La notte era scesa velocemente e Cecco si aggirava come al solito nelle tenebre. Non esisteva notte in cui non incrociava la luna, non esisteva giorno in cui occhi potessero vederlo. Una ripetizione frenetica la sua. Sempre la stessa, ogni notte. I suoi occhi erano duri, risoluti, eppure nella loro profondità si celava sofferenza, desiderio di pace. Il suo passo lento, quasi incerto contrastava con il suo sguardo. Via Teatina era scura di notte, nessun viandante, nessun ubriaco ci passava, solo lui, solo Cecco. Ogni notte la percorreva, lentamente, quasi strusciando lungo le pareti. Piegava verso destra la strada, dolcemente, per aprirsi in fronte al Vicolo di Santa Maria Maggiore.

Un lampo squarciò la notte e Checco alzò lo sguardo maledicendo il cielo. Il suo volto sotto la rapida luce apparve per un secondo, tetro, esanime, cadaverico. Nessuno lo avrebbe visto, nessuno doveva vederlo. Il passo incerto divenne corsa, come sospeso, si mosse con una rapidità che nulla aveva di umano e attraversata la Piazza di Santa Maria Maggiore entrò nel vicolo. Schiacciato contro la parete di pietra aspettò un grido, un allarme che svelasse la sua presenza. Nessun urlo ruppe il silenzio della notte. Quasi deluso, circospetto, strusciò lungo la fredda roccia fino alla porta laterale della chiesa. La penetrò e fu accolto dal tremolio della luce delle candele. Anche quella notte era entrato, nonostante le catene e le serrature, era dentro. Lui stesso si meravigliava ogni sera, ogni singola sera.

La navata era debolmente illuminata, era diversa, cambiata, non dalla sera prima e nemmeno dalla precedente, ma non era la stessa. Le colonne spoglie senza affreschi, le panche precise nella fattura, il pavimento, anche quello era diverso. Piccoli rombi bianchi allineati in un mare rosso.

Poi la senti, il suo grido, la sua sofferenza. «LIBERAMI». Cecco alzò leggermente la testa orientando il suo sguardo verso la parete di sinistra, verso l’alto, e sogghignò.

«LIBERAMI CECCO, TI PREGO».

La voce era profonda ed echeggiava colpendo le pareti e riempiendo le navate.

Cecco sorrise con un ghigno, l’odio piegava il suo labbro in una smorfia che avrebbe suscitato terrore in chiunque. Lentamente si voltò e si diresse verso il campanile.

Cominciò a salire i gradini umidi e freddi, uno alla volta, lentamente. Nonostante il buio conosceva ogni gradino, ogni scheggiatura della pietra.

«LIBERAMI».

La voce era ancora più tenebrosa nel piccolo opercolo delle scale. Infine la vide. Come ogni notte. Il suo corpo, i suoi vestiti logori da contadina, il suo dimenarsi continuo nel cercare di liberarsi, i piedi nudi scalciare sulle pietre. Un corpo appeso al muro per le spalle, senza la testa e il collo che invece si mostravano all’esterno.

«Liberami Cecco, ti prego. Sono pentita, lasciami libera. Fammi riposare, permettimi di andarmene». La sua voce era flebile, sapeva che Cecco era li anche se non poteva vederlo. Quasi un sussurro, carico di una speranza disattesa.

«Oggi sono 690 anni cara la mia Berta, 690 anni di supplizio per me e per te. Non te lo scordi quel 16 settembre del 1327, come non me lo scordo io. Erano calde le fiamme, divoravano la mia carne come bocche fameliche. Le grida sovrastavano tutto, rimbalzavano sul freddo marmo di Santa Croce per colpirmi la seconda volta. Fiorentini urlanti che mi maledicevano, mi offendevano, godevano dello spettacolo. Sarebbe bastata un poco d’acqua per alleviare le mie sofferenze, per salvare la mia e la tua anima. Perchè dovrei liberarti? Darti una libertà agognata che sarebbe solo tua. Tu libera e io sempre qua, eternamente. No mia cara amica, tu starai qua con me, per sempre. Notte dopo notte, anno dopo anno».

«No Cecco, tu sai cosa può liberarci entrambi, fidati di me, liberami ed io libererò te, te lo giuro.»

La risata di Cecco fu quasi diabolica e si concluse in un gorgoglio. «Fidarmi di te? Come posso fidarmi di te; tu ci hai condannato entrambi con le tue parole. Come posso sapere se il tuo pentimento è sincero? Come posso sperare che una volta libera tu voglia graziarmi a tua volta? Cosa può valere il giuramento di un’anima dannata?»

«Ti prego Cecco, liberami e ti darò dell’acqua».

«No Berta, non ti credo non riuscirai a convincermi. Preferisco bruciare ogni notte in fronte al rosone, in mezzo alla piazza, soffrire ogni notte le pene dell’inferno che saperti libera ed io ancora qua, notte dopo notte. Il martirio è per entrambi Berta, per me e per te».

Cecco si girò e cominciò a scendere i gradini, come ogni notte da 690 anni, accompagnato dalle grida disperate di Berta.

«Aspetta Cecco non andare, parliamo ancora un poco. Ascoltami, non andartene, Cecco, non lasciarmi. CECCO LIBERAMI».

Sceso l’ultimo gradino Cecco percorse la navata di sinistra e dalla porta opposta uscì in via de’ Cerretani. Alzo la testa e la vide, solo la sua testa fatta di pietra, incastonata per sempre fra le pietre del campanile.

Echeggiarono nella sua mente le parole di quel lontano giorno, il suo chiedere un sorso d’acqua mentre in catene veniva portato verso la condanna al rogo e il grido che si levo dal campanile della chiesa di Santa Maria Maggiore. «Non date da bere all’alchimista, se beve non brucerà più» questo fu il grido della Berta affacciata alla finestrina del campanile. «E tu di lì il capo non caverai mai» fu la risposta di Cecco. Adesso la Berta, verduraia in Firenze, e Cecco d’Ascoli, astronomo, poeta, insegnate, alchimista vivranno per sempre la loro reciproca condanna.

Con passo lento Cecco si diresse verso piazza Santa Croce dove l’attendeva il suo rogo, come ogni notte, come sempre.

Racconto inventato liberamente tratto dalla leggenda della Berta e di Cecco.

Jacopo Cioni
La vendetta di Cecco.
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