Sesta parte
Dante Alighieri va in esilio condannato per una falsa accusa
I Cerchi non alzarono un dito per difendere Dante Alighieri e Dino Compagni, dalla falsa accusa montata ad arte per liberarsi di un personaggio scomodo e incorruttibile, accusato di aver ordito una congiura, dando al falso paciere Carlo di Valois, l’occasione per allontanare da Firenze due dei capi più importanti della parte Bianca e il disfacimento dei beni posseduti. Da parte sua il Podestà, Cante dei Gabrielli da Gubbio appartenente alla fazione Nera, emetteva condanne a morte per i capi più in vista. Questa l’accusa emessa contro di lui: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia) e se lo si prende, al rogo, così che muoia”. Dal Libro del Chiodo – Archivio di Stato Firenze – 10 marzo 1302”.
I Cerchi cacciati da Firenze raggiunsero la città di Arezzo, unendosi ai Bianchi aretini e i Ghibellini li presenti. In quel tempo, Dante era ospite dei Conti Guidi in Casentino, insieme ad altri esiliati si riunirono nel coro dell’Abbazia di San Godenzo. Le famiglie presenti stilarono un rogito notarile redatto dal Notaio Ser Giovanni Buto d’Ampinana, per garantire la rifusione dei danni eventualmente subiti dagli Ubaldini, signori del Mugello, “se fossero stati attaccati da Firenze”. I Cerchi con i Ghibellini tentarono con la forza, di rientrare a Firenze, ma essendo guidati male, vennero sonoramente battuti. I Cerchi appartenenti al circolo familiare Bianchi (la divisione della famiglia in due rami Bianchi e Neri, avvenne prima della scissione dei Guelfi fiorentini in due fazioni con lo stesso nome), rientrarono in città nel 1303 con la mediazione del Pontefice Benedetto XI Niccola Boccassini, succeduto a Bonifacio VIII.


