Leonardo di ser Piero da Vinci (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519) era figlio illegittimo di Piero, rispettato notaio ben introdotto negli ambienti fiorentini (poteva annoverare anche i Medici tra i suoi clienti).
La madre era, secondo alcuni, originaria dell’Oriente. Il nome Caterina era infatti comune tra le schiave convertite al cattolicesimo. Inoltre, le impronte digitali di Leonardo rilevate sul San Gerolamo mostrerebbero somiglianze con un tipo diffuso tra gli arabi. Ad ogni modo, fu il padre, intorno al 1470, ad accompagnare quel suo figlio illegittimo, ancora adolescente, in una delle botteghe più importanti del tempo, quella di Andrea Verrocchio.

Che fosse un uomo di genio e fuori dal comune lo sanno tutti, ma che fosse anche molto attraente forse pochi lo immaginavano. Le descrizioni e i ritratti fino a noi pervenuti si miscelano per creare l’immagine di un uomo alto, atletico e molto bello; dalle misurazioni effettuate era alto 173 cm., che per l’epoca era un’altezza ragguardevole.

I ritratti indicano che in età avanzata teneva i capelli lunghi e fluente cadenti sulle spalle, in un tempo in cui la maggior parte degli uomini li teneva tagliati corti. Anche la barba di Leonardo raggiungeva il petto, mentre i suoi contemporanei la rasavano o la tenevano corta. Il suo modo di vestire era insolito ed originale, amava i colori vivaci; mentre gli uomini maturi indossavano vesti lunghe e severe, Leonardo vestiva una tunica corta, come indossavano i giovanotti.

Leonardo da Vinci è stato descritto dai suoi primi biografi come un uomo dotato di grande fascino personale, fortemente carismatico, di carattere gentile e generoso, pertanto anche generalmente molto benvoluto dai contemporanei. Secondo il Vasari la sua disposizione d’animo era amabile, un conversatore brillante che affascinò Ludovico il Moro con la sua arguzia. Il suo amore per la natura e per gli animali non si fermava solo all’osservazione e alla rappresentazione grafica delle loro forme.
Non si cibava “di alcuna cosa che tenga sangue”, né consentiva “che si noccia ad alcuna cosa animata” : insomma, Leonardo era vegetariano. Leonardo era un animalista, si batteva addirittura per la libertà degli animali.
Vasari racconta, come esempio del suo grande amore nei confronti degli animali, come quando a Firenze passando davanti alle gabbie degli uccelli messi in vendita li avrebbe comprati per poi liberarli, lasciandoli volare via e donando così interamente la libertà che spettava loro per diritto naturale.
A lui è attribuita la frase «Verrà il giorno che sarà giudicato delitto uccidere un animale come ora uccidere un uomo». Se tutto questo è vero, possiamo affermare ancora una volta che Leonardo fu un precursore: animalista e vegetariano in anticipo rispetto ai tempi.

Tante sono le dicerie che circolano sul personaggio di Leonardo. Ma che fosse un burlone, un uomo di spirito, sembra essere una notizia che va data per certa. Raccontava barzellette. Ed erano anche piuttosto sconce, come questa:
“Una aveva i piedi molto rossi e, passandole appresso, uno prete domandò con ammirazione donde tale rossezza dirivassi; al quale la femmina subito rispuose che tale effetto accadeva perché ella aveva sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella accostatosi, con dolce e sommessiva voce pregò quella che ’n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela”.

Leonardo nei primi anni dedicati alla ricerca scientifica aveva sezionato molti animali, cosa che continuò a fare fino alla vecchiaia, ma infrangere il tabù rappresentato dall’aprire il cadavere di un essere umano dovette richiedere una certa determinazione. Nell’Europa Rinascimentale la parola “scienza” non esisteva, persino in quel periodo di tolleranza religiosa, c’era chi interpretava la brama di sapere di Leonardo come negromanzia.
In effetti, è interessante notare che egli riuscì a ottenere il primo cadavere per la dissezione solo dopo essere diventato un personaggio famoso e rispettato, comunque il Papa lo obbligo’ a rinunciare ai suoi esperimenti.
Quella della dissezione era una pratica sporca, notturna, ai confini della moralità.
Era sporca perché, come afferma Leonardo, i cadaveri non si conservavano lungo, doveva quindi lavorare velocemente e in condizioni assai scomode e spiacevoli.
Doveva servirsi di materiale fresco e di strumenti che creava e progettava lui stesso. Per evitare le accuse di eresia praticava le dissezioni di notte e probabilmente da solo, costantemente esposto al pericolo di infezione rappresentato dai cadaveri in decomposizione. Grazie al suo status e al riconoscimento di cui godeva a corte, era riuscito a convincere le autorità a permettergli di eseguire le autopsie, mettendo comunque ben in chiaro che simili ricerche miravano esclusivamente a sviluppare le sue abilità di artista; egli non poté mai nemmeno accennare al suo interesse scientifico per il corpo umano.

Nel Codice Atlantico, Leonardo si definisce “omo sanza lettere”.
Si tratta di un appunto dal tono amaro che lascia trasparire quanto fosse un problema per il genio toscano l’essere ignorante in latino. Possiamo comprendere il motivo di tanta amarezza: nelle corti e nelle università si parlava il latino ed era in questa lingua che si disputava il dibattito scientifico.
Per Leonardo, che aspirava a fare dell’arte una scienza e della scienza un’arte, la conoscenza della lingua dei dotti era pertanto un requisito fondamentale per attirarsi la considerazione del mondo accademico.
Fu così che il giovane artista, nella speranza di colmare le proprie lacune, cominciò a farsi una piccola provvista dei libri che gli sembravano più utili per lo studio del latino: una grammatica un testo di aritmetica, un manuale di chimica, la Storia Naturale di Plinio, e per finire, il Morgante, bestseller del tempo.
I risultati delle sue esercitazioni da autodidatta furono però alquanto deludenti.
Malgrado gli sforzi per imparare il latino siano Documentati dai codici, pieni di esercizi di analisi logica, declinazioni e espressioni latine, è il disegno a rimanere la passione indiscussa di Leonardo. A conferma di una sua vocazione per il visuale che non conosce uguali.

Leonardo usava una strana scrittura speculare, che andava da destra verso sinistra, e spesso iniziava a scrivere dall’ultimo foglio per poi giungere al primo. Questa peculiarità è stata spesso interpretata come un tentativo messo in atto da Leonardo di tenere segreti e incomprensibili ai non iniziati al suo codice i suoi studi. Chi lo considerava un eretico arrivò addirittura a definirlo “scrittore del diavolo” per questa sua particolare caratteristica.
In realtà, si trattava del suo modo naturale di scrivere. I neurologi infatti hanno dimostrato che la sua era un’abitudine acquisita nell’infanzia, naturale per i mancini che non sono stati corretti come Leonardo.
Egli sapeva usare la calligrafia “normale”, ma con difficoltà e solo se indispensabile, come per esempio fece in alcune carte topografiche. Non a caso, Leonardo faceva scrivere ad altri le sue missive e le sue lettere di presentazione.
Leonardo era un uomo cui la scaltrezza certo non faceva difetto.

Quando si recò da Ludovico il Moro, nel 1482, Leonardo portò con sé una lettera di presentazione (non autografa: si fece forse aiutare da un conoscente non digiuno di diplomazia) che era una sorta di curriculum studiato ad hoc. Astutamente metteva in luce le sue abilità di ingegnere militare, proprio in un momento in cui il Moro coltivava l’ambizione di espandere il suo regno, e solo nell’ultimo punto (su dieci) scrisse di ciò che avrebbe potuto fare “in tempo di pace”.
Tutta la parte precedente è un catalogo di opere belliche che prometteva di saper realizzare, dai “ponti leggerissimi e forti” alle “bombarde commodissime et facili da portare”, ai “carri coperti, securi et inoffensibili”.
Non sappiamo quanti di questi progetti furono effettivamente realizzati, e sembra che il Moro in battaglia raramente abbia fatto uso delle macchine leonardesche. Ma la lettera raggiunse il suo scopo.

Non fu facile per Leonardo convivere con la propria versatilità. Stando a quanto riferisce la tradizione, la natura dispersiva di Leonardo gli procurò non pochi fastidi. Sappiamo infatti dal Vasari che la sua inclinazione ad applicarsi a cose diverse nello stesso tempo e a sperimentare tecniche sempre nuove impedì all’artista di portare a termine molti dei progetti a cui stava lavorando. in questo senso emblematica è la storia del grande affresco La battaglia di Anghiari, commissionato a Leonardo nel 1504 per il salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Dopo numerosi studi preparatori, Leonardo decise di realizzare l’opera seguendo una nuova tecnica di pittura murale che prevedeva l’uso di un impasto di materiali. Accorgendosi che i colori non facevano presa, l’artista trascorse l’intera notte insieme ai suoi servitori, cercando con delle fiaccole di far asciugare il colore. Ma i risultati furono disastrosi. All’alba, ormai esausto, Leonardo dovette riconoscere il fallimento dei suoi disperati tentativi, vedendo l’affresco sciogliersi dinanzi ai suoi occhi. Era il 1506; l’opera di Leonardo, abbandonata e mai più ripresa, fu coperta l’anno dopo da un altro affresco, che aveva le qualità per durare nel tempo, ma non il tratto innovativo che contraddistinse le opere del genio toscano.

Segue nella Parte Seconda

Gabriella Bazzani
Leonardo da Vinci, parte prima.
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2 pensieri su “Leonardo da Vinci, parte prima.

  • 22 novembre 2017 alle 20:58
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    Il più grande artista è Gesù di Nazaret, se la Sindone di Torino è un suo autoritratto di natura miracolosa. Al suo interno contiene la perduta o forse solo nascosta Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. Tramite la somiglianza del volto contenuto nell’immagine della ferita al costato della Sindone, con il volto urlante del guerriero centrale, Niccolò Piccinino della Tavola Doria che della Battaglia di Anghiari di Leonardo realizzata a Firenze a Palazzo Vecchio nel Salone dei Cinquecento, riproduce La lotta per lo stendardo. I geni hanno un intelligenza simile nel metodo, producono opere analoghe, e hanno un volto somigliante nella maturità. L’autoritratto di Leonardo ricorda il volto sindonico. Cfr. ebook/kindle. La Sindone di Torino e le opere di Leonardo da Vinci: analisi iconografica comparata.

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