Questa che vi racconto stavolta è una vecchia leggenda, che, chissà, magari nasconde un fondo di verità!

Il Vicolo dell’Oro, questa stradina nascosta tra le case di Borgo Santi Apostoli, arriva, parallela ad altre viuzze, sul Lungarno Acciaioli, da dove prende uno spiraglio di luce. Il suo nome è affascinante… all’idea di quel metallo, sembra di vedere sul selciato sconnesso un gran luccichio.

Ma non vi è stato mai in quei paraggi un battiloro, né vi ha abitato un ricco signore o un usuraio che, accumulando fiorino su fiorino, trascorresse la notte al fioco lume di una lucerna, a contare preziose monete. E neppure vi ebbero Bottega degli orafi, come nel Gomitolo dell’Oro. E allora, come nasce questo nome, qual è la sua storia?

Il nome del Vicolo ha una storia che ci riporta ad una Firenze medievale, quando fiorivano leggende di maghi, streghe, folletti e cavalieri. Era il Calendimaggio del 1329 e la città si preparava a celebrare la festa della primavera. Nell’aria palpitava una incontenibile gioia, sia per la dolce stagione che per la riacquistata libertà.

Era morto Castruccio Castracani, che aveva progettato perfino di affogare Fiorenza, sbarrando l’Arno alla stretta della Gonfolina, morto era anche Carlo di Calabria, la cui Signoria, conferitagli dal Comune, era costata più di cinquecento Fiorini d’oro.
Dai paesi vicini era giunta molta gente e, tra la folla, si trovarono tre cavalieri appartenenti all’ordine dello Speron d’Oro, i quali, un tempo, erano stati al seguito di Carlo di Calabria.

Rufo, Baldo e Sano, questi i loro nomi, stavano andando ad arruolarsi nelle milizie del Papa che, pare, pagava molto bene i suoi soldati.

Giunsero a Firenze e, dopo essersi uniti ai festeggiamenti per Calendimaggio, aver mangiato e bevuto oltre il necessario fino a notte tarda, vagavano in cerca di alloggio.
Si trovarono, infine, sul Lungarno, e ormai stanchi, si addormentarono in un chiassolo, rischiarato a malapena dalla luna. Risvegliatisi a notte fonda, furono attratti dalla fioca lanterna di un tabernacolo.

Lì vicino si trovava una di quelle locande come ce n’erano tante, frequentate da gente di passaggio. L’oste, un omino rotondo e panciuto, tutto latte e miele, avrebbe voluto alloggiare convenientemente i tre cavalieri, ma la locanda era tutta piena, data l’ora tarda.

I tre giovani lo supplicarono di trovar loro una qualsiasi sistemazione; all’oste rimaneva libera solo una camera, ma c’era un perché.
Nessuno era riuscito a dormirci più di una notte. Il mellifluo albergatore, che era però un uomo onesto, ne spiegò il motivo: in quella camera “ci si sentiva”!
Spesso nel cuore della notte – assicurò – l’intera locanda era stata messa sottosopra dalle grida di terrore di chi l’occupava. I cavalieri risero. Stesse pur tranquillo il brav’uomo: essi avrebbero dormito alla grande per almeno dodici ore. In quanto alla paura, non la conoscevano neppure alla lontana.

L’albergatore rimase persuaso, presa una lanterna, accompagnò per la tortuosa scala i tre clienti fino alla nominata stanza. Era grande, disadorna, con alti letti sormontati da baldacchini che troneggiavano nel mezzo, massicci. Le tende, all’aprirsi della porta, si gonfiarono come vele al vento.

Rimasti soli, i tre giovani si spogliarono e si misero a letto: erano stanchi morti e si addormentarono di botto. Al suono della mezzanotte un profondo silenzio regnava nella locanda, rotto solo da qualche cigolio. Anche nella camera dei tre cavalieri tutto era tranquillo. D’un tratto, si sentì come un alitar leggero. Rufo, che si trovava vicino all’uscita, si sentì picchiare su una spalla, ma, sempre dormendo, si girò infastidito. La stessa sensazione la provò Baldo, che dormiva nel letto di mezzo, poi toccò a Sano, coricato vicino alla piccola finestra.

Ora quel picchiettare si faceva più frequente. Cresceva di intensità. Qualcuno muoveva le coperte.
“Che c’è”! dissero in coro, seccati, i tre giovani. Rispose un leggero lamento. Poi di nuovo silenzio. Poco dopo i cavalieri si sentirono ancora scuotere e udirono nuovamente un lamento: il lamento divenne voce. Qualcuno, con voce cavernosa, bisbigliava all’orecchio di Rufo. Gli suggeriva di esprimere un desiderio… un desiderio… un desiderio… 

Rufo, impaurito come non mai, agguantò uno stivale e lo scagliò nel buio, aggiungendo poi per battuta di volere la gloria, di essere riconosciuto da tutti, la fama. Nel buio vide un bagliore verde, e quella voce gli rispose “L’avrai presto!”
Invano i cavalieri cercarono di riprendere sonno. Quando stavano per riaddormentarsi la voce si rivolse a Baldo, chiedendo anche a lui di esprimere un desiderio… un desiderio… un desiderio!
Baldo, agguantata la borraccia che aveva vicino, la tirò in direzione della voce e disse: “dammi l’amore, una donna che perda la testa per me”. 
Anche a lui, la voce promise che l’avrebbe ottenuto presto.

Venne infine, dopo una mezz’ora durante la quale i tre erano riusciti a riaddormentarsi, il turno di Sano, al quale venne posta la stessa domanda: esprimi un desiderio… un desiderio… un desiderio!

Sano tirò in direzione del fantasma la sua sciarpa e gli disse: “Se senti freddo, mettiti questa sciarpa e vai in pace con Dio. Se vuoi darmi qualcosa, mandami parecchio oro, da farmi vivere senza pensieri e senza pene. Anche a lui venne promesso che l’avrebbe avuto presto, ma lo ringraziò anche di averlo liberato dalla confinatura.

D’un tratto tornò il silenzio e la pace ed i tre dormirono fino a tarda mattina.

Quando si alzarono raccontarono all’oste quel che era loro accaduto e decisero di rimanere ancora un giorno a Firenze; si dettero appuntamento alla locanda dopo cena ed ognuno se ne andò per fatti propri.

Sano, mentre pranzava in un’osteria in Via della Spada, sentì dire che alle tre sarebbe stato impiccato un rapinatore e decise di correre subito a prendere uno dei posti migliori per vedere l’esecuzione. Lungo il cammino si imbattè nel carro che portava il condannato alla forca, e vide che si trattava di Rufo; Sano tentò di chiedergli cosa fosse accaduto, ma riuscì a farsi dire solo che si era trattato di un inganno in cui era caduto. Dopo poco, Rufo pendeva dal cappio.

Un bottegaio gli disse che dopo un’ora sarebbe stata decapitata una donna di malaffare che aveva sgozzato un giovane per rubargli i suoi pochi averi; si trattava di un giovane di passaggio, un certo Baldo… e concluse il suo discorso dicendo sarcastico: “almeno potrà dire che una donna ha perso la testa per lui”.

Sano ripensò a Rufo, che aveva chiesto che tutti lo riconoscessero, ed era stato accontentato. D’improvviso si fece preoccupato e pensò: e adesso, a me, cosa toccherà?

Volò alla locanda per riprendere le sue cose e mentre stava per andarsene vide che da una trave della camera pendeva una correggia di cuoio; preso dalla curiosità l’afferrò e sul suo letto cadde una vecchia borsa di cuoio, che si aprì lasciando uscire una enorme quantità di monete d’oro.

Dopo un attimo di interdizione, Sano si affrettò a far sparire quella piccola fortuna dentro la sua sacca. Anche il suo desiderio si era avverato e lo Spirito si era finalmente liberato.

Pagò il conto all’oste e corse verso la prima chiesa, dove lasciò una bella somma per le messe in suffragio di Rufo e Baldo, dopo di che, dimenticando ogni proposito militare, si rimise in cammino verso casa ed i suoi cari.

Gabriella Bazzani
Un fantasma nel Vicolo dell’Oro.  
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Un pensiero su “Un fantasma nel Vicolo dell’Oro.  

  • 10 luglio 2018 alle 1:10
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    A Gabriella Bazzani: sono molto carine e coinvolgenti le storie che racconti. Complimenti!
    Anch’io sono dell’avviso che le leggende hanno un fondo di verità, ci si ricama sopra, ma in fondo in fondo qualcuno ha trovato dell’oro davvero! Le leggende ci fanno tornare bambini e ci fanno sognare! Belle, a me piacciono molto anche se sono inverosimili, soprattutto se sono raccontate bene come fa Gabriella Bazzani!

    Lucia

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