Prima parte

Seconda parte

Cerchio fra Guelfi e Ghibellini, ovvero come salvare gli affari e i beni.

Il ramo della famiglia di Perugia, si impegnava per liberare Torrigiano, rivolgendosi direttamente a Manfredi. Purtroppo, il tentativo non andò a buon fine e Torrigiano morì in carcere. Il filo ghibellinismo di Cerchio non è dimostrabile per mancanza di notizie certe, anche se è conosciuto, che durante il governo dei Ghibellini fu membro del consiglio dei Trecento. Non avendo certezze sul passaggio alla fazione vincente, si presume l’abbia fatto per salvaguardare l’attività della Compagnia bancaria e la salvezza dei beni familiari. Con il passare del tempo, cambiò l’atteggiamento di Cerchio e della Compagnia, prevedendo a breve la rovina degli imperiali, la banca prestò ingenti somme di denaro a Papa Clemente IV Guy Le Gros Foulquois e Carlo D’Angiò, spingendo re Manfredi alla rovina e alla morte nella battaglia di Benevento del 1266. Tutto questo mentre su Firenze, governata dai Ghibellini gravava la scomunica. (È una pena prescritta dal Codice di Diritto Canonico, comminato dalla Chiesa cattolica, derivante dal latino antico “excomunicare”, cioè escludere dalla comunità dei fedeli. Molto usata nel Medio Evo, consiste nel non dare o ricevere i sacramenti).

Questi affari con la chiesa ebbero buone ripercussioni per le operazioni mercantili e bancarie per la Compagnia di famiglia, in Francia, Provenza e Lombardia. Cerchio seppe comportarsi bene nel passaggio di potere fra i Ghibellini sconfitti e al loro rientro Guelfi vincitori. Fece parte dei membri del Consiglio dei Trentasei boni Homini e garante per il novembre del 1266, degli accordi fra il Conte Guido Novello dei Conti Guidi Vicario reale per la Toscana, per lasciare la città e rientrare nei suoi possedimenti in Casentino, scortato da tre membri del consiglio. Nel 1267, precisamente nella prima metà dell’anno, avvenne la rottura fra i grandi Guelfi e i popolani. Cerchio si avvicinò ai primi, sentendosi magnate anche se non era di origine nobile, grazie ai loro interessi bancari e mercantili si avvicinarono ai grandi, ricevendo in cambio per alcuni dei familiari l’investitura a cavalieri suscitando l’invidia dei Donati, per la ricchezza posseduta, i bei vestiti, i cavalli e i possedimenti. I Cerchi venivano da Acone in campagna, venivano considerati dai Donati come “salvatici”.

La loro Compagnia bancaria era la più grande in Firenze, lavorava per la Curia pontificia e aveva interessi in Provenza, Francia e in Inghilterra. Erano così conosciuti in Toscana da avere fra i clienti le casate ghibelline delle più importanti: Guidi, Uberti, Ubaldini, tanto da attrarre altre famiglie fiorentine che si legarono alla loro Compagnia e alla Famiglia: i Macci, i Bonizzi, i Cavalcanti, il padre di Beatrice; Folco Portinari. Persino gli Strozzi si avvicinarono a loro, ma si distaccarono, quando intuirono il crollo della Compagnia riuscendo a salvarsi.

Alberto Chiarugi

 

Famiglia Cerchi di Firenze 2° parte
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