Fin dalla prima metà del ‘400 nelle osterie e nelle locande solitamente si faceva assaggiare del finocchio ai clienti subito prima di portare in tavola un vino non di prima qualità. Secondo lo stesso criterio, quando venivano servite pietanze non troppo fresche o addirittura rafferme, si condivano abbondantemente con semi di finocchio selvatico.
Con questo trattamento infatti l’aroma forte del finocchio alterava i sapori di cibi e bevande e gli avventori, non rendendosi conto dell’astuto accorgimento, si illudevano di aver consumato pietanze prelibate.
Nelle osterie toscane, a conferma di questa usanza, era diffusa l’abitudine di offrire ai clienti insieme al vino anche delle fette di pane e “finocchiona”, il cui gusto deciso finiva per confondere quello del vino inacidito.
Da allora il termine “infinocchiare” ha assunto il significato di raggirare, abbindolare, imbrogliare, ingannare.
(da “ADAGI CON BRIO” di Franco Ciarleglio, Sarnus Editore)

Franco Ciarleglio
Infinocchiare.

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