Il modo di dire “ANDARE AI TETTI ROSSI” fa riferimento al colore delle tegole degli edifici e, nel gergo fiorentino, espressioni come «smettila, o tu mi mandi a’ tetti rossi!» stanno ad indicare al nostro interlocutore che ci sta, appunto, facendo diventare matti.
Questo è un luogo che tutt’oggi, per molti aspetti, trasuda ancora dolore e sofferenza.
La struttura ospedaliera, fortemente voluta dal Tamburini, eminente psichiatra del tempo, fu costruita su progetto dell’architetto Giacomo Roster e fu inaugurata il 9 Settembre 1890; fu intitolata al grande medico Vincenzo Chiarugi, figura di primo piano nell’ambito della psichiatria fra Settecento e Ottocento, ed ospitò inizialmente i degenti del vecchio ospedale psichiatrico San Bonifazio, sito in via di San Gallo al posto della Questura, ma ben presto il numero di pazienti crebbe a dismisura.
Si pensi che al suo interno furono accolte contemporaneamente fino a 3-4.000 persone (il che, visto e considerato il numero di abitanti di Firenze dell’epoca, voleva dire che un fiorentino su 40 era matto) .
Il nuovo complesso fu progettato come luogo in grado di rispondere alle tendenze che emergevano nella psichiatria del tempo. In questo senso, risulta particolarmente interessante il rapporto che si delineò fra discipline medico-sanitarie e architettura manicomiale.
Ne derivò una struttura a villaggio, costituita cioè da vari padiglioni. È interessante notare che gli edifici dell’ospedale furono distribuiti all’interno di un’ellisse. Sull’asse maggiore, a ovest, si trovavano le strutture mediche maschili, mentre a est quelle femminili. Le due strutture erano collegate da corridoi terrazzati e gallerie sotterranee. I pazienti erano ospitati nei seguenti padiglioni: Tranquilli; Infermi e Paralitici; Semiagitati, Sudici ed Epilettici; Agitati; Pensionario; Sezione Piccoli Paganti.
Sull’asse minore dell’ellisse erano ubicati i servizi di amministrazione (come la direzione), di gestione e funzionamento (come la cucina, la lavanderia e il generatore dei vapori) e di culto (come la chiesa).
Attorno agli edifici fu impiantato un grande parco. Nel 1895 fu realizzato il laboratorio scientifico e nel 1904 il rifornitore idrico, che probabilmente costituisce la prima opera in cemento armato realizzata a Firenze.
Uno dei più grandi (ex) manicomi italiani, il lager di «donne e uomini incarcerati, legati, puniti e umiliati».

      

 
Più tardi, negli anni ’60, ebbe inizio un movimento di liberazione, che culminò con la legge Basaglia, che a partire dal 1978 impose la chiusura dei manicomi in Italia. San Salvi cominciò così a svuotarsi, anche se l’ultimo «ospite», come si era soliti chiamare i degenti, uscirà poi solamente nel 1998.
L’ex-ospedale psichiatrico copre un’area di ben 32 ettari e, costruito in una zona popolare alla periferia di Firenze, rappresentava in tutti i sensi una “città nella città”.
Una piccola città autonoma in tutto e per tutto (dall’approvvigionamento idrico al riscaldamento, dalla mensa alla chiesa, ecc…), in cui una volta entrati non si usciva più. Se ne rese ben conto anche il poeta Dino Campana che fu ricoverato a San Salvi nel gennaio del 1918 e vi rimase per 14 anni.
I vari padiglioni di San Salvi erano tutti collegati da camminamenti sopraelevati, destinati ad uso esclusivo da parte degli psichiatri, che potevano così sorvegliare dall’alto i pazienti come animali in uno zoo. Negli edifici erano state inoltre realizzate delle particolari volte a quattro per avere il massimo effetto di rimbombo così da evitare la comunicazione tra i degenti.
Sì, perché il compito del personale medico era quello di contenere i matti e far passare il tempo, ma senza fare nulla. Le cure, secondo le teorie più accreditate dell’epoca, erano a base di elettroshock, violenze, abusi, farmaci…
A testimoniare le atrocità che avevano luogo in quell’apparente struttura terapeutica, un reportage da pelle d’oca nel 1968, ad opera dei fotografi Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin da cui scaturirà la pubblicazione del libro “Morire di Classe”, un’arma di sensibilizzazione molto forte per la popolazione, per l’espressività e la crudezza delle immagini, ad immortalare il degrado e l’abbandono di esseri umani in condizioni quasi animalesche.
A San Salvi nascevano bambini e questo la dice lunga sui comportamenti dei cosiddetti sani di mente, così come il fatto che gli infermieri venissero selezionati in base alla loro forza fisica.
Ma chi erano gli “ospiti” della cosiddetta “città dei grulli”, come spesso veniva chiamata?
Non erano soltanto matti, ma vi facevano parte anche poveri, omosessuali (lesbiche in particolare), ragazze madri, anziani, i dissidenti del regime fascista, alcolisti, coloro che avevano denunciato “cose assurde” e altri diseredati dalla società civile.
Varcare i cancelli di San Salvi voleva dire necessariamente essere matti perché o già lo si era, o lo si sarebbe diventati comunque.
San Salvi resta una città nella città: ci sono dipartimenti Asl, uffici comunali, sedi scolastiche e universitarie, centri sociali e culturali. L’ex manicomio ospita ancora un centro di salute mentale e alcune residenze sociali. Negli scantinati c’è un archivio storico con le cartelle cliniche anche di fine ‘800.
Ora gli “spenti” e gli “agitati” delle vecchie sezioni risiedono nelle strutture di San Salvi gestite, attraverso la Asl, dalle cooperative. Gente che ha passato una vita in manicomio e che, chiuso, non sapeva più dove andare. Ma ci sono anche nuovi arrivati. Non si finirebbe mai di raccontare e di cercare. Ma il futuro della cittadella è un grande punto interrogativo.
Dalla chiusura nel 1998, 20 anni dopo e per effetto della legge Basaglia (1978), dell’ospedale psichiatrico si dibatte, come per gli altri ex manicomi d’Italia da smantellare, su cosa debbano diventare.
La memoria è un dovere, San Salvi un simbolo e un monito.
Ma manca la volontà per investire e rilevarlo.
E tutto sta andando rovinosamente in malora.
All’interno della struttura esiste una scuola: alcune persone mi hanno detto che si vedono uomini definiti “strani” aggirarsi per le strade del complesso senza apparente ragione di farlo: forse si tratta di maldicenze, forse sono semplici coincidenze, ma la presenza di bambini in questo contesto richiederebbe un controllo accurato.
Ripeto , si tratta di “voci”, che ancora non ho riscontrato, ma ho intenzione quanto prima di fare un giro all’interno del complesso, per vedere con i miei occhi quale sia la reale situazione, poi vi renderò note le mie impressioni.
Quel che è certo è lo stato di profondo degrado di quello che, dopo Boboli e le Cascine, è il più grande polmone verde di Firenze, che potrebbe e dovrebbe essere totalmente ristrutturato e reso fruibile a tutta la cittadinanza, sia come spazio verde, sia come centro di aggregazione e di servizio al cittadino.

(NdR): Cara Gabriella, se tu dovessi dare seguito a questo desiderio sappi che le pagine di FlorenceCity sono pronte ad ospitare qualsiasi tua impressione e considerazione e ti ringrazio per questo bellissimo articolo che ci ricorda che nella bellezza della nostra città non si deve mai scordare anche la bruttezza. Mi permetto di aggiungere, proprio sotto la foto di Gabriella, un video che aiuta a riflettere.

Gabriella Bazzani

I TETTI ROSSI – Viaggio nell’ex manicomio di San Salvi.
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