Antonio Rinaldeschi era un giovane di ventidue anni, un giocatore d’azzardo, un gran bugiardo, sciupafemmine, sembrava che tutti i difetti del mondo fossero concentrati in lui.
Il 20 luglio 1501 Antonio, come suo solito, verso sera si diresse verso l’osteria del Fico nel Chiasso degli Agolanti, per bere e giocare ai dadi. Quella sera la sorte gli fu avversa, infatti perse tutti i suoi soldi, i vestiti ed il cavallo e si ubriacò anche più del solito.
Uscì dall’Osteria che quasi non si reggeva in piedi, pensando che un po’ di aria fresca lo avrebbe aiutato a smaltire la sbronza. Girava per chiassi e vicoli, imprecando e bestemmiando per la clamorosa perdita patita ai dadi; nel suo girovagare ed imprecare, quando arrivò davanti ad un tabernacolo posto in un angolo vicino la piazza degli Alberighi, dove era raffigurata un’Annunciazione, raccolse da terra dello sterco di cavallo e lo gettò sull’immagine sacra della Madonna.
Smaltita la sbornia e rendendosi conto della gravità del gesto compiuto, tentò la fuga verso la campagna, ma le guardie furono più leste di lui, lo rincorsero, lo acciuffarono e lo condussero al Bargello.
In carcere Antonio confessò tutto e si pentì sinceramente, ma la giustizia non ebbe pietà del suo tardo rincrescimento e lo condannò a morte per blasfemia. La sentenza prevedeva il taglio della mano che aveva commesso il misfatto e la successiva impiccagione
“Fu impiccato alle ore una di notte alle finestre del Bargello, ove vi stette tutto il dì, giorno di Santa Maria Maddalena”. Tutta la folla, accorsa per assistere all’esecuzione, non era però crudelmente festante come al solito: c’era un’atmosfera strana, come se stesse avvenendo un braccio di ferro fra il bene e il male: l’anima del peccatore era “disputata dai demoni e dagl’angeli con la vittoria dei detti angeli”.
Il giorno dopo, il povero corpo esibito di Antonio che penzolava dalla Torre della Volognana fu guardato con muto rispetto perché, se le forze divine si erano scomodate fino a quel punto, voleva dire che il sacrilego aveva davvero toccato il cuore di Dio con la sua mortificazione.
Per riparare all’offesa fatta alla Madonna, la famiglia Ricci nel 1508 fece costruire la chiesa di Santa Maria de’Ricci, per proteggere il tabernacolo, che venne collocato all’interno della chiesa, dove ancora oggi si trova una copia dell’immagine vilipesa.
Al Museo Stibbert invece è conservato il dipinto del 1502 in cui in nove formelle viene narrata la vicenda del Rinaldeschi. Si tratta di una pala di Filippo Dolciati, divisa in nove formelle, che narra la vicenda del Rinaldeschi. La successione dei riquadri è la seguente: 

La prima ritrae Antonio Rinaldeschi mentre si trova all’Osteria del Fico giocando ai dadi; nella seconda si vede il giovane mentre raccoglie lo sterco da terra; nella terza è raffigurato il gesto del lancio dello sterco contro il tabernacolo; la quarta ci mostra l’arresto di Antonio; nella quinta viene condotto al Bargello; la sesta mostra il Rinaldeschi imprigionato nella cella; la settima formella espone la scena dei Magistrati che pronunciano la sentenza; nell’ottava Antonio Rinaldeschi, dopo la confessione, riceve l’ultima benedizione prima dell’esecuzione della sentenza di morte; nella nona ed ultima formella, Antonio Rinaldeschi appare impiccato alla Torre della Volognana.

Gabriella Bazzani
Un fattaccio del Cinquecento: Antonio Rinaldeschi
Tag:                             

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.