cibo disponibile, una quantità tale che già in tempi normali sembrava eccessiva, figuriamoci in un tempo dove tutto scarseggiava, dai vestiti alle candele, dal cibo all’acqua al sapone. La seconda era la presenza nelle fila dei soldati statunitensi di uomini dalla pelle scura, all’epoca chiamati negri, oggi neri. Omoni che sembravano strani agli adulti figuriamoci ai bambini. Si teme sempre ciò che non si conosce e se all’epoca era scusabile oggi tutti sappiamo che il colore del nostro sangue è rosso per tutti.

Un ragazzo, il suo nome era Giampiero ma tutti lo chiamavano Cecino, era in strada insieme alla madre. Come tutti i bambini, ma lui in particolar modo, disubbidiva e si allontanava, forse stimolato dalla voglia di correre, una voglia repressa per tutte le ore passate chiuso in casa. Si era allontanato molto e dal marciapiede si accorse che una camionetta stava sopraggiungendo. Si fermo proprio davanti a lui e a bordo c’era uno di questi soldati di colore, un colosso che lo guardava fisso. Cecino si pietrificò ed ancora più paura ebbe quando il soldato sorrise, una fila di denti bianchi che contrastavano con la sua pelle scura. Immaginate un bimbo che in tutta la sua vita di 8 anni aveva sentito parlare dell’uomo nero solo quando gli raccontavano di questo mostro che lo avrebbe portato via se non stava buono. Sfido chiunque di voi, in una situazione simile, all’età di otto anni, a non rimanere pietrificato dalla paura.

Il molosso di colore frugò dentro la sua bisaccia e tirò fuori una fetta di pane americano, un pane bianco come la neve, allungò il braccio e lo porse al bimbo.

Evidentemente la fame è più forte della paura e dopo qualche secondo il bimbo strappo con violenza il pane dalla mano del soldato e come una scheggia si allontanò di una trentina di metri, si fermò e si guardò alle spalle per essere certo che il soldato non lo inseguisse, lo vide li, sulla camionetta che rideva con la testa reclinata all’indietro. Un’immagine che oggi ad 80 anni suonati il piccolo Cecino ricorda ancora.

Poi dette un morso a quel pane e invece del gusto del pane ci senti il gusto di un dolce, un pane fresco, bianco, grasso e mai gustato prima, un’esperienza 100 volte distante dal pane nero che gli veniva dato, una pane che oggi si chiama integrale, ma che all’epoca era l’unico disponibile. Oggi è normale per i bambini gustarsi un dolce, all’epoca era surreale gustarsi del pane che ricordava un dolce.

Jacopo Cioni
Cecino e la sua avventura, raccontata da Giampiero arzillo ragazzino di 80 anni.
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