Il Bargello venne costruito circa cinquant’anni prima del Palazzo della Signoria, con lo scopo di essere utilizzato quale residenza del Podestà, che era sempre un forestiero, cosicchè non si trovasse coinvolto nelle dinamiche cittadine; un forestiero avrebbe garantito una maggiore imparzialità di giudizio.
Oltre a fungere da residenza del Podestà, ben presto divenne anche il luogo in cui il Podestà esercitava le sue funzioni.
Alla fine del Trecento il Bargello ospitò gli Otto di Guardia e di Balia, che costituirono per circa un secolo il maggiore tribunale penale di Firenze. Agli inizi del Cinquecento l’edificio ospitò il Consiglio di Giustizia, detto anche Ruota e nel 1574, sotto il Granduca Francesco I de’ Medici, divenne la sede del Capitano di Giustizia, che veniva chiamato “Bargello”.
Uno stretto legame ha sempre unito il Bargello con la giustizia, i condannati e persino con la tortura.
La tortura era non soltanto una disumana punizione, ma rappresentava anche un metodo di indagine: con la tortura si ottenevano informazioni ed anche confessioni, seppur spesso estorte ad innocenti che giunti alla disperazione, nel tentativo di sottrarsi a quel supplizio, confessavano ciò che non avevano commesso.
Accadeva sovente che non si tentasse neppure di ottenere la confessione con un regolare interrogatorio, ma che si facesse subito ricorso alla crudeltà, e poi, in seconda istanza, si ponessero le domande. Le urla dei torturati, che risuonavano nelle stanze carcerarie, dovevano avere un effetto dirompente sugli arrestati ancora in attesa di essere interrogati, e condizionarne de facto l’esito.
A seconda dei casi, poteva accadere che si arrivasse per gradi alla tortura; prima si avvisava l’arrestato della eventuale pena, il giorno successivo si attuava la tortura e poi, se necessario, se ne aggravava l’intensità.
C’è da dire che, in ogni caso, la confessione ottenuta sotto tortura non poteva essere accettata, per cui se il detenuto decideva di parlare e confessare i suoi crimini, il supplizio veniva interrotto e al poveretto si concedeva la possibilità di “esprimersi liberamente e senza costrizioni”.
Qualora però il reato che veniva ammesso non fosse convincente o soddisfacente, la tortura veniva ripresa, finendo nelle grinfie del boia, abile ed esperto in questa pratica coercitiva.
La tortura più comunemente usata a Firenze era la fune, con cui venivano comminati i tristemente famosi “tratti di corda”.
All’inquisito venivano legate le mani dietro la schiena e mediante delle corde veniva sollevato da terra, procurando danni fisici tremendi a muscoli ed ossa. Il carcerato poteva rimanere sospeso per qualche minuto, oppure anche un’ora. Ai piedi e al collo dell’inquisito venivano legati dei pesi aggiuntivi, per aggravare ulteriormente il danno. I “tratti di corda” consistevano in ripetuti sollevamenti e repentini rilasci di questa corda, che causavano nel torturato, oltre ad immani dolori, la lussazione degli arti, fino alla loro completa disarticolazione.
Un’altra tortura largamente utilizzata era quella dei “tassilli”, schegge di legno imbevute di pece che venivano conficcate sotto le unghie delle mani e dei piedi, prima di dar loro fuoco.
Molti altri tipi di tortura venivano praticati, ma erano talmente inumani ed agghiaccianti che è preferibile non ricordarli neppure.
E pensare che ancora oggi, in tante parti del mondo, tutto questo accade quotidianamente…

Gabriella Bazzani
Il Bargello ed i tormenti inflitti ai carcerati.
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