Fabio Borbottoni, un passo indietro nel tempo: La città.

Proseguiamo il percorso indietro nel tempo con le porte e le mura attraverso i quadri di Fabio Borbottoni.

 

Nel quadro di sinistra si vede la Porta del Bigallo, ingresso a piazza del Duomo, dal lato di via dei Pecori, porta che ovviamente oggi non esiste più. Nel quadro di destra si osserva la stessa porta ma dal lato di piazza Duomo direzione via dei Pecori. Forse questa, fra le modifiche ottocentesche, è quella che mi disturba di meno in quanto permette una visione del Duomo, del cupolone e del campanile di Giotto che altrimenti sarebbe stata soffocata.

 

La porta che vediamo in questo dipinto è porta alla Croce o porta Santa Croce. Il nome originario della porta era in realtà porta Santa Candida, che fu mutato in porta di Santa Croce al Gorgo per la leggenda di San Miniato. In pratica l’Arno, nell’attuale piazza Piave, formava un gorgo ed è in prossimità di questo gorgo che Miniato fu decapitato. La leggenda vuole che il martire, poi santo, raccogliesse la sua testa e a piedi arrivasse sino al monte alle Croci dove poi è stato eretto Basilica San Minato. Questa porta che sorge nell’attuale piazza Beccaria è ricordata anche come l’ultimo luogo dove venivano eseguite le condanne a morte prima del Decreto Leopoldino. L’area fuori porta era conosciuta infatti come pratelli della giustizia. Il luogo precedente delle esecuzioni erano i prati della Giustizia nell’area dell’attuale piazza Piave.

 

Il quadro sulla sinistra rappresenta porta della Giustizia. In origine la porta si chiamava porta del Re in omaggio Re Roberto di Napoli che in quel periodo aveva avuto dai fiorentini la concessione della Signoria, poi assunse sia il nome di porta San Francesco, in quanto li nei pressi era presente un convento dedicato a San Francesco (forse proprio la struttura che vediamo con annesso orticello), sia porta della Giustizia in quanto era la porta di uscita dei condannati a morte che arrivavano da via dei Malcontenti verso i prati della Giustizia. Proprio fuori questa porta era presente la chiesetta al Tempio dove i Battuti Neri sostavano con il condannato per l’ultima preghiera e dove poi veniva sepolto il corpo dopo l’esecuzione della sentenza. Il quadro sulla destra rappresenta invece porta al Prato da via Borgo Ognisanti, li dove ci sono i due edifici a destra e a sinistra della porta adesso passa la tranvia. Da questa porta entrava la Corsa alla Lunga o Corsa dei Barberi che partendo dal ponte alle Mosse e passando da via del corso terminava o alla Volta di San Pierino o alla porta alla Croce, quadro già descritto sopra Per via di questa corsa nasce il detto: “avere le perette a ‘i cculo“, nel senso di avere molta fretta.

 

In questi due dipinti abbiamo porta San Gallo sia la veduta esterna che quella interna. La porta prende questo nome dal vicino convento di San Gallo. Nella veduta esterna, quadro di sinistra, notiamo le due ghiacciaie sul lato destro della porta e sul lato destro del quadro le colonne dell’Arco di Trionfo di piazza della Libertà, oltre l’arco era da poco nato il Parterre. La visione interna verso via San Gallo si caratterizza dal loggiato a ridosso delle mura, loggiato che era doppio e simmetrico, ma quello di sinistra fu chiuso per diventare, forse, alloggi di guardia.

  

Nel quadro di sinistra possiamo osservare porta Guelfa una delle porte disfatte al principio del governo Mediceo. Anticamente la via si chiamava Palagio del Podestà, data la presenza della residenza del Podestà e terminava con la cerchia delle mura del XII secolo, all’altezza dell’attuale teatro Verdi, cioè era una strada a fondo cieco. Come ho spiegato nell’articolo precedente al posto del teatro Verdi c’era il carcere delle Stinche. Nel 1261 il podestà Guido Novello decise di aprire una porta e la chiamò porta Ghibellina in onore della battaglia di Montaperti del 1260. Solo a posteriori fu chiamata porta Guelfa in seguito alla battaglia di Benevento e la cacciata dei Ghibellini. Questo incrocio di nomi fa confusione e porta molti a pensare che la porta fosse in fondo a via Guelfa. Nel quadro di destra abbiamo invece porta San Frediano nella sua veduta interna. Attualmente le mura alla sinistra della porta non esistono più, mentre quelle alla sua destra sono ancora esistenti e terminano al torrino di Santa Rosa. Lo spazio antistante alla porta è rimasto e si chiama piazza di Verzaia, si suppone che anche la porta in origine avesse il nome di porta Verzaia e derivasse dal fatto che dal XII secolo fuori le mura ci fosse la chiesa e il monastero di Santa Maria in Verzaia abbattuto al tempo dell’assedio del 1529.

La porta che vediamo è la porta a Pinti ed apparteneva alla cerchia arnolfiana delle mura cittadine. Il nome deriva con molta probabilità ai frati pintori che realizzavano bellissime vetrate e risiedevano nel vicino convento di San Giusto alle Mura. Da porta Pinti passava tutto il traffico diretto o proveniente da Fiesole. Questa fu l’unica porta fra le maggiori ad essere demolita per la realizzazione dei viali di circonvallazione in quanto Poggi preferì salvare il cimitero degli Inglesi che oggi forma la cosi detta isola dei morti.

Concludiamo cosi il percorso indietro nel tempo, certo questi non sono tutti i quadri di Borbottoni, ci sono altre vedute di Firenze, interni di chiese, campi larghi e stretti; con questi abbiamo voluto dare un’immagine di cosa era Firenze pre capitale d’Italia. Spero che il viaggio vi sia piaciuto anche attraverso i link che ho messo e che vi riportano ad argomenti attinenti, più o meno, all’immagine del dipinto o al testo riportato.

Jacopo Cioni
Jacopo Cioni
Fabio Borbottoni, un passo indietro nel tempo: Le porte.
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