La storia di Firenze non è fatta solo di nobili famiglie, di granduchi e di grandi artisti conosciuti in tutto il mondo, ma anche di semplici persone “del popolo” che, ancora più degli altri, rappresentano la vera essenza della nostra città e la cui memoria va pian piano perdendosi.
Se nella Firenze dell’ Ottocento foste andati in giro chiedendo di Giuseppina Caciotti probabilmente vi avrebbero risposto che non sapevano chi fosse, ma in realtà la conoscevano tutti i fiorentini: per tutti era, semplicemente, la Beppa Fioraia.
Beh, ora voi la vedete qui in questa foto di fine ‘800 (era nata nel 1808 e morì nel 1891) quando era gia’ anziana e meno in forze, ma dovete provare per un attimo ad immaginarvela nel fiore degli anni.
Bellissima e di un’ eleganza semplice nel vestire, la si riconosceva subito dal cappellone bianco di paglia, dallo sciallettino corto, che indossava sempre, e dal paniere di fiori che teneva in grembo.
Abitava a Monticelli e quando la mattina passava da Porta San Frediano regalava un fiore a tutti i soldati e agli impiegati che passavano di lì dicendo, con un gran sorriso: “Ecco bambini, tenetene di conto”.
La trovavi fuori dalla stazione, nelle strade del centro, all’ ingresso dei teatri, davanti ai Caffè più eleganti e frequentati.
Davanti ai suoi occhi passò tutta la storia della Firenze ottocentesca.
Dette i suoi mazzolini di fiori a Ferdinando III, a Leopoldo II e a Maria Antonietta sua moglie, alla principessa che si sposava, ai cospiratori, agli ufficiali della guarnigione austriaca, ai signori e alle signore delle grandi famiglie fiorentine, agli stranieri, agli artisti, all’ amico negoziante, all’ amico fiaccheraio e al re Vittorio Emanuele.
Il marito era giardiniere a Boboli e lei aveva accesso libero a Palazzo Pitti, dove andava a portare i fiori. Per questo qualche pettegola insinuava che fosse nelle grazie di Leopoldo II: è un fatto però che fosse la prediletta di tutta l’ aristocrazia, ma ebbe sempre l’ abilità di non far geloso nessuno.
Era ben informata su tutte le cose importanti che accadevano in città: l’ avvenimento politico, la cerimonia, il concerto, la nascita o la fine di un amore, l’ arrivo o la partenza di un personaggio famoso, la discussione, l’incidente, il fatto curioso.
Parlava con tutti i passanti sia che fossero popolani o principi, caporali o generali, e li chiamava tutti con nomignoli curiosi e confidenziali.
Andava alla stazione ad offrire un mazzo di fiori al re Vittorio Emanuele ogni volta che partiva o arrivava con il treno e neanche il re si offendeva quando si rivolgeva a lui chiamandolo “Zelindino mio”, probabilmente perché ne percepiva l’intento affettuoso, mai irriverente. (NdR. Molto diverso il Lachera)
C’erano altre fioraie e altre ne seguirono, ma lei, fra tutte, fu la più amata e anche le colleghe ne avevano il massimo rispetto, tanto che nessuna osò mai contenderle il “suo posto” al Caffè Doney.
Storie di un tempo lontano e ormai perduto, certo, ma mi piace talvolta socchiudere gli occhi e sognarmi a spasso in quella Firenze di allora, la Firenze di Beppa, la fioraia.

Patrick Sansom

La Beppa Fioraia.
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