La storia di Firenze ricorda la vita disgraziata, e la fine miseranda, di Costantino Davanzati, nato di famiglia ricchissima e potente e ciononostante riuscito un fior di delinquente e di farabutto.
La famiglia Davanzati è certamente più nota oggi per il magnifico Palazzo rinascimentale di via della Porta Rossa, in cui ha sede il “Museo della casa fiorentina antica”, ma, al pari di molte altre nobili consorterie fiorentine, ha dovuto fare i conti nel tempo con le proprie “pecore nere”.

Nel 1525, quando era impiegato come cassiere presso il banco del ricchissimo mercante Carlo Ginori, figlio di Leonardo, sottrasse 500 fiorini, approfittando della sua posizione.
Per evitare che i sospetti cadessero su di lui, che veniva ad essere l’indiziato naturale, tentò di confondere le acque bruciando i libri contabili, in modo da dare adito al sospetto che il responsabile potesse essere uno dei debitori “inchiodati” su quei documenti. Trattandosi in effetti di un ammanco non registrato, il Davanzati non aveva in teoria alcun interesse a bruciare i libri contabili: si trattava di un’operazione di depistaggio in piena regola.

Per rendere più credibile la finzione, si recò anche presso il magistrato degli Otto di guardia e balia per la denuncia e invitò i suoi debitori e creditori a presentarsi per chiarire la loro posizione, in modo da poter almeno in parte ricostruire i libri contabili grazie all’incrocio delle informazioni ottenute tramite riscontro diretto.

Il vero motivo per cui la vicenda è passata alla storia non è però tanto il furto di per sé, simile a molti altri dell’epoca, bensì le proporzioni del disastroso incendio che ebbe luogo per coprire il misfatto: a seguito della distruzione dei libri contabili, infatti, il fuoco appiccato dal Davanzati si propagò rapidamente agli arredi del banco e addirittura ai locali adiacenti, causando agli stessi Ginori un danno supplementare di oltre mille fiorini: è il caso di dire, “peggio la toppa del buco”.

Paradossalmente, sembra che il Davanzati venisse arrestato, e successivamente incolpato per la vicenda del furto e dell’incendio a danno del banco Ginori, per un reato diverso che aveva a che fare con quella vicenda soltanto indirettamente: non potendo mettere in circolazione i fiorini rubati, in quanto la sua improvvisa floridità avrebbe destato sospetti, si mise a “tosare” le monete, ovvero a limarle per sottrarre metallo prezioso senza dare nell’occhio. Scoperto ed arrestato, fu interrogato sotto tortura, e fu in quell’occasione che “vuotò il sacco”, confessando la sua colpevolezza nel furto dei fiorini e nel conseguente incendio doloso.

Fu condannato a morte per impiccagione, eseguita il 13 novembre 1526: a parte la gravità dei reati (la tosatura dei fiorini era di per sè sanzionabile con la morte), ciò che lo portò sul patibolo fu la grande risonanza che il terribile incendio suscitò all’epoca nella popolazione di Firenze, e la grande potenza del danneggiato.
Carlo Ginori, infatti, oltre che ricchissimo mercante era uno degli uomini politici più in vista e più potenti nelle istituzioni repubblicane.
E di certo aveva intenzione di usare tutta la sua autorità per prendere il gaglioffo che gli era costato così caro.

Gabriella Bazzani
Costantino Davanzati e la “tosatura” dei fiorini.
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