Quando chiediamo un’intervista a qualcuno lo facciamo sempre perchè in qualche maniera l’intervistato ha un legame con Firenze. Un legame di nascita, di lavoro, o anche d’arte. L’intervistato di oggi racchiude tutta la fiorentinità possibile, non solo come nascita, pensate è nato il 24 giugno a Firenze, quasi profetico, ma anche come studio costante e generosa partecipazione alla vita cittadina.

Stiamo parlando di Beltrando Mugnai, il Menestrello Fiorentino. Lui stesso è fiero della sua fiorentinità, di essere un fiorentino purosangue, gli piace ricordare di essere nato nel 1955 alla vecchia maternità di via degli Alfani e di abitare in Piazza Signoria.

Prima di partire un ringraziamento particolare va alle Giubbe Rosse, alla loro disponibilità, gentilezza e costante valorizzazione della cultura.

FlorenceCity: Per chi non conosce il menestrello Beltrando Mugnai come si racconterebbe.

Menestrello Beltrando: Nella realtà sono un ricercatore, uno studioso, non canto solo uno stornello, ma faccio ricerca nella canzone popolare, sia come nascono e cosa rappresentano queste canzoni rispetto il periodo storico e la cultura popolare. Per esempio, prima di inserire una canzone in repertorio ne ricerco il contesto in maniera da poter fare un “cappello” da esporre prima di esibirmi. Un cappello in cui spiego, appunto, contesto storico e significato.

FC: Seguiamo la storia, come nasce la passione?

MB: Forse tutto nasce quando ero ragazzino, nella casa dei miei nonni. Anche mio nonno era un ricercatore, anche musicista ma non prettamente. Io venendo da quella scuola mi sono messo a fare ricerche su canti popolari antichi e nel corso del tempo ho trovato cose bellissime. Non solo, ma ho acquisito coscienza della mia fiorentinità e ne sono diventato orgoglioso. Noi da Firenze abbiamo esportato di tutto in tutti i campi, dall’economia all’arte, dal canto alla politica.

Franco Ciarleglio

Franco Ciarleglio: Dalla passione come sei passato alle motivazioni che ti hanno spinto non solo ad amare e a studiare, ma addirittura a praticare l’arte del Menestrello?

MB: Come dicevo la passione per Firenze e lo studio, la possibilità di far ascoltare alle persone cose stupende che hanno segnato la storia popolare musicale di Firenze e che, altrimenti, andrebbero perdute. Mi sento talmente vicino a questa cultura popolare che ho fatto di tutto per poter acquisire la casa dei miei nonni in piazza Signoria, dove attualmente vivo. Un esempio su tutti, gli ospedali, Firenze è stata la prima nel mondo ad avere un ospedale. Non parlo dei luoghi di assistenza chiamati spedali, atti a rimettere in forze i pellegrini e i viandanti che entravano in città, ma un vero ospedale per curare le persone. Santa Maria Nuova, grazie a Folco Portinari. Io racconto questa storia prima di cantare “La Pappa”. C’è una targhetta in via delle Pappe che parla delle Oblate che preparavano le pappe e gli impiastri per i malati. Gli impiastri erano curativi. Ecco quindi che introduco la famosa canzone “La Pappa”.

FC: Nella sua vita ci sono stati molti segnali che questa doveva essere la sua missione, essere nato il 24 giugno per San Giovanni, il nonno studioso di cultura popolare fiorentina, essere nato alla vecchia maternità di via degli Alfani e abitare in Piazza Signoria. Un predestinato.

MB: A volte faccio la battuta che son più fiorentino io del David dato che il marmo veniva da Carrara. Non c’è solo questo, in realtà mi è stata davvero affidata questa missione.

FC: In che senso?

MB: In pratica frequentavo i campi scuola, che ancora oggi esistono, chiamati Villaggi della Gioventù. Dei capi estivi che sono alla Vela e a Castiglion della Pescaia e quelli invernali al Cimone a Pian di Novello. I ragazzi in questi campi oltre che attività fisica parlano di politica, religione, cultura e questo anche mediante incontri con personaggi politici o della cultura. Giorgio La Pira era spesso presente e in una di queste occasioni rivolgendosi a me, dato che mi piaceva cantare, mi disse: “Pallino, io ti affido una missione, quella di portare un sorriso dove manca”. Ecco ancora oggi io adempio a quella missione.

Franco Ciarleglio: A La Pira, che è stato mio professore, non si poteva dire di no. E’ stato personaggio nella recente storia Fiorentina, aveva un carisma unico. Ricordo che a lezione riusciva a riempire gli uditori e le aule delle lezioni perché, pur parlando a studenti del primo anno, si presentavano in aula anche gli studenti  del secondo e terzo anno.

MB: Pensate che ancora oggi esiste la messa del povero creata da La Pira nel 1934 e molte persone la portano avanti ancora oggi.

FC: In che maniera porta avanti la missione affidatagli da La Pira. 

MB: Perchè la mia opera è usata per beneficenza. Mi presto a frequentare i luoghi dove si necessita di un sorriso. Gli ospizi per gli anziani o sedi similari, in questi luoghi canto i miei stornelli. Per capirsi, l’altro anno ho fatto 10 spettacoli in 10 ricoveri per anziani, questo solo in dicembre, un mese impegnato dato che mi hanno chiamato ovunque, addirittura uno a Terranova Bracciolini. Io faccio sorridere questi anziani cantando stornelli, ma non è solo la canzone di per se stessa, gli racconto tutte le storie attinenti come introduzione alla canzone stessa.

Potrei scrivere un libro con le mie esperienze con La Pira.

FC: Si racconta che rubava i calzini bianchi ai frati.

MB: Si, nel senso che essendo terziario domenicano, prima ancora un terziario Francescano, e vivendo all’interno dei conventi, dato che tutto il suo stipendio lo dava ai poveri, spesso usufruiva delle stesse cose che usavano i frati. Come terziario domenicano era ospitato dai frati a San Marco.

La Pira è uno dei padri della Costituzione italiana, l’articolo 11, se è con la formula attuale, è dovuto a La Pira che impose l’uso del verbo “ripudia”, riferito alla guerra. Un verbo estremamente forte, ma risolutivo. Minacciò lo sciopero della fame se non veniva adottato. Sosteneva che uno Stato che adotta la guerra come mezzo di risoluzione era uno Stato fallito.

(NdR)Articolo 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

FC: Quindi in pratica la sua missione attuale è volontà dei Giorgio La Pira?

In pratica a La Pira non si poteva dire di no, La Pira era un politico che sul campo riusciva a realizzare le cose che desiderava, contattava le persone giuste e con il suo charme riusciva a convincere chiunque. Famoso il rapporto con Mattei per la Pignone, ma non solo, per la Galileo, la Fonderia del Pignone.

Elio Padovano

Elio Padovano: L’Isolotto è un quartiere voluto da La Pira ed è stato progettato a dimensione d’uomo, con aree verdi e possibilità di scambi e relazioni fra le persone.

MB: Per capire le differenze, oggi si propone il reddito di cittadinanza, una mancia che alla lunga addormenta gli uomini, ciò che serve non è il denaro, ma il lavoro. La Pira era famoso perché diceva che se manca il lavoro allora si doveva far scavare delle buche e poi le si facevano riempire. Cioè, si doveva inventare un lavoro anche se inutile pur di far lavorare la gente. Questo è il concetto del lavoro per la per La Pira.

(NdR): Ovvio che questo è fattibile solo se si dispone di una moneta sovrana. 

Il sindaco Dario Nardella con assessore Funaro e il Menestrello Beltrando augurano buon natale agli anziani al Mandela Forumi
STUDIO ASSOCIATO CGE FOTOGIORNALISMO

FC: Questo sua azione benefica le darà molte soddisfazioni!

MB: Si certo, talvolta anche più tangibili di quelle morali, per esempio nel 2017 al Mandela Forum mi sono esibito per 2000 persone mentre il sindaco Nardella mi accompagnava con il violino.

FC: In questo momento in cosa sei impegnato?

MB: Partecipo con la mia opera ad un ciclo di conferenze organizzate e tenute da Anita Tosi Norcini alle Oblate con tema le donne nella Divina Commedia, io intervallo con i miei pezzi. Anita Cosi Norcini è davvero brava.

FC: Del passato ricordi partecipazioni di beneficenza interessanti?

MB: Sì, ricordo “Il cuore si scioglie” nell’occasione insieme alla Marina Trambusti (era presidente dei soci della coop di Gavinana, purtroppo deceduta.) Lei in pratica organizzò un corso di cucina ed io sono intervenuto parlando un poco della storia di Firenze.  Abbiamo realizzato più uscite, in pratica parlando di cucina, parlando di monumenti, di storia, mixando un po’ tutto quello che, diciamo così, è la storia fiorentina. Infine abbiamo concluso con una cena e con i miei stornelli, una cena che chiudeva il corso di cucina. Tutto il ricavato è andato come beneficenza al “Il cuore si scioglie”, un’associazione che si occupa di adozione a distanza.

Franco, ho una proposta per te, quando organizzi le tue meravigliose sortite con “Lo Struscio Fiorentino” potresti chiamarmi combinando con una cena  ed io ti canto qualche stornello.

Beltrando Mugnai, Luciano Artusi e Franco Ciarleglio.

FC: Una bella idea, magari combinata con la 5° passeggiata quando è presente anche Luciano Artusi.

MB: Luciano Artusi mi ha chiamato a volte alla presentazione dei suoi libri, frammentare uno stornello o due durante la serata mantiene allegria e partecipazione.

Franco Ciarleglio: Un’idea interessante, da studiare per realizzarla, grazie.

FC: Torniamo agli stornelli, come si svolgono i suoi studi?

MB: Agisco in questi termini, ricerco la canzone rinascimentale, una melodia che nel 700 è stata trasformata in canto popolare. È una cosa straordinaria, a volte non si dà importanza alla canzone popolare, si riduce ad una canzoncina, ma nella realtà hanno delle strutture incredibili, proprio nelle melodie.

La melodia rinascimentale era proprio noiosa, oserei essere scurrile e definirla pallosa, ascoltatela cinque minuti e vi viene la Barba lunga. Il concetto rinascimentale, di per se stesso, è un concerto noioso. Però la musica rinascimentale è stata usata come base per il canto popolare e a mio parere in maniera azzeccatissima. Tutte le canzoni popolari non hanno un titolo ben preciso ma generalmente sono le stesse prime parole della canzone a diventare titolo.  Ad esempio la canzone (N.d.R intona il motivo). “Ti dissi di venire ma tu non viensì”. Ecco Questa canzone si intitola Ti dissi di venire, cioè le prime parole della canzone stessa. Nel canto popolare funzionava così.

FC: Definirla musicista appare riduttivo.

MBAnche io non voglio definirmi musicista, infatti quando faccio dei concerti più grossi utilizzo il maestro Francesco Giannoni, bravissimo, pensate, ha suonato tutti gli organi più antichi di Firenze. Io applico in musica la mia ricerca, ma non posso definirmi musicista, anzi nemmeno cantante. In passato mi fu detto anche da una musicologa del Conservatorio Cherubini:  “Tu non sei da definire un cantante, ma un Cantore, perché unisci il canto alla recitazione.” Ed è vero, molti miei pezzi sono recitati.

Elio Padovano: Ha conosciuto la Caterina Bueno?

MB: Certo che l’ho conosciuta ed anche molto bene.  Faccio dei pezzi che lei eseguiva, pezzi straordinari, anche se c’è da dire che era molto politicizzata, anarcoide nelle sue idee e nel suo lavoro.

L’accompagnava una liutaia, che si chiama Jamie Lazzara, ha il negozio dietro Palazzo Vecchio in via del Leone. La Jamie è di origine americana e lavora a Firenze, è bravissima, tu gli fischi un pezzo e lei te lo riproduce. Io e lei abbiamo fatto dei concerti insieme, suona qualsiasi strumento dal mandolino al violino ed inoltre è scultrice e pittrice, a casa ho diversi miei ritratti fatti da lei, siamo molto amici.

Elio Padovano: E con zia Caterina hai mai collaborato?

MB: Collaborato per qualcosa no, ci conosciamo e talvolta mi ha suonato alla porta per farmi suonare la chitarra per un bambino agitato e in lacrime.

FC: Approfitto della domanda di Elio per comunicare che una delle prossime interviste saranno a zia Caterina, se ne occupa una delle nostre autrici, Gabriella Bazzani.

FC: Perchè non ci fa sentire qualcosa?

MB: Volentieri.

FC: Mi è capitato di vedere su Facebook un post dove la paragonavano a Marasco ma era negata questa affinità proprio da lei, dopo averla ascoltata comprendo le differenze.

MB: Siamo proprio due mondi diversi, prima di tutto perchè Marasco era uno che bestemmiava, una cosa che trovo disdicevole soprattutto durante i concerti, quando uno fa un concerto non deve parlare né di politica né devi offendere le persone. In un occasione, davanti a Santissima Annunziata, Marasco, pagato dal Comune,  ha recitato un sonetto di Vampa (autore del giornalino di Gianburrasca) non molto indicato per il luogo; mi ritrovai a pensare a mia madre come a tutte le spose fiorentine di allora, nella sacralità della piazza, che postavano il proprio mazzolino di fiori alla Vergine Annunziata. Marasco in quella piazza bestemmiava e lo faceva pagato da me, infatti quando incontrai Renzi glielo dissi, gliene dissi di tutti i colori.

Non voglio dire che Marasco ha fatto tutte cose brutte ha fatto anche cose belle, molto belle, però, io che sono un ricercatore, come lo è Franco Ciarleglio, inorridisco se mi canti “La Teresina” come la cantava lui, però alla gente piace. La Teresina, dai miei studi, non è quella, lui ha cambiato molte parole e l’ha volgarizzata.

I versi dicevano : “Teresina un ti ci meno più, Teresina non ti ci meno più Tante ver che son quaggiù.” questo è il ritornello!

Per esempio : “…e la porta teatro a veder stenterello la mi stuzzicò il pisello la mi fece scomparì“. Immaginate se questa poteva essere la versione originale del 700? Impossibile.

Nella canzone originale era: “La portai a teatro a vedere Stenterello la si levò il cappello la mi fece mi fece scomparì”. Questo perchè nel 700 una donna che si levava il cappello era uno scandalo incredibile, come una donna di malaffare.

Ecco, per me che sono uno studioso queste cose dispiacciano perché è una falsificazione della canzone stessa, mi dispiace sentire opere trasformate. Ripeto, io non sto condannando Marasco, ha fatto anche delle cose belle, però ci sono delle distorsioni per me inaccettabili. Quando ai concerti mi chiedono di fare “La Teresina”, la faccio, ma con le parole originali e non cito certo Gesù. immaginate nel settecento mettere il nome di Gesù in una canzone, era una bestemmia.

FC: Oltre i citati, quali autori ti piacciono ed interpreti?

MB: Gianni Abbigliati mi piace, ha scritto una canzone molto simpatica ed io talvolta la faccio (N.d.R intona il motivo):  “Con una biondina e mero fidanzato, e come gli altri anche io c’ero cascato. Stava di casa in piazza Piattellina però l’era di morto educatina. Per di più c’aveva un buon lavoro, dalla su zia in fondo a via del Moro.”

In fondo a via del Moro c’erano le case di tolleranza. Un modo per ricordare cose passate, approfitto e spiego come sono arrivate a Firenze la case di tolleranza e perchè si chiamavano cosi. Come spiego anche come nascono dei modi di dire. “Reggere il moccolo” deriva proprio dalle case di tolleranza, dal fatto che la maitresse reggeva il moccolo (la candela) per illuminare la faccia della ragazza in maniera che il “cliente” scegliesse.

Un altro autore interessante è Odoardo Spadaro, anche se le sue melodie ricordano molto il Caffè Chantal a Parigi, hanno questa musicalità. Ci sono alcune sue canzoni che nessuno fa più, ma sono interessanti. Per esempio quando si pativa la fame avere una testina di vitello era una leccornia, lui infatti cantava (N.d.R intona il motivo): “A me piace la testina di vitello con l’aceto l’olio e il sal, col prezzemolo è special, fra la testa riccioluta di Carlotta o di Margot la testina di vitello sceglierò”

Questa è una bellissima canzone di Odoardo Spadaro che non viene più cantata. Un’altra bellissima di Spadaro, che si intitola: ” Tra piazza San Firenze e Piazza Signoria”. La storia di uno che incontra una ragazza con cui vuol parlare ma vari incontri successivi lo portano alla fine a non concludere nulla. (N.d.R intona il motivo) “… gli dissi una sera, graziosa bimba mia dove corre tanto. Vo’ in Piazza Signoria. Avevo qualche spicciolo e con poche reticenze l’accetti almeno di bere un vermut in piazza San Firenze. “

Un’altra di Spadaro veramente magnifica è “Donne c’è l’ortolano”. Ora c’è i supermercati, ma prima gli ortolani venivano a casa. Come anche un’altra… Un tempo si faceva il bagno in Arno e Spadaro scrisse una canzone chiamata “Micragna les bains ” per via del sole che batteva in testa dei bagnanti.

Ecco un concerto con queste canzoni sarebbe magnifico.

FC: Quali sono le canzoni che il menestrello Beltrando usa in ogni spettacolo, i cavalli di battaglia.

MB: In realtà dipende da dove sono. Per esempio se vado in un ricovero per anziani non posso fare canzoni violente. Nel senso che devono avere una certa struttura, lenta magari, o che va nel veloce ma in progressione. Un poco come la musicoterapia, se prendete Mozart non avrà mai  un passaggio forte, perchè disturba. Infatti viene usata con le persone per calmarle o per mantenere tranquilli gli animali. Ha una struttura tranquilla, io nei ricoveri per anziani faccio queste canzoni, che hanno pochi accordi e semplici e li possono portare a ricordare i tempi che furono. Per esempio le ninne nanne, il grillo e la formica, la mosca nel moscaio.

Quest’ultima per esempio. Di Branduardi conosciamo “la fiera dell’est” che ha melodia ebraica e ci ha costruito sopra la sua canzone; noi fiorentini avevamo invece questa canzone antichissima che c’è l’animale che cresce sempre di più e permette un’esercizio mnemonico. Per esempio l’assessorato alla cultura mi chiama spesso nelle scuole per fare il canto popolare, ed io scrivo gli animali alla lavagna e la cantiamo con i bambini, molto istruttiva. La stessa cosa la facciamo al centro La Pira (in via Pescioni) per insegnare agli stranieri l’italiano.

La mosca nel moscaio fa cosi (N.d.R intona il motivo)“Sorte fuori la mosca dal moscaio per agguantar la mora dal moraio. Fra mosca e mora mi innamorai di quella traditora. Sorte fuori il ragno dal ragnaio per agguantar la mosca dal moscaio. Tra ragno e mosca e mora mi innamorai di quella traditora. Sorte fuori il grillo dai grillaio per agguantar il ragno dal ragnaio. Fra grillo e ragno e mosca e mora mi innamorai di quella traditora. Sorte fuori il topo dal topaio…” E cosi prosegue.

FC: Hai mai fatto dei cd?, Sei su youtube?

MB: No, no. Non incido, faccio tutto per beneficienza. Non posso spendere 10.000 euro per incidere un disco. Organizzare anche un concerto, non posso fare Spadaro con una chitarruccia e via, sarebbe una violenza, faccio male il canto e anche la musica. Serve un pianista che mi accompagna in maniera che lui pensa alla struttura musicale e io al canto. Se al concerto sono io solo con la chitarra devo per forza di cose fare canzoni semplici. Se fai Spadaro o Cesarini hai bisogno di un piano con i controcanti, cosi diventa fruibile, bella da ascoltare. Il pianista che collabora con me l’ho, uno bravo che è diplomato in pianoforte, organo, composizione orchestrale e direzione orchestrale, diplomato al Cherubini, ma è il suo lavoro, se lo coinvolgo lo devo pagare. Per me non ha importanza, io non voglio soldi, sono un missionario, odio che vada persa questa tradizione.

In realtà in passato ho inciso, due dischi quando ero con un gruppo musicale che si chiamavano “I Cantastorie” con il maestro Ferdinando Scarselli. Scarselli in passato ha accompagnato la Maria Grazia Fei, una grande cantante di musica folk, molto brava, purtroppo scomparsa. Con questo gruppo abbiamo vinto la manifestazione musicale Music World.

Ecco l’anno scorso all’Isolotto a Villa Vogel ho fatto un concerto con Francesco Giannoni, questo grande pianista e li, che la sala è grande, avevamo la gente in piedi.

FC: Spesso sei chiamato nelle scuole, cosa proponi quando vai dagli studenti? Che canzoni fai per sottolineare la cultura italiana?

MB: Ho ritrovato nelle mie ricerche una canzone di fine Ottocento che è bellissima parla proprio dell’Italia quando da paese agricolo divenne paese industrializzato. L’ho raccolta dalla memoria di un mia prozia casentinese che non ne conosceva l’autore.

(N.d.R intona il motivo) Italia bella mostrati gentile ai figli tuoi, non li abbandonare, se ne vanno tutti ni Brasile e non si ricordano più di ritornare. Ancor qua ci sarebbe da lavorar…”

Questa era una canzone che Caterina Bueno faceva e rifaceva. Adatta a far affrontare certi argomenti a giovani studenti. Un’altra canzone di Caterina Bueno adatta, sempre in un ottava in rima, quindi facile, è la famosa “Storia del Batacchi”. Bisogna capire che prima di internet, la televisione e la radio molte notizie erano rese pubbliche attraverso il canto, questa canzone è l’esempio perfetto.

In pratica parla di un povero disgraziato, Cesare Batacchi, che avevano una mesticheria in Borgo degli Albizi e viveva in Borgo Allegri. Un giorno scoppiò una bomba in piazza Indipendenza e lui, boccalone come tutti i fiorentini, diceva in giro “Lo so io chi è stato a mettere la bomba”. Gli inquirenti dell’epoca lo arrestarono e gli dissero:” visto che tu lo sai chi ha messo la bomba adesso ce lo dici anche a noi”. Dato però che Cesare Batacchi in realtà non sapeva nulla e dato che era un pochino in aria di anarchia gli addebitarono il misfatto e lo condannarono al carcere a vita. Dopo 21 anni il Meocci, che era il vero colpevole, si presentò dicendo: “quello in galera è innocente sono stato io a fare l’attentato”. Questa canzone, in pratica, racconta una storia molto triste. Perfetta per spiegare agli studenti i fatti accaduti in passato.

Beltrando Mugnai e Fernando Scarselli

C’è un’altra canzone bellissima, per questa devo ringraziare il maestro Ferdinando Scarselli che me l’ha fatta conoscere, riguarda i bucaioli, quando la canto, è talmente bella, che mi scende quasi le lacrime.

In passato quando nasceva una donna era quasi una disgrazia, all’epoca in Italia la donna poteva lavorare meno, era meno utile ed era una bocca in più da sfamare. È brutto a dirsi, ma queste donne in famiglie povere erano anche difficili da mantenerle quindi spesso le davano via o le mettevano in un convento. A volte si parla male delle suore ma bisogna dire che le suore hanno salvato tantissime vite in questo senso, raccogliendo queste ragazze che altrimenti venivano abbandonate a se stesse.

Nella canzone si racconta di un ragazzo che si era innamorato di una ragazza, la ragazza era stata allontanata e questo ragazzo non sapeva che fine aveva fatto e per questo perse la testa, diventò aggressivo e commise degli errori. All’epoca per punire chi commetteva errori minori lo mettevano a fare il renaiolo, un mestiere di sopravvivenza, da qui nasce la frase “Buhaioli c’è le paste” perchè in pratica con un piatto di pasta veniva pagata la giornata.

I renaioli cantavano spesso questa canzone mentre lavoravano.

FC: Concludiamo l’intervista, le ore son passati veloci al tavolo delle Giubbe Rosse ed è ora di tornare a casa. Ringraziamo Beltrando il Menestrello per la sua disponibilità e i miei accompagnatori, Franco Ciarleglio, Gabriella Bazzani ed Elio Padovano.

Jacopo Cioni
Jacopo Cioni
Franco Ciarleglio
Gabriella Bazzani
Elio Padovano

 

 

 

 

 

 

Intervista al Menestrello Fiorentino Beltrando Mugnai.

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