Personaggio singolare e molto amato, specie nel quartiere di San Frediano, dove viveva in Via del Drago d’Oro, fu il sacerdote don Danilo Cubattoli, detto “Don Cuba”. Alto, segaligno, occhialuto, pronto alla battuta, era il prete simbolo della chiesa fiorentina degli anni ‘50, sempre dalla parte dei poveri e degli ultimi.

Uscito dal seminario negli anni precedenti l’ultima guerra, viveva la vita del popolo di San Frediano assistendo i ragazzi poveri del quartiere. Don Cuba, con la sua tonaca nera, non disdegnava di frequentare i bar per conversare con i suoi parrocchiani sui fatti e problemi sociali, quando era rovente il contrasto politico tra democristiani e comunisti.

Tutti gli erano amici, perché lo trovavano sincero e sempre disponibile per un aiuto.

Conobbe Bartali, il noto campione ciclista, e con lui si adoperò per aiutare e salvare molti ragazzi ebrei perseguitati dai nazi-fascisti.

La sua vita di prete fu singolare e movimentata, colma di vicende al limite dell’assurdo, come quella di celebrare una messa sul Kilimangiaro – meta di uno dei suoi viaggi – perché “luogo più vicino a Dio”.

     Il cardinale Elia Dalla Costa lo ritenne la persona giusto per assistere i carcerati; pertanto fu inviato, prima come assistente alle carceri di Santa Teresa, poi cappellano alle Murate, dove per anni svolse amorevolmente la sua missione diventando amico e padre spirituale dei carcerati.

Don Cuba – come veniva comunemente chiamato – era un grande appassionato di ciclismo e con la sua bicicletta da corsa partecipò nel 1952 ad una gara, la Firenze – San Casciano e ritorno, corsa da lui vinta con largo margine e clamore di stampa, tanto da riempire le pagine dei giornali e la testata della Domenica del Corriere, disegnata da Walter Molino.

Fu allora che acquisì il fantomatico appellativo di “prete volante”.

Gabriella Bazzani
Don Cuba, il prete volante.
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