Il territorio fiorentino è ricco di personaggi che, se pur di umile estrazione e con una scarsa formazione culturale, hanno contribuito, in forma artistica ed esercitando un’influenza politica, a sottolineare i loro relativi periodi storici. Oggi sarebbero chiamati influencer, ma secondo il mio parere non è la stessa cosa, gente come il Lachera o Giovanni Burchiello erano dei chiaccheroni intelligenti. Giovanni Burchiello ebbe l’accortezza di scrivere e quindi di lasciare testimonianza del suo pensiero, scrittura che fu definita dal critico Giuseppe De Robertis “pop art del tempo”.

Domenico di Giovanni, detto il Burchiello nasce a Firenze nel 1404 e muore a Roma nel 1449. Il padre era un legnaiolo e la madre una ricamatrice, non compì studi e il suo lavoro divenne il barbiere, esercitato sin dal 1432 e per questo risulta iscritto alla Corporazione dei Medici e degli Speziali di Firenze.

La sua bottega era in via Calimala e nel tempo la sua clientela si orientò verso letterati ed artisti, addirittura divenne luogo d’incontro di uomini politici e intellettuali. Il tema sovente era una forte antipatia, se non un’avversione, verso la famiglia Medici. Al rientro dall’esilio veneziano di Cosimo il Vecchio cominciarono i problemi del Burchiello. Non vi è certezza se fu esiliato o dovette fuggire, fatto è che passò da Venezia a Parma a Gaeta a Siena sino a Roma dove poi morì.

Il “potere” lo raggiungeva ovunque andasse e a Siena fu accusato, forse anche giustamente, di furto e passò alcuni anni in carcere, nonostante questo, uscito nel 1439 continuò la sua attività di barbiere/poeta. Morì nel gennaio del 1449 per un attacco di febbre quartana.

La sua letteratura era eclettica, si tratta di sonetti che ad una prima lettura possono sembrare incoerenti e con un linguaggio farsesco; con giochi di parola e guazzabugli a metà strada fra il faceto e la satira beffarda. Era davvero un modo “diverso” di scrivere tanto da segnare uno stile, i cosi detti sonetti alla burchia. Il linguaggio, definito dallo stesso autore piratesco, consisteva in un gioco attraverso parole apparentemente slegate e senza senso che attraverso abilità nella metonimia, nella sostituzione, nel paradosso e nell’inversione si riusciva a creare un effetto denigratorio e ilare allo stesso tempo.

Sono presenti circa 85 codici miscellanei su cui sono riportate le poesie del Burchiello e questo rende complessa l’analisi della sua opera a causa di attribuzioni di opere che non sono sue. Solo negli anni 2000 si è avuto un valido riordino dell’opera di Burchiello.

Vi lascio un suo sonetto per assaporarne il gusto.

Domenico di Giovanni, detto Burchiello
Nominativi fritti e mappamondi

Nominativi fritti e mappamondi
e l’arca di Noè fra duo colonne
cantavan tutti “Chirieleisonne”,
per la ’nfluenza de’ taglier mal tondi.
La luna mi dicea “Ché non rispondi?”
et io risposi “I’ temo di Giansonne,
però ch’i’ odo che ’l diaquilonne
è buona cosa a fare i cape’ biondi”.
E però le testuggine e’ tartufi
m’hanno posto l’assedio alle calcagne
dicendo “Noi vogliàn che tu ti stufi”,
e questo sanno tutte le castagne;
perché al dì d’oggi son sì grassi e gufi
c’ognun non vuol mostrar le suo magagne.
E vidi le lasagne
andare a Prato a vedere il sudario,
e ciascuna portava lo ’nventario.

Personalmente credo che la comprensione piena di un simile artista sia possibile solo con una conoscenza storica perfetta dell’epoca in cui avveniva la sua produzione letteraria e solo nella perfetta conoscenza dei fatti quotidiani e dell’uso popolare delle parole e dei termini si può avere la massima soddisfazione nel leggerlo. Per me, confesso, impossibile.

Jacopo Cioni
Jacopo Cioni
Per chi abita in… via Domenico Burchiello.

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