Chi mi conosce lo sa (lo diceva Alberto Tomba se non ricordo male 🙂 ), io non son mai stato un sostenitore poggiano, anzi, se escludiamo un favoloso piazzale per me Poggi è stato un distruttore seriale innescato da tre anni di inutile capitale fiorentina. La trasformazione a cui ha assistito Firenze, guardandosi allo specchio, era tale da cambiarle il volto in maniera massiva, una chirurgia plastica che ha alterato i connotati di un nucleo che si spingeva in uno spirito ben diverso da quello atavico.

Esiste un pittore, Fabio Borbottoni, nato a Firenze nel 1820, che ci permette in alcune sue opere di vedere Firenze prima delle modifiche e immaginarla come poteva essere oggi senza che quelle modifiche avvenissero. Fabio Borbottoni era un funzionario delle ferrovie ma con la passione, espressa fin da giovane, per la pittura .

Queste opere mi hanno sempre affascinato, proiettato in un mondo che scatena la mia fantasia nell’immaginarmi cosa poteva essere oggi Firenze se era ancora circondata dalle sue mura con le sue porte, con un ghetto riqualificato, con la miriade di case torri ancora svettanti sui tetti fiorentini.

Forse eravamo ancora più paesani di quanto lo siamo oggi, ma eravamo veri, estratti di noi stessi e non miscuglio di caratteri. Oggi trovare uno spirito fiorentino è diventato raro. Credo che Borbottoni in questo sia stato geniale, ha permesso a tutti noi di vedere ciò che non c’è più sia in termini di mura che di anima fiorentina.

Le sue opere, 120 in totale, sono state tutte acquistate nel 1996 dalla Cassa di Risparmio di Firenze, tutti oli su tela dello stesso formato, circa 56×43 cm. Questa bellissima collezione è raccolta presso il Palazzo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze .

Quelli che vi presento sono due articoli distinti, un primo che mostra la città e l’Arno con i suoi ponti e un secondo che parlerà delle porte e delle mura.

Inutile dilungarsi, meglio impaginare qualche suo dipinto e godere della Firenze che fu.

 

In questi due dipinti abbiamo due vedute del Ponte a Rubaconte, una che lo ritrae mostrando le sette arcate e l’altra che mostra le ultime tre arcate, una fu sacrificata per realizzare il Lungarno Seristori e Torrigiani, nell’articolo che ho linkato è spiegato meglio. Inoltre nel quadro di destra osserviamo, più in evidenza, il Monte alle Croci con San Miniato. Il ponte a Rubaconte è stato il ponte più vecchio di Firenze fino al 1944 quando fu fatto saltare dai tedeschi in ritirata. Infatti il primo ponte Vecchio non resistette all’alluvione fiorentina del 1333 mentre il ponte a Rubaconte, più solido, gli resistette. Il ponte Vecchio fu quindi ricostruito e diventò secondo per longevità. Primo il Rubaconte rispetto anche al ponte alla Carraia che andò giù sia nel 1269 che nel 1333.

 

Nel quadro di sinistra si evidenzia il Ponte Vecchio e il Lungarno Generale Diaz che dopo Piazza dei Giudici diventa Lungarno Anna Maria Luisa de’ Medici. Da notare sia l’assenza di quello spazio che oggi è conosciuto come “I Canottieri”  sia la conformazione dei primi palazzi sul Lungarno Generale Diaz rispetto ad oggi. Anche la presenza di un fondale basso dell’Arno è emblematica e i renaioli contribuivano alla rimozione della sabbia.

Nel dipinto di destra ci sono tre ponti, in lontananza il Ponte Vecchio, poi il Ponte Santa Trinita e in primo piano il Ponte alla Carraia dove immediatamente si nota la presenza di una struttura edificata sulla sponda a valle che non fu riedificata nel 1952 nella ricostruzione del ponte dopo il bombardamento tedesco. Da notare anche che il ponte appare “piatto” e non come è adesso, molto arcuato, secondo il progetto di Ammanati, caratteristica che gli ha valso da parte dei fiorentini il nome di “Il ponte gobbo“.

 

Nel quadro di sinistra si evidenzia la pescaia di San Niccolò e la relativa torre. L’aspetto dell’argine dell’Arno è molto diverso da quello attuale che a fronte delle case sulla sponda presenta il Lungarno Benvenuto Cellini. Addirittura in questa area è stata presente per molti anni la cosi detta “Fabbrica dell’acqua“. Un particolare interessante è la struttura che si aggetta in Arno, formata da due archi, che il Borbottoni mette in evidenza in un altro suo dipinto che vediamo sulla destra. Si tratta di un mulino detto appunto mulina a san Niccolò.

In questo quadro si vede il Lungarno Diaz e piazza dei Giudici con il Tiratoio alle Grazie. Il Tiratoio era un antico edificio dell’Arte della Lana e fra le fasi di lavorazione necessitava di stendere i panni e tirarli in un’area fresca e arieggiata, ma protetta dal sole, per questa ragione disponeva di terrazze coperte atte all’uso. Sulla sinistra vediamo il Palazzo Castellani che nel 1930 fu organizzato dall’università come istituto di Storia della Scienza con annesso Museo, oggi semplicemente conosciuto come museo Galileo

 

Nel quadro di sinistra è rappresentato il torrino di Santa Rosa, con le fortificazioni che andavano a chiudere ad est la parte di città di la d’Arno. Si nota la pescaia di Santa Rosa sul filo dell’acqua ed adesso in sua corrispondenza c’è piazza del Cestello. Più avanti verso il torrino è oggi presente il ponte Amerigo Vespucci. Il quadro di destra mostra invece le fortificazioni che includono la Fortezza da Basso. Dove si vede i campi adesso scorrono i viali di Circonvallazione, cioè l’attuale viale Strozzi. Si intravede una porta di ingresso alla fortezza che prende il nome di porta alla Carra, mentre invece non si vedono o mancano le porte vicine al mastio che sono alla destra porta Faenza e alla sinistra del mastio porta Santa Maria Novella un tempo era chiamata porta San Giovanni Battista (credo).

 

Il quadro sulla sinistra rappresenta il ghetto di Firenze e in particolare il pozzo presente in piazza della Fonte. Piazza della Fonte era la piazza centrale del ghetto e con il pozzo rappresentato il luogo dove chi viveva, li si approvvigionava d’acqua. L’immagine sulla destra è conosciutissima e rappresenta il carcere delle Stinche. Il carcere occupava tutta l’area occupata oggi dal Teatro Verdi, se osservate bene sulla sinistra dell’edificio c’è un muro basso. quelli erano i lavatoi nella via odierna che infatti si chiama via dei Lavatoi.

 

Due chiese, due facciate, una ancora da allestire, quella di Santa Croce e l’altra finita di Santa Maria Novella. Interessante osservare come Santa Croce non dispone ancora di un campanile ma è presente solo la base della posizione scelta dopo il crollo del campanile originario. La base si vede alla sinistra della facciata ed è rimasta incompiuta per 350 anni e poi è stata eliminata. Nel frattempo aveva assunto il nome, fra fiorentinacci, di masso di Santa Croce. Nel quadro di destra non si vede solo la chiesa, ma buona parte della piazza e sulla sinistra la Loggia di San Paolo. La piazza appare diversa dall’attuale, i giardini non ci sono, ma ci sono gli obelischi piramidali in mischio di Serravezza dove i cocchi romani giravano durante la corsa.

Nel dipinto si raffigura piazza Strozzi, quella che una volta si chiamava piazza delle Cipolle. Alla destra del quadro è appena visibile il canto del palazzo dello Strozzino e subito dopo la  chiesa di Santa Maria degli Ughi, demolita durante il risanamento del Mercato Vecchio. Si tratta di una chiesa presente da prima del 1153 famosa soprattutto per due motivi, il primo riguardante la sua campana che suonava alle 3 di notte segnalando la fine di qualsiasi lavoro. La stessa campana suonò anche la notte dell’11 dicembre 1529, durante l’assedio di Firenze, dando il segnale della sortita delle milizie fiorentine. Il secondo motivo è che fu usata come Cattedrale durante la costruzione di Santa Maria del Fiore. Sulla sinistra il muro di palazzo Strozzi e via dei Pescioni attraverso cui si riconosce il campanile di san Michele.

  

I due quadri raffigurati sono i due estremi di via dei Calzaiuoli, piazza Duomo con la loggia del Bigallo sulla destra e una serie di case torri sulla sinistra che oggi non esistono più. Nel quadro di destra uno scorcio di piazza della Signoria dove è evidente l’ultimo arco della loggia dei Lanzi. Molto bello il caseggiato sulla destra con tetto spiovente conosciuto come tettoia dei Pisani in quanto costruita dai prigionieri pisani della battaglia di Cascina svoltasi nel 1364. Durante la costruzione fu inglobata la già esistente chiesa di Santa Cecilia. Il palazzo ospitò la sede dell’Arte del Cambio. Oggi quello spazio è occupato dal palazzo delle Assicurazioni.

 

Il quadro sulla sinistra rappresenta il fianco destro del Duomo e come potete notare lo spazio era occupato da un caseggiato. “Dovrebbero trattarsi delle case degli Adimari che partivano dall’angolo con via Calzaioli (loro la celebre Torre dei Guardamorti che si trovava al posto dell’attuale Loggia del Bigallo), mentre la loro loggia (loggia degli Adimari) si trovava nell’attuale angolo con via delle Oche. La palazzina che sporgeva verso il Duomo doveva avere una casa-torre bassa della famiglia, mentre la più alta si trovava nel posto dell’attuale Confraternita della Misericordia.” spiegazione di Franco Ciarleglio. Nel quadro di destra abbiamo invece piazza dell’Unità d’Italia. Attualmente sulla sinistra abbiamo l’Hotel Baglioni. Da notare che tutto lo spazio della piazza antistante la stazione di Santa Maria Novella era occupato da abitazioni.

Fabio Borbottoni, un passo indietro nel tempo: Le porte.

Jacopo Cioni
Jacopo Cioni
Fabio Borbottoni, un passo indietro nel tempo: La città.
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