Esiste una persona a Firenze che incarna la città stessa. Sindaci, Assessori, Giunte sono politicamente i timoni, ma non certo l’anima della città. Per essere parte dell’anima della città si deve viverla. Luciano Artusi non solo la vive, ma l’ha resa viva, più e più volte. L’ha raccontata, l’ha organizzata, l’ha promossa. Ha contribuito a renderla Firenze.

Luciano Artusi nasce a Firenze l’11 Gennaio 1932 ed a questa città dedica tutta sua vita. Discendente di Pellegrino Artusi si esprime come scrittore, giornalista, esperto nei giochi storici, conferenziere con all’attivo oltre 80 pubblicazioni. Uno studioso della storia fiorentina riconosciuto con svariati premi letterari come il II° Premio Bancarella – Sport, il Premio Firenze ed il Fiorino d’oro. Dove però si conosce il vero Luciano è quando lo senti parlare di Firenze, per strada, mentre ti racconta un aneddoto o un segreto di questa città, li esprime il suo amore e riesce a trasmetterlo agli astanti con una grazia unica. Un uomo d’altri tempi.

Ecco, con questo spirito FlorenceCity ha chiesto un’intervista, l’onore di fargli qualche domanda sulla sua storia e sulla sua passione, la nostra città, Firenze. Una chiacchierata più che un’intervista canonica, il gusto di ascoltare chi ti racconta la città.

Ci incontriamo con Luciano Artusi presso i Canottieri di Firenze, assieme a lui suo figlio Ricciardo. Per la Rivista Fiorentina FlorenceCity ci sono Jacopo Cioni, Franco Ciarleglio e in veste di fotografo ufficiale Elio Padovano.

Ecco l’intervista!

Jacopo: Chi è Luciano Artusi? Quale è la descrizione che farebbe di se stesso?
Luciano: Io mi definirei come un fiorentino nato all’ombra del cupolone, ed in effetti è vero, sono nato al canto alle Rondini, vicino all’Arco di San Pierino. Ora c’è il palazzo delle poste progettato dall’architetto Giovanni Michelacci, ma all’epoca c’era un palazzo con sotto una famosa bottega di spezieria che fu di Matteo Palmieri lo storico Console dell’Arte Maggiore dei Medici e Speziali. Li son nato, al secondo piano, mi definirei un fiorentino DOCG. Poi con la famiglia ci siamo trasferiti, dopo due anni, perchè il palazzo fu sventrato e per circa sette anni abbiamo vissuto in piazza San Marco al n°7 al primo piano. Una casa addirittura con il pozzo presente in ogni appartamento, anche ai piani superiori (NdR. mentre Luciano Artusi racconta mi viene in mente Palazzo Davanzati che conserva un pozzo come mi viene descritto). Poi ancora un trasferimento in via della Colonna, sempre dentro il centro storico sino a che non mi sono sposato e sono tornato nel rione di Gavinana dove ancora vivo.
Jacopo: La famiglia Artusi ha sempre avuto un legame speciale con Firenze, a cominciare da Pellegrino, da cosa deriva tanta dedizione.
Luciano: Pellegrino forzatamente scelse Firenze dopo la disavventura del Passatore (NdR. il Passatore era un bandito che con un pugno di uomini attaccava paesi e abitazioni ed anche alla famiglia Artusi visse questa disavventura) e da Forlimpopoli le due famiglie Artusi, quella di Pellegrino con suo padre Agostino e il fratello, mio bisnonno, Biagio si trasferirono a Firenze. Mio nonno Benedetto era di Forlimpopoli, mentre mio padre Giovanni, io, mio figlio Ricciardo e i miei nipoti siamo tutti nati a Firenze.
 
Jacopo: Se Luciano Artusi, dovesse stilare un bilancio, ha dato o ricevuto di più alla città di Firenze?
 
Luciano: Sicuramente è un bilancio positivo a mio vantaggio, ho ricevuto tantissimo da Firenze. Il fatto stesso di nascere fiorentino ti rende conosciuto in tutto il mondo, inoltre i fiorentini sono visti con stima, anche all’estero.
 
Jacopo: … ma anche Lei ha dato molto a Firenze, sia nello studio che nella ricerca.
 
Luciano: Si certo, con le tante pubblicazioni e i libri, in tante manifestazioni, non ultima il Calcio Storico.
 
Franco: Sei stato Direttore del Calcio Storico e del Corteo della Repubblica Fiorentina ininterrottamente per 55 anni dal 1960. Quali differenze sostanziali hai trovato fra gli uomini di allora e quelli di oggi? In altre parole come si è evoluto (o involuto) il Calcio da allora?
 
Luciano: E’ cambiato, attraversato da diverse generazioni, 55 anni sono tanti, si entra in un’epoca e si passa ad un altra. E’ la stessa vita che cambia, la società che si evolve (NdR. C’è un attimo di esitazione nella voce di Luciano Artusi), oddio, non lo so se sempre si evolve (NdR. intervengo citando Giuseppe Verdi che diceva: “Talvolta Tornare all’antico è un progresso“). eh, eh, eh, eh, Lo penso anche io!
 
Franco: Quindi le differenze principali fra gli uomini del calcio storico di ieri e di oggi.
 
Luciano: Innanzi tutto c’è da dire che quando presi io le redini del calcio fiorentino i 550 componenti vivevano tutti come in una grande famiglia. C’era una stima, una conoscenza, un’amicizia molto profonda fra tutti. Si partecipava alle feste di compleanno, si socializzava, con qualcuno si andava addirittura in vacanza assieme.
 
Ricciardo: Le feste dell’ultimo dell’anno o quelle di carnevale erano “oceaniche”.
 
Luciano: Oggi questo contatto, questa complicità è ora sparita. Da quando ho lasciato io addirittura sostituita dai messaggini, dalle convocazioni delle riunioni in rete, riunioni virtuali ed infatti la sede è chiusa da due anni, si perde il contatto, l’umanità. Inoltre nel corso del tempo si è modificato il gioco del calcio. Quando entrai io i calcianti erano reclutati fra sportivi del calcio, della volata, del nuoto. In seguito fu la volta dei rugbisti e il gioco passò da una forma giocata più con il calcio ad una forma giocata più con le mani. Dopo ancora entrarono gli atleti della lotta, della boxe, e poi delle arti marziali, e ancora di più si sono affermati le mani anche nel senso dei pugni. C’è stata una mutazione progressiva dovuta al cambiamento epocale, prima questi sport di contatto (MMA, gabbie, ecc.) non esistevano, si sono affermati in seguito inserendosi nella prospettiva del gioco e rendendolo sempre più manesco e violento. Una evoluzione involuzione, perché con i piedi non si gioca più.
 
Franco: Raccontaci l’esperienza che più ti ha toccato o emozionato nel corso dei tuoi meravigliosi 55 anni di Capitano di Guardia del Distretto e Maggior Generale Sergente delle Milizie!
 
Luciano: Tante, tante, ma tante. Una è stata sicuramente quella del mio primo “comando alla voce” gridato in piazza di Siena a Roma in occasione delle Olimpiadi del 1960 quando il Colonnello Aldighiero Batini mi propose al Consiglio e mi nominarono Direttore e Capitano di Guardia del Distretto e del Contado come riconoscimento per aver organizzato la trasferta di oltre 400 persone a quell’evento così prestigioso.
 
Franco: Ora che non hai più “cariche istituzionali” puoi finalmente rivelarci per quale dei quattro Quartieri Storici batte il tuo cuore?
 
Luciano: Nessuno! (NdR. Senza esitazioni)
 
Jacopo: Non si sbottona! (NdR. ammiccando a Franco)
 
Luciano: No, no, nessuno, mai avuto un colore. Sarei nato santacrocino, quindi azzurro, ma è talmente tanto che risiedo di la d’Arno che sarei bianco.
Elio: Pellegrino Artusi ha realizzato la bibbia della cucina. Luciano Artusi ha mai pensato di fare una bibbia dei luoghi fiorentini, un compendio snello e dinamico dei luoghi di Firenze.
Luciano: Una specie di vocabolario, no non ci ho mai pensato, ma credo Firenze di averla ben descritta. Ho fatto un libro sui ponti, uno sull’araldica. Con Ricciardo abbiamo fatto ultimamente una collana su 8 piazze importanti fiorentine con le curiosità e gli aneddoti che le caratterizzano. Come Franco Ciarleglio ha creato lo Struscio Fiorentino e fa vedere ai fiorentini la vita di una volta noi lo abbiamo fatto su questi percorsi storici. Ho scritto un libro sulle campane e i campanili di Firenze, descrivendo tutte le campane, un’opera che raccolse consenso anche presso la sovrintendenza nella persona della dr. Cristina AcidiniCon altri autori ho realizzato anche un libro sui personaggi che hanno ricevuto la cittadinanza fiorentina. Ho abbondantemente descritto i giochi, le feste, le tradizioni. Sempre con Ricciardo abbiamo anche trattato la gastronomia fiorentina e toscana con il libro, “A tavola con gli Artusi”, riprendo ricette di pellegrino e inserendole di più recenti… comunque del secolo scorso. Ovvio che non tutte potevano essere riutilizzate, chi cucina più oggi il pavone? Abbiamo inoltre inserito le norme igieniche della cucina e ripreso le indicazioni stagionali evidenziate da Pellegrino. Ci sono inoltre nuove ricette cucinate da mia mamma, dalla suocera, dalla nonna, dalle zie.
 
Ricciardo: Il libro è stato fatto come omaggio a Pellegrino ed è uscito nel 2011 per il centenario della sua morte di Pellegrino Artusi avvenutoa il 30 marzo 1911. Il bello di questo libro è che, come Pellegrino inseriva aneddoti dell’epoca, fra le ricette, anche noi abbiamo voluto fare la stessa cosa, inserendo riferimenti e aneddoti della città.
 
Luciano: Vero, per esempio, quando si parla dei maccheroni ci si riferisce a via dei Maccheroni dove viveva la famiglia Maccheroni. Oppure Piazza Piattellina, Via del Fico, ecc. ecc.
Firenze è un brillante ed ha tantissime sfaccettature, io ho cercato di descriverne tante, ma sono molte di più e il lavoro è infinito. (NdR. per chi volesse leggere i libri di Luciano e Ricciardo Artusi può vedere l’intera bibliografia sul sito web di famiglia).
 
Ricciardo: Dato che siamo in un luogo storico, i Canottieri, sul greto dell’Arno, ci racconti qualche curiosità sui ponti di Firenze?
 
Luciano: Ci sono tante curiosità, per esempio, il ponte alle Grazie era il ponte più lungo di Firenze, costruito nel punto più largo dell’Arno. Era costituito di otto arcate ma tre sono state tagliate, due per realizzare piazza de’Mozzi e una poi dopo per realizzare il lungarno. Quando hanno fatto gli scavi in piazza de’Mozzi hanno ritrovato le pigne originali interrate.
Un’altra curiosità che pochi conoscono è che sulla penultima pigna lato Ponte Vecchio verso il di la d’Arno c’era un beccaio, un macellaio, dal nome Giuseppe Puliti. Questo beccaio era spesso ripreso e multato dal Commissario del quartiere di Santo Spirito. Tutti i ponti sono di pertinenza del quartiere di Santo Spirito, punto di congiunzione con il di la d’Arno e quindi tutti territorio dei Bianchi. Questo macellaio, come tutti i beccai all’epoca, quando comprava un animale lo macellava direttamente nella sua bottega e se l’animale era di taglia piccola come un maiale o una pecora o ancora un caprone non sussistevano grossi problemi nonostante le limitate dimensioni della bottega, ma quando doveva macellare un vacca l’animale non entrava per intero e la parte posteriore arrivava addirittura sulla carreggiata del ponte. Il solerte Commissario ogni volta multava il beccaio. Questo mestiere, quello dei beccai era un mestiere, si diceva, per rissosi, perchè andavano in giro sempre con i coltelli e quindi si approfittavano facendo sempre quello che volevano.
Il Ponte Vecchio in origine era nato con gli archi a giorno da una parte e dall’altra; poi vennero chiusi e le botteghe così ricavate furono date ai Beccai i quali, abusivamente per anni ed anni hanno fatto quello che hanno voluto, costruendo le casine, le terrazzine, i “luoghi comodi”. Tutto questo abusivismo ha però dato quella che oggi è la notorietà ed unicità al Ponte Vecchio.
Anche lo stesso Puliti sulla sua pigna di ponte alle Grazie si era approfittato, si è saputo questo perchè ho trovato una “nota” della fine del ‘700 inizi ‘800 per la richiesta di rimborsi agli alluvionati. L’Arno ha sempre avuto delle piene che procuravano dei danni, non alluvioni come quella del 1333 o del 1966, ma piccole inondazioni. Chi subiva dei danni, per esempio per la perdita di ganci, insaccati, carni, contenitori ecc. poteva richiedere un risarcimento,  Il Commissario quando andò a verificare la lista danni del Puliti si accorse che i danni non erano stati provocati alla bottega, ma alla cantina. In pratica il Puliti aveva scavato la pigna e all’interno del pilone si era ricavato una cantina, tutto abusivamente, all’insaputa di tutti.
 
Elio: Quando è che hanno cominciato ad usare la “sardigna” per le bestie? (NdR: Il luogo era chiamato sardigna probabilmente come derivazione della parola spagnola “sardinha” cioè “carogna”, questo uso indusse, probabilmente, i fiorentini dell’epoca a considerare la regione Sardegna un luogo poco salubre solo per associazione delle due parole.)
 
Luciano: La sardigha era usata come luogo di smaltimento della carne andata a male, della malacarne non più commerciabile.
 
Elio: Non è che sono andati a macellare gli animali in quel luogo?
 
Luciano: No, no, no. Era proprio uno scarico, un luogo dove abbandonare le carcasse putrescenti, poi alla prima piena l’Arno portava via tutto. Si trovava prima di ponte alla Vittoria che all’epoca non c’era, il ponte è del 1935, dopo il ponte alla Carraia, sul lato del fiume di la d’Arno.
 
Jacopo: In zona non era presente anche un porto fluviale?
 
Luciano: Si, il Pignone, una pigna grande dove approdavano i navicelli che provenivano da lastra a Signa. La grande pigna si estendeva nell’Arno ed era situato più o meno dove adesso è il ponte alla Vittoria. I navicelli ormeggiavano a valle dello scorrimento delle acque e la pigna proteggeva dalle piene le barche stesse. Mi sarebbe piaciuto che avessero chiamato una strada con il nome via dei Navicellai perchè quelle casette basse ancora presenti erano tutte dei navicellai.
 
Ricciardo: Abbiamo parlato di più ponti, qualcosa va detta su ponte Santa Trinita e i caproni.

Ponte Santa Trinita
Luciano: Il ponte di Santa Trinita è il più bel ponte di Firenze. Gli archi centrali sono decorati con la testa del caprone che era l’insegna di Cosimo I che volle il ponte. Queste teste sono orientate in maniera particolare, guardano l’Arno e quindi si vede la testa dal ponte o dalle spallette ma non si vede l’espressione che hanno i due caproni. Per poterla vedere devi stare in barca. Solo cosi vedi che le espressioni dei due caproni, quello a monte e quello a valle sono diverse. Il caprone che guarda a monte, verso ponte Vecchio, ha un’espressione preoccupata perchè teme la piena, quello a valle ha un’espressione rilassata perchè la piena è già passata senza far danno.
Un’altra storia bellina, trovata recentemente. Sul Ponte Santa Trinita nel 1839 ancora c’erano i pancai, cioè due persone che nei mesi estivi, dopo le nove di sera mettevano le panche sotto la spalletta e per pochi centesimi le persone si sedevano per stare in compagnia e poter parlare come in un salotto godendo del “marino” un venticello fresco che risaliva il fiume. Era proprio consentito questo uso, addirittura alle 11.00 mettevano le catene al ponte perchè non passassero nemmeno le carrozze, doveva proprio essere un salotto per il relax. In quell’anno, 1839, ci fu un’invasione di farfalline bianche e i pancai per difendersi prendevano i covoni e distesa la paglia sui ponti gli davano fuoco. Le farfalline attirate dalla luce finivano bruciate dalle fiamme. Si credeva cosi risolto il problema ma invece il rimedio fu peggio del male, infatti una disposizione del magistrato dell’epoca ordinava di smettere di dar fuoco alla paglia perchè la combinazione delle farfalline bruciate e della paglia creava una poltiglia tale che provocava la caduta delle persone ed anche lo sbandamento delle carrozze dato che i cavalli scivolavano sulla carreggiata del ponte.
 
Jacopo: Esiste un progetto, nascosto nel suo pensiero, a cui avrebbe volentieri dato vita e non l’ha mai fatto?
 
Luciano: Francamente ho sempre in mente progetti e mi applico per realizzarli, per esempio adesso ne ho tre che con Ricciardo abbiamo presentato al Comune, direttamente al Sindaco.
 
Jacopo: Quali sono questi progetti?
 
Luciano: Per esempio il ripristino del ceppo tradizionale fiorentino.
 
Elio: Che cosa è il ceppo fiorentino?
 
Luciano: L’antenato dell”albero di Natale fiorentino, la famosa piramide a base triangolare o quadrangolare a più ripiani dove in quello basso si allestiva la capannuccia (NdR: Presepe) e in quelli più alti si ponevano i regali, la frutta, i dolcini per i ragazzi.
 
Elio: Dove lo facevano? In piazza Signoria, dove?
 
Luciano: In casa! Era l’albero di Natale fiorentino. Oggi la proposta è quella di rifarlo nel periodo delle feste alla Loggia del Bigallo, grande, ad evidenziare l’antico albero fiorentino e quello moderno allestito dalla parte opposta rispetto alla Loggia, potrebbe essere molto bello e il Sindaco avrebbe la possibilità di accenderli entrambi.
 
Jacopo: Gli altri due progetti?
 
Luciano: Uno sono le Pandette.
 
Elio: Cosa sono?
 
Luciano: Le Pandette sono poco conosciute. Sono la base dello studio del diritto. Sono due volumi redatti in latino e greco volute dall’Imperatore romano d’Oriente Giustiniano. Sono conservate a Firenze alla biblioteca Laurenziana. Nell’assedio del 1529 i Priori giurarono sul Vangelo e sulle Pandette la fedeltà a Firenze, ecco sarebbe bella una rievocazione storica di quel giuramento con un corteo in costume.
 
Jacopo: L’ultimo progetto di che si tratta?

Luciano e Ricciardo Artusi

Luciano: Si tratta della targa di San Zanobi. Quando i tedeschi minarono e distrussero i palazzi in via Por Santa Maria fu distrutta anche la torre Girolami, cioè dove Zanobi Girolami era nato. Sulla torre dei Girolami all’angolo con via Lambertesca, adesso c’è un bar, era presente un bassorilievo bellissimo. Nella parte alta era presente San Zanobi che protegge Firenze, si vede Palazzo Vecchio, addirittura con l’arengario con il muro di protezione antico dove si affacciavano i Priori e nella parte inferiore l’iscrizione della vita di San Zanobi in latino e la presenza dei due stemmi, quello della famiglia Girolami composto dalla Croce di Sant’Andrea nera in campo argento e lo stemma successivo di San Zanobi lo stesso stemma ma con l’aggiunta della Mitra sulla testa del Santo. Questo bassorilievo saltò in aria ma siccome era molto spesso i pezzi si conservarono di discrete dimensioni e fu rimesso insieme e portato in Palazzo Vecchio. Un giorno per caso dovevo andare in Sala dei Gigli a Palazzo Vecchio per una riunione e in attesa che cominciasse ero nell’anticamera, la cosi detta “Salotta”. Mentre sono li vedo questo bassorilievo e mi rendo conto di cosa si tratta, chiedo conferme in giro, ma nessuno sa niente. Da questo nasce il progetto di fare un calco per poterlo riposizionare in copia nell’angolo originale. Noi abbiamo ritrovato anche un disegno del Pogni (NdR: Gianfranco Pogni Pittore) dove si vede l’esatta posizione e che ogni 25 di maggio, data natale di Zanobi, veniva posizionata una robbiana.

Ricciardo: Abbiamo preso anche accordi con l’Accademia delle Belle Arti per rifare il bassorilievo, il progetto è completo e servito su un piatto d’argento!
 
Si conclude cosi l’intervista non certo per mancanza di desiderio di domande, ne perchè Luciano Artusi non volesse allietarci, ma solo per un problema di tempo. La Passione di Luciano e suo figlio Ricciardo sono immense e spero che il Comune sappia apprezzare uomini come questi che hanno il desiderio di rinnovare Firenze nella tradizione. Avere delle persone che con devozione e studio restituiscono continuativamente Firenze al suo splendore sono fortune che nessun cittadino di Firenze dovrebbe sottovalutare tanto meno quelle istituzione che hanno il compito di gestire la città.
Gli intervistatori:

Ricciardo Artusi

Elio Padovano

Franco Ciarleglio

Jacopo Cioni
 
Intervista a Luciano Artusi, anima di Firenze.
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3 pensieri su “Intervista a Luciano Artusi, anima di Firenze.

  • 7 agosto 2017 alle 22:52
    Permalink

    Lo spero davvero, grazie comunque.
    Lucia Martini

    Rispondi
  • 5 agosto 2017 alle 16:16
    Permalink

    Trovo questo articolo semplicemente splendido, specialmente con i rimandi che lo completano.
    Ringrazio Jacopo Cioni che mi ha dato la possibilità di conoscere la vera storia di Pellegrino Artusi, di cui proprio quest’anno ho letto il suo famoso libro selezionando alcune ricette fattibili che ancora però non ho messo in opera. In realtà la sua storia la conoscevo, almeno in parte. Quello che non mi è chiaro è se lui è stato banchiere oppure no. Anche nella biografia letta appare che quando cambiarono abitazione andando in Via Cerretani c’è scritto che quell’appartamento tanto grande serviva anche da ” banco”, senza nessuna altra specificazione.
    Comunque dopo aver letto di Luciano Artusi e di suo figlio Ricciardo, di quello che hanno fatto e di quello che hanno in mente di fare mi sono veramente “innamorata” dei personaggi. Mi piacerebbe tanto conoscerli, poter esternare loro la mia stima sincera, poterci in qualche modo parlare anche per poco tempo. E’ possibile poter organizzare un incontro a settembre con loro e le persone che hanno stimato tanto quest’articolo? (non credo di essere l’unica, ma anche se lo fossi mi piacerebbe tanto egualmente)
    Ringrazio in anticipo il Dott. Jacopo per tutto quello che potrà fare.
    Lucia Martini

    Rispondi
    • 6 agosto 2017 alle 12:58
      Permalink

      Salve

      Bhe, gli Artusi sono sempre molto disponibili, chi sa che oggi o domani non organizzino qualche incontro.

      Jak

      Rispondi

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