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Porta Romana da Piazza della Calza

Se un fiorentino ti dice “siamo alle porte coi sassi” significa che c’è rimasto poco tempo. Un modo di dire antico che è arrivato anche nel linguaggio di oggi. Chissà, forse sara sostituito, oggi o domani, con un più moderno “datte una mossa” oppure un futuristico “forza movissi”.

L’origine di questo detto si perde in tempi remoti dove per sapere l’ora si guardava il sole o si ascoltava la fame comunicata dallo stomaco; oddio, di grande aiuto erano i campanili cittadini che segnavano con dei rintocchi l’ora e con uno solo la mezza. Si ragiona di tempi medioevali.

Dovete sapere che a Firenze nei tempi sopra-detti le porte cittadine venivano aperte e chiuse ogni giorno. L’apertura avveniva un’ora dopo l’Ave Maria dell’Aurora e poi la chiusura a mezzanotte. Di questo compito si occupavano i Tavolaccini di Palazzo Vecchio sorvegliati dal  Guardaroba Maggiore, una delle cariche più importanti di Palazzo Vecchio. Le chiavi erano conservate in Palazzo Vecchio, due volte al dì i tavolaccini si recavano alle porte e ogni volta riconsegnavano le chiavi al Guardaroba Maggiore. Ma questa è un’altra storia, quella delle porte fiorentine, magari ci facciamo un articolo in seguito.

Tornando a noi, quando si avvicinava l’ora di chiusura coloro che lavoravano o erano a gozzovigliare fuori dalle mura si dovevano affrettare a rientrare o la chiusura delle porte li avrebbe lasciati fuori dalla città. Succedeva spesso che qualcuno si attardasse e come soluzione per comunicare che stava arrivando per far ritardare la chiusura di pochi minuti raccoglieva una pietra e la scagliava contro la porta in chiusura. Questo avvertiva le guardie che, se di buon cuore, rallentavano la chiusura per permettere al ritardatario di entrare entro le mura.

Questa la versione più raccontata a Firenze e forse quella originale del detto “siamo alle porte co’ sassi”, ma esistono altre versioni.

Una versione diversa racconta che dopo aver chiuso le porte venivano spostate delle grosse pietre per puntellare la porta stessa e renderla più sicura. Le guardie sembrava avessero l’abitudine di gridare “siamo alle porte co’ sassi” per avvertire le persone in entrata ed in uscita che stavano per chiudere le porte in maniera che i ritardatari si affrettassero ad entrare o uscire.

Un’altra versione ancora racconta che “siamo alle porte co’ sassi” deriva dal fatto che dopo lungo assedio della città ed esaurite lance, frecce e quant’altro per respingere gli attacchi alle porte i fiorentini si armassero di ciottoli e pietre da tirare agli assedianti; cioè sassi come ultima risorsa difensiva. Anche in questo caso sta ad indicare che il tempo scarseggia, come dire “siamo alla frutta”, “alla fine dei giochi” che fra poco non ci si potrà più difendere.

L’ultima versione che conosciamo assomiglia molto alla prima anche se cambia il contesto, sempre di porte si trattava, ma in questo caso di prigionia nel ghetto. Per farla breve nel 1555 il pontefice Paolo IV Carafa emise una bolla papale detta “Cum Nimis Absurdum”che tradotta in italiano suona “Poiché è oltremodo assurdo”, e su questo concordiamo. Questa bolla papale obbligava gli ebrei, all’epoca detti giudei, a vivere in un ghetto chiuso da mura e porte all’interno della stessa città di appartenenza. Non solo, ma per poter vivere richiusi pagavano l’affitto e anche le guardie deputate a chiuderli all’interno. La storia è ciclica e si ripete all’infinito, ma andiamo oltre.

Sembra che le porte venissero aperte solo la mattina, all’apertura dei mercati e chiuse la sera a chiusura degli stessi mercati. Alcuni ebrei, con regolare permesso, potevano uscire e rientrare dal ghetto solo in quelle due aperture perchè per il resto della giornata le porte rimanevano chiuse. Come dicevamo gli ebrei con il permesso uscivano per gestire i loro affari e procurarsi ciò di cui necessitavano, ma se all’orario di uscita uno di questi ritardava rischiava di non uscire e perdere la giornata. Anche in questo caso veniva scagliata una pietra contro la porta e le guardie fuori capivano e ritardavano la chiusura gridando “è l’è un giudeo!”.

Jacopo Cioni

Siamo alle porte co’ sassi: ‘o che vor di’?
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