Palazzo Bartolini Salimbeni.

Questo motto “PER NON DORMIRE” è tutt’uno col la storia che si va a raccontare. Provate oggi a chiedere a qualcuno cosa gli fa venire in mente il cognome Bartolini. Qualcuno vi risponderà il Corriere espresso Bartolini (BRT), altri lo scultore Lorenzo Bartolini, il più famoso scultore purista dell’ ‘800, altri ancora Bartolini il famoso negozio di casalinghi di Via dei Servi, alcune donne diranno Bartolini, quello delle ghiandole omonime, ma c’è una famiglia di origine senese, trasferitasi a Firenze agli inizi del ‘300, che un fiorentino dovrebbe conoscere perchè questa famiglia è stata importante sotto molti aspetti nella storia fiorentina, storia che confina a volte con la leggenda.
Mi riferisco ai Bartolini Salimbeni che nati come Salimbeni cambiarono il loro cognome in Bartolini quando si trasferirono a Firenze, per riaggiungere il loro cognome originario solo nel 1520.
Prima di parlare della storia che li ha resi famosi, all’origine del motto, motto inciso nella pietra del loro palazzo ed addirittura sulla lastra tombale della loro cappella in S.Trinita, bisognerebbe ricordarsi anche di un certo Lionardo Bartolini.

Cappella Bartolini Salimbeni nella chiesa di Santa Trinita. Attraverso la quattrocentesca cancellata si vede L’Annunciazione (1420-24) di Lorenzo Monaco, che affrescò anche le pareti della cappella con le storie della Vergine
Lastra tombale della famiglia Bartolini con il motto.

Qui entriamo nella storia dell’arte: Lionardo ebbe il merito di commissionare a Paolo Uccello nel 1438 le tre versioni della Battaglia di San Romano, capolavori assoluti della fantastica prospettiva del pittore che, con queste opere volle provare tutte le possibilità che questa scoperta fiorentina dava ad un artista.
Se volete oggigiorno ammirare questi capolavori dovete fare un viaggio fra Firenze (Uffizi), Parigi (Louvre), Londra (National Gallery), ma prima tutte e tre le versioni si trovavano appese in un unico ambiente, la CAMERA DA LETTO DI LORENZO IL MAGNIFICO al pian terreno del Palazzo Medici in Via Larga, il quale Lorenzo era riuscito a farsele cedere dagli eredi di Lionardo Bartolini.
Eccoci al punto cruciale della storia o leggenda che sia.
Un Bartolini con altri meranti di Firenze e di altre città erano diretti a Venezia dove doveva arrivare un importante carico di merci a cui erano interessati. La sera prima tutti i mercanti erano riuniti in un osteria per cenare insieme ed il Bartolini mise dell’oppio nelle bevande dei suoi colleghi-concorrenti, i quali si addormentarono tutti profondamente. All’arrivo della nave il Bartolini era solo e ben sveglio, così sveglio che fece letteralmente incetta di tutto il carico, carico che gli procurò un’immensa fortuna.
Ora uno che inganna non si vanterebbe dell’inganno, cosa che fecero invece i Bartolini e lo fecero così spudoratamente da far scrivere ben visibile sul loro palazzo “PER NON DORMIRE“, scritta presente anche sulla tomba della cappella di famiglia nella chiesa Santa Trinita, di fronte al loro magnifico palazzo, palazzo costruito da Baccio d’Agnolo.
Ad accompagnare questo motto un simbolo, più volte ripetuto fu rappresentato, inciso e disseminato un po’ ovunque sul palazzo, il seme di papavero, seme di papavero, mezzo attraverso il quale i Bartolini perpretarono il loro inganno.
In questo palazzo sopra il portone d’ingresso vi è un’altra scritta:
CARPERE PROMPTIUS QUAM IMITARI” (più facile criticare che imitare), scritta rivolta ai fiorentini che avevano aspramente criticato la sua opera.
Per concludere, essi possedevano anche un Palazzo in Via Valfonda (via al centro della cronaca fiorentina di questi ultimi giorni per le variazioni al traffico veicolare nei pressi della stazione).
Ebbene il palazzo di Valfonda aveva uno dei più bei giardini di Firenze, degno di una reggia ed era così grande da lambire la Basilica di Santa Maria Novella ed è proprio sul terreno del loro giardino che nell’800 fu costruita la STAZIONE MARIA ANTONIA, poi ricostruita da Michelucci e conosciuta col suo attuale nome di SANTA MARIA NOVELLA.

Testo e fotografie di

Elio Padovano
Da un inganno, un vanto, da un vanto un motto.
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