Daria Olsoufieff. Chi è questa donna dal cognome quasi impronunciabile?

La contessa Daria Olsoufieff era nata a Mosca nel 1909 nel palazzo di proprietà dei paterni conti Olsoufieff.  In seguito, dopo la Rivoluzione di ottobre, loro fuggirono e il palazzo fu adibito a Casa dello scrittore sovietico. Daria era la terza di cinque figli Asia, Maria (Daria), Alessio e Olga. A seguito dei tragici eventi che scossero la Russia, la sua famiglia come altre della nobiltà russa lasciarono la madre patria. Loro scelsero di stabilirsi a Firenze. Era il 1914.

Il padre di Daria, morto a Firenze nel 1925 a causa di un infarto, lasciando sola la moglie e i figli. Per dare un futuro alla sua famiglia, la contessa aveva chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana per poi poter avviare l’unico figlio maschio Alessio alla carriera militare in Marina, una tradizione secolare seguita sia dal ramo paterno che da quello materno. Troveremo infatti altri nomi nella Marina italiana appartenenti alla nobiltà russa, come gli Antonoff e i Wolk.

Quando Alessio entrò in Marina nell’Accademia navale nel 1928 c’era anche l’ancora sconosciuto Junio Valerio Borghese. Dopo due anni grazie al fratello, Daria ebbe l’opportunità di conoscere l’allora sottotenente di vascello Junio Valerio Borghese in occasione di un pranzo offerto da amici comuni.

In questa occasione Olga e Daria ebbero modo di conoscere il fior fiore dei giovani ufficiali italiani. Daria ricorda che per quella serata le due sorelle presero in prestito dal guardaroba della madre due lunghi abiti neri impreziositi da due rose rosse appuntate sulle scollature. Si misero poi molta cipria bianca e per tutta la serata cercarono di non aprire bocca cercando di darsi arie di grande superiorità.

Qualche giorno dopo Daria entrata in un negozio di libri incontrò di nuovo Valerio e in breve i due si ritrovarono fidanzati. Pochi mesi più tardi, il 30 settembre 1931, si sposarono al Poggio Imperiale a Firenze nella cappella del Popolo inondata per l’occasione da rose bianche e rincospernum, un piccolo fiore particolarmente profumato e tipico dell’ambiente fiorentino.

Junio Valerio Borghese conosciuto in seguito anche come il “principe nero”, è stato un ufficiale di Marina e comandante della Decima Mas. Operò con i suoi equipaggi in eroiche spedizioni per affondare le navi inglesi nel Mediterraneo. Dopo l’8 settembre, deluso da Badoglio e dal re, si alleò con i tedeschi continuando la guerra al loro fianco. Non per motivi politici come molti hanno voluto scrivere, bensì solo per onore e per coerenza verso se stesso, la patria e la parola data all’alleato tedesco con cui aveva condiviso vittorie e sconfitte. Si trovò così coinvolto nella guerra fratricida contro i partigiani, nonostante tutto cercò più volte di collaborare con loro, in special modo con la Brigata Osoppo, quella più democratica, con lo scopo di difendere gli italiani e i territori nazionali tra cui la Dalmazia, l’Istria e la Venezia Giulia dalle truppe slave titine.

Diceva: «In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà. La resa ed il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo.»

Ma torniamo a Daria Olsoufieff (1909-2001), una figura davvero interessante della cultura russa emigrata in Italia. A Firenze viveva in via delle Mantellate, una strada situata nel centro storico della città. Durante il suo soggiorno, era in contatto con diversi intellettuali e artisti dell’epoca. Nota per il suo impegno nell’ambito culturale e per il suo legame con la cultura russa emigrata, la sua casa divenne un punto di riferimento per la comunità sovietica fiorentina. Firenze, per la sua bellezza e la sua atmosfera cosmopolita, ha attratto molte personalità provenienti dall’Europa dell’Est, come da altri angoli del mondo, tra cui molti intellettuali russi che avevano lasciato la loro patria, come gli Olsoufieff, dopo la Rivoluzione d’Ottobre e la successiva instaurazione del Regime sovietico. Daria Olsoufieff è stata una di queste figure, che ha trovato a Firenze un luogo di rifugio, ma anche di produzione culturale.

Non era una nobildonna da salotto e quando il marito partì sul suo sommergibile verso il Mar Rosso, affidò i figli Elena e Paolo alla madre e partì come volontaria della Croce Rossa sulla nave ospedale Urania seguendo la stessa rotta del marito. Quando i due con i figli si stabilirono a Napoli, iniziava la guerra civile di Spagna a cui il marito partecipò.

Junio Valerio non poteva parlare con la moglie dei segreti militari di cui era a conoscenza, come della nuova arma inventata, l’ SLC, il siluro a lenta corsa. Daria sapeva che il marito era un provetto palombaro e sommergibilista e quando gli chiese urgentemente di tradurre dal tedesco uno studio sulle differenze di densità dell’acqua alle varie profondità dello stretto di Gibilterra, non ci mise molto a capire cosa avesse in mente.

Dopo l’impresa di Alessandria in cui gli incursori della Marina italiana comandati da Borghese affondarono due corazzate, un cacciatorpediniere ed una cisterna mettendo in ginocchio gli inglesi, Daria partoriva il suo quartogenito che volle chiamare Andrea, in onore del simbolo della Decima MAS, una croce di Sant’Andrea, aggiungendo anche un secondo nome, Scirè, il nome del sommergibile che comandava il marito durante quella gloriosa ed eroica impresa.

Daria è ancora in Toscana al Mugello ospite di parenti l’8 settembre, quando vede la gente festeggiare per l’armistizio, ma lei sa che è appena cominciato il periodo delle sofferenze. Si precipita a Firenze per raccogliere notizie e trova tutti i militari che fuggono senza divisa, qualcuno addirittura in mutande con zaini enormi sulle spalle.

Corre allora alla stazione dove trova i vagoni strapieni di militari semisvestiti. Guarda quei ragazzi e comincia ad urlare Decima! Decima! Allora dalla confusione emerge un volto, è un marinaio in divisa che le risponde di essere uno della Decima, allora Daria chiede notizie di suo marito e il ragazzo risponde che il comandante ha mandato in licenza tutti quelli che volevano raggiungere le proprie famiglie, ma che lui è rimasto in servizio a La Spezia in Flottiglia. Comincia così il periodo più buio per l’Italia, quello della guerra civile, dell’occupazione tedesca, dei continui bombardamenti Alleati.

Daria rivela che quando il marito arriva a Muggiano per rivederla, si lascia andare ad un pianto liberatorio. Gettando la sua Medaglia d’oro al Valore sul letto le dice di prenderla e di venderla come oro, perché ormai ha perso tutto il suo valore simbolico. Valerio si sentiva tradito dal suo re e dalla Marina. Solo nell’intimità con la comprensiva moglie si era permesso di lasciarsi andare ad uno sfogo, ma mai si fece vedere incerto o scoraggiato dai suoi uomini che vedevano in lui una guida, un padre che sapeva spronarli e guidarli. Questo rivela l’umanità, la personalità e la stoicità di questo particolare personaggio.

Donna Daria aiuterà sempre il marito, sarà presente a Lerici, quando Pasca Piredda sarà letteralmente rapita dall’ufficio di Mezzasoma per ricevere l’incarico con il grado di sottotenente di vascello di responsabile dell’Ufficio Stampa e Propaganda. Sarà Daria a scrivere l’inno della 10ª flottiglia Mas che canteranno i marò, i fanti della Marina. Sarà lei a sostenere il marito, crescere i figli, una donne forte e sempre presente.

Donna Daria allo scioglimento della Decima sarà raggiunta da partigiani ed inglesi che vogliono sapere dove fosse nascosto il marito nonostante lei ne fosse all’oscuro. Venne così arrestata e trattenuta, dapprima nell’Accademia Militare di Modena e poi nella stessa città nel carcere di Santa Eufemia. Ne uscirà dopo venti giorni, ma tornando a casa non troverà più i suoi quattro figli che intanto erano stati tradotti al sicuro a Firenze, chi in collegio, chi presso la villa di una generosa fiorentina.

Il marito intanto era a Roma, in Via Archimede nel quartiere Parioli, in un’abitazione requisita dal Servizio Segreto americano, ma il covo fu scoperto dagli inglesi e Borghese venne mandato nel campo di concentramento di Cinecittà. Così la tenace donna per cercare il marito scomparso, dopo aver visitato inutilmente numerosi campi di concentramento disseminati in Italia, venne a sapere dell’esistenza di quello di Cinecittà. Così si vestì come una stracciona per non farsi notare e cominciò a girare lungo il perimetro cercando di carpire informazioni. Quando scorse dei prigionieri usciti per gettare escrementi e immondizia da cui gli inglesi si tenevano a distanza per il fetore che emanavano, si avvicinò per chiedere informazioni. Scoprì da questi che il marito era recluso in un camerino di una vecchia star del cinema trasformato in cella. Cinecittà era diventata un un lager, era in realtà il Centro studi di cinematografia dell’Istituto Luce, ancora oggi adibito alla produzione di film e di spettacoli. Daria rivedrà il marito nel gennaio del 1945, uscito da Regina Coeli dopo aver scontato quattro anni di carcere, mentre gli altri nove dei dodici inflitti gli erano stati condonati per effetto dell’amnistia Togliatti e del suo glorioso passato.

Donna Daria era considerata una delle migliori traduttrici in simultanea esistenti, conosceva cinque lingue è girò mezza Italia per svolgere questa professione, andò anche all’estero. Fu anche giornalista pubblicista e scrittrice, lascia due libri, uno intitolato “Vecchia Roma”, una guida degli angoli più nascosti di Roma che non appaiono sulle pubblicazioni per i turisti e l’altro è “Gogol a Roma”, più una serie di articoli e numerosi saggi.

Era poi una profonda conoscitrice dell’arte, disegnava e dipingeva con un tratto morbido e spontaneo appreso quando studiava arte a Firenze in gioventù. Un facoltoso miliardario della California le commissionò una serie di teste di uomini che lui considerava avessero lasciato un marchio indelebile nella storia, tra questi il milionario volle che donna Daria scolpisse anche quella di suo marito Junio Valerio Borghese.

Daria Olsoufieff Borghese morì il 5 febbraio 1963 a causa di un incidente automobilistico. Estratta dalle lamiere contorte era ancora viva ma piuttosto malconcia, fu subito trasportata all’ospedale di Teano ma arrivò morta. La sua bara venne posta nel salone del Bernini in quel palazzo di Artena che tanto aveva amato e deposta sul pavimento nudo di terracotta rossa, un antico privilegio, il “more nobilum” che stabilisce che la bara di un nobile debba essere deposta sempre in terra.

Una moltitudine di gente si recò a salutare le sue spoglie, parenti, amici, ma soprattutto artenesi, che vollero vegliarla per ventiquattr’ore dandosi il cambio a turno. Vennero anche da tutti i paesi limitrofi a salutare quella che era ritenuta la vera principessa di Artena. All’inizio le autorità della chiesa rifiutarono che la salma venisse tumulata nella cripta di famiglia nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma (dove sarà poi anche collocata quella di Valerio Borghese), perché la donna era di religione ortodossa. Lei che non vedeva differenze tra un culto e l’altro e che riteneva queste cose secondarie rispetto ai supremi interessi celesti. Al contrario gli abitanti di Artena la accolsero nel loro cimitero, quello adiacente al convento, in un loculo dato in prestito da una famiglia del paese, che sperava di poterla traslare al più presto per portarla nella cripta di famiglia, cosa che avvenne in un secondo momento.

La cerimonia funebre nella basilica richiamò una folla straordinaria composta di parenti, amici, esponenti della nobiltà, compagni di lavoro, letterati, artisti e scrittori, ma anche di gente semplice, come i negozianti, i fornitori e gli artigiani del vicino mercato di Piazza Vittorio che l’avevano conosciuta ed apprezzata quando era in vita.

Il legame della donna con Firenze si ritrova anche nella sorella Olga, che fu sposata con il nobile fiorentino Giovanni Corsini, tenente degli alpini che venne fatto prigioniero dagli inglesi dopo la caduta di Addis Abeba ed imprigionato in Kenya. Dato che il suo aspetto era molto anglosassone e che conosceva piuttosto bene l’inglese, non fu difficile per lui l’impresa in cui coinvolse altri suoi compagni. Durante la prigionia produsse dei documenti falsi e delle divise inglesi riprodotte in maniera ineccepibile che poi utilizzò per una fuga lunga ben 2800 km per raggiungere il Mozambico. Riuscì poi anche a contraffare un bollettino di marcia e le targhe del veicolo su cui avrebbero viaggiato. Di questa storia la Mursia nel 1979 stampò un libro intitolato “Lunga fuga verso il sud” che racconta questa fantastica avventura.

Anche l’altra sorella Assia aveva un legame con Firenze, qui era nata e qui studiò pittura e scultura. Nel 1928 sposò il famoso architetto Romano Busiri Vici. Particolarmente dotata espose per la prima volta le sue opere e miniature quando aveva solo venticinque anni in una mostra a Castel Sant’Angelo a Roma, dove fu premiata con una medaglia d’argento. In seguito realizzò delle vetrate artistiche per alcune chiese romane tra cui quella di San Roberto Bellarmino e quella di San Clemente, poi anche quelle dell’Istituto Luce voluto da Mussolini. Disegnò anche quelle per il padiglione italiano alla fiera di New York nel 1923.

Sul libro di Sergio Nesi dedicato alla biografia di Junio Valerio Borghese, è riportato che nel 1966 dietro ai manifestini tricolori con la scritta Solidarietà Roma-Firenze, che accompagnavano degli anonimi aiuti a seguito della disastrosa alluvione dell’Arno, ci fosse dietro un grande cuore italiano che soffriva per la città… quello degli Olsoufieff Borghese.

Riccardo Massaro
Daria Olsoufieff una vita tra Firenze e Roma
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