Ingresso delle truppe francesi in Firenze

Era il 27 marzo 1799 quando i francesi entrarono a Firenze, passando attraverso quell’arco trionfale, che era stato eretto sessanta anni prima per la venuta dei Lorena, in piazza di Porta San Gallo, l’attuale piazza della Libertà. Recavano un ramoscello di ulivo nelle baionette perché era il giorno di Pasqua e perché si presentarono come “portatori di pace” . Il granduca di Toscana Ferdinando III di Lorena, che si trovava nel palazzo della Meridiana a Palazzo Pitti, fu invitato a lasciare la città ed in Firenze si stanziarono i “Nuvoloni”, termine con cui i fiorentini chiamarono i francesi dal “Nous voulons “ dei loro manifesti ufficiali. Dopo la parentesi del Regno d’Etruria, durato dal 1801 al 1807, la Toscana dal 1808 era stata formalmente annessa alla Francia e divisa nei tre dipartimenti dell’Arno, di cui Firenze fece parte, dell’ Ombrone e del Mediterraneo. Napoleone conferì il “governo generale del dipartimento della Toscana” alla sorella Elisa con il titolo di granduchessa e la giunta straordinaria di Toscana, presieduta dal generale Jean Francois, barone di Menou, approvò la prima delibera istitutiva del censimento generale della popolazione dei tre dipartimenti per motivi fiscali, di circoscrizione militare e per l’eliminazione del maggiorascato ed altro.

A partire dal 1809 fu apportata una nuova numerazione a tutti gli stabili di Firenze, città che si sviluppava ancora all’interno delle antiche mura trecentesche. Alle case fu assegnata la numerazione progressiva dal n. 1 al n. 8028 ed a questo seguì il censimento della popolazione i cui abitanti risultarono nel numero di 72.978 con 378 capifamiglia.

Il numero 518 fu assegnato ad un palazzo situato nell’allora piazza Imperiale (oggi n. 5 in piazza della Signoria) di proprietà della famiglia Bombicci, famiglia di giudici e notai, appartenenti all’alta borghesia e che solo più tardi acquisiranno un titolo nobiliare, legati anche per matrimonio alla famiglia Ristori di origine senese. Luigi e Guglielmo Bombicci nel 1810 risultavano abitare nel palazzo ed erano i figli di quel Francesco Bombicci che nel 1786, durante il governo del granduca di Toscana Pietro Leopoldo, aveva fatto ristrutturare il prestigioso stabile dal famoso architetto ed ingegnere fiorentino Bernardo Fallani, facendo inglobare anche parte dell’antica chiesa dedicata a S. Romolo, detta anche “degli Uberti”, che era stata soppressa nel 1769 per decreto leopoldino.

Il Fallani, a seguito di questi considerevoli interventi, nel 1786 realizzò anche una nuova facciata in stile barocco fiorentino ed una nuova porta principale, contrassegnata, a patire dal 1810, dal n. 518 e che si apriva sull’allora piazza Imperiale, denominata in precedenza piazza del Granduca, ed oggi conosciuta come piazza della Signoria.

Nel palazzo oltre alla famiglia Bombicci di origini pisane, vivevano anche altri esponenti della borghesia fiorentina, come il mercante di mode lucchese Serafino Cristofani, il fiorentino Leopoldo Burgagni, venditore di gioielli , l’ ingegnere pratese Giuseppe Valentini ed altri, tutti con le loro rispettive famiglie.

Livia Raimondi, purtroppo non esistono immagini conosciute .

In una delle ali più prestigiose del palazzo, in quanto contrassegnata da una “rendita catastale” molto alta per l’epoca, viveva inoltre Livia Raimondi, che tutti conoscevano per essere stata qualche anno prima l’amante prediletta del granduca di Toscana Pietro Leopoldo. Nonostante risultasse maritata, era registrata come capofamiglia e solo due serve, le sorelle Teresa e Camilla, provenienti da Pieve di Santo Stefano, vivevano con lei. Un altro probabile servitore, Riccardo Fiorini, si era trasferito altrove, fuori Firenze, in un luogo non identificato. Lo stato economico di Livia era dichiarato “comodo” e per questo rientrava in quel dodici per cento della popolazione fiorentina molto ricca e benestante.

Livia risultava residente a Firenze da ben 22 anni, vale a dire dal 1788, anno in cui aveva dato alla luce un figlio, nato dall’unione con il granduca. Il bambino non avendo potuto né essere riconosciuto come figlio naturale di Pietro Leopoldo, in quanto concepito fuori dal vincolo matrimoniale e per giunta da un legame con una donna definita “di basse origini”, né potendo avere il cognome della madre, per non rendere ufficiale il legame, risultò alla nascita uno dei tanti figli dello Spedale degli Innocenti ed al quale, solo più tardi, sarà assegnato il nome di “Luigi von Grun”. L’ 8 gennaio del 1788 era nato anche Rodolfo Giovanni, il sedicesimo ed ultimo figlio che Pietro Leopoldo ebbe dalla moglie Maria Luisa di Borbone, figlia del re Carlo III di Spagna, con la quale si era unito in matrimonio ad Innsbruck nel 1765. La sorte di questi due figli del granduca sarà molto diversa: Rodolfo Giovanni sarà avviato alla carriera ecclesiastica, mentre Luigi von Grun a quella militare a Vienna.

Quando nacque Luigi, Livia aveva quasi diciotto anni. Era nata a Roma il 9 ottobre 1770, come risulta dai registri del censimento francese. Il padre Giuseppe, da tutti conosciuto con il soprannome Geppetto di Albani, di professione cameriere, era spesso senza lavoro e la madre Maria Martinelli era dedita ai lavori domestici. Le circostanze, che permisero a Livia di incontrare il granduca di Toscana, furono davvero particolari: nel 1786 Livia si esibiva in spettacoli a Pisa come ballerina ed era stata ripetutamente fischiata da alcuni studenti pisani che sembravano non aver gradito le sue prestazioni. Accompagnata dal padre, aveva chiesto udienza al granduca per chiedere il suo intervento per evitare ulteriori schiamazzi ed improperi durante i suoi spettacoli. Pisa era sempre stata una città molto apprezzata da Pietro Leopoldo, che amava trascorrere lì almeno una parte dell inverno per il clima più mite rispetto ad altre città della Toscana e per l’ambiente culturale molto vivace e stimolante. Sarà appunto a Pisa che il 30 novembre del 1786 firmerà “la nuova legge criminale” con la quale, come è noto, abolì la pena di morte e la tortura.

Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, granduca di Toscana

Il granduca già al primo incontro con Livia a Pisa fu, si dice, subito rapito dalla sua bellezza che fece più “dell’attrazione di Newton o del magnetismo di Mesmer”. “Costei dalle braccia di un caporale di famiglia di Monte – Citorio, passò di colpo a quelle di un Arciduca d’Austria”. Nonostante la differenza d’età, il loro legame si fece molto stretto ed appassionato e sembra che il granduca la colmasse di gioielli, di abiti sontuosi ed anche di libri per arricchirla culturalmente e poter far di lei una dama ben accolta, almeno, da una parte della società. Si racconta che durante le solennità della Pasqua di resurrezione nel 1786 Livia ebbe il coraggio di presentarsi in S. Pietro vestita di gran gala “in abito di raso blu tutta piena di gioie e con il ritratto del Granduca al collo contornato di grossi brillanti”.

I fratelli e parenti di Livia cominciarono a svolgere attività ben remunerate: il padre fu impiegato nella Posta di Pisa ed un cognato di Livia da attore comico di teatro fu sollevato al rango di cavallerizzo della staffa di Sua Altezza Reale. A Firenze Livia, sembra, avesse inizialmente preso alloggio insieme al figlio in un elegante edificio neoclassico, chiamato anche Casino, cioè palazzo con giardino, costruito dall’architetto Fallani tra il 1775 ed il 1778, lo stesso che qualche anno dopo ristrutturerà palazzo Bombicci in piazza del Granduca (l’odierna piazza della Signoria). Dalla datazione della costruzione del palazzo in piazza S.Marco si capisce che è impossibile che fosse stato fatto costruire dal granduca per Livia, come spesso tanti storici sostengono, in quanto all’epoca dell’edificazione quella che sarebbe divenuta la sua futura amante aveva circa otto anni. Più tardi il palazzo verrà modificato all’interno, affrescato per adattarlo alle nuove esigenze e per accogliere sia Livia, sia il figlio Luigi, ma non fu certamente costruito per lei. La denominazione “Casino della Livia” può essere usata a testimonianza solo di una temporanea residenza di Livia nel palazzo.

Nel 1790 Pietro Leopoldo, in seguito alla morte del fratello, l’imperatore Giuseppe II, dovette succedergli al trono, col nome di Leopoldo II e per questo fu costretto ad abbandonare la Toscana.

Prima della partenza Pietro Leopoldo così scriveva a Livia: “Il dispiacere che provo nel dover partire non ve lo so bastantemente spiegare […] Venite francamente e senza paura a ritrovarmi a Vienna […] ed io avrò la felicità ed il contento per me grande di aver vicino a me e poter vedere Livia e Luigi due persone a cui tanto devo e che tanto mi stanno a cuore”.

Livia si trasferì a Vienna insieme al figlio e ad alcuni parenti che erano stati assunti al servizio di Pietro Leopoldo. Iniziò per lei una fase molto difficile e complessa della sua vita. Il clima e l’ambiente viennese non le era confacenti. I nuovi legami affettivi intessuti dall’imperatore forse la infastidivano e demoralizzavano. Il non essere più al centro delle sue attenzioni le procurava incertezza e dopo un breve periodo richiese il permesso di trasferimento in Toscana. In una lettera l’imperatore le rispose con parole affettuose, ma nel rispetto della sua scelta: “Scusate le mie molestie e pensate che presto ne sarete liberata […] Pensate al perché della vostra partenza, al perché mi abbandonate e come io rimango […] Addio”. Mentre Livia era ancora a Vienna, l’imperatore morì improvvisamente il 1 marzo del 1792. La causa ufficiale fu l’aver contratto una malattia polmonare, ma erano in molti a sostenere la possibilità di un decesso per avvelenamento.

L’ imperatore prima della sua morte aveva assicurato già a lei ed al figlio Luigi una rendita che avrebbe permesso loro di vivere…

Fine prima parte segue seconda parte il giorno lunedì 31/07/2017

Marta Questa
Livia Raimondi, storia di un’amante.
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