Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Il 6 ottobre 1308, Corso, venne dichiarato traditore, per i suoi contatti con Uguccione della Faggiola signore Ghibellino della città di Pisa (ne aveva sposato in terze nozze la figlia Elena). Tresca per rimanere al potere avvicinandosi ai Conti Guidi, gli aretini e i Bianchi in esilio. Cercando di impossessarsi della città, ma dovette fuggire venendo ucciso vicino al monastero di San Salvi da Rossellino della Tosa.

Pazzino seguì Carlo di Valois nelle sue battaglie facendosi molto onore. Fu Podestà San Giminiano nel 1311. Tornato in Firenze riprese il suo posto nella politica cittadina, benché si fosse considerato magnate si avvicinò a Vieri dei Cerchi e ai Bianchi. Fu obbligato dai governatori a condannare a morte Masino Cavalcanti uno dei grandi che in odio ai Donati si era avvicinato alla fazione Bianca di Vieri de Cerchi, attirandosi con questa esecuzione l’odio di tutta la famiglia Cavalcanti, che giurarono di ucciderlo.

Dino Compagni nella sua Cronica, racconta come fu ucciso Pazzino. “Un giorno, Paffiera Cavalcanti, giovane di grande animo, sentendo che messer Pazzino era ito sul greto d’Arno a Santa Croce con un falcone e un solo famiglio, montò a cavallo con alcuni compagni, e andoronlo a trovare. Il quale, come gli vide cominciò a fuggire verso l’Arno e seguitandolo, con un colpo di lancia li passò le reni, e caduto nell’acqua gli segarono le vene, e fuggirono verso Val di Sieve. E così miseramente morì”.

Era il 10 gennaio 1312. Dello stesso ramo familiare di Pazzino ci fu Antonio de Pazzi figlio di Andrea, il quale si fece di popolo cambiando il cognome. Con lui si estinse questo ramo.

Andrea nacque a Firenze nel 1372 da Guglielmo de Pazzi e Costanza di messere Andrea de Bardi. Esclusi dalla vita politica cittadina con gli Ordinamenti di Giustizia anti-magnatizi del 1293, venendo considerati magnati. I Pazzi si diedero all’attività mercantile e bancaria. Alla età di diciassette anni si sposò con Caterina Salviati appartenente ad una altra famiglia importante mercantile e bancaria. Da questa unione nacquero sette figli maschi e femmine: Antonio, Guglielmo, Piero, Lena, Albiera, Jacopo, Renato e Apollonia.

La casa di famiglia si trovava nella parrocchia di San Procolo (anticamente chiamata dei Santi Procolo e Nicodeme, oggi si trova in via dei Giraldi all’angolo con via dei Pandolfini). Dal Catasto cittadino si viene a sapere che possedevano altri immobili il cui proprietario era Andrea: Un’altra casa con bottega nella parrocchia di Santa Maria in Campo, casali e poderi e diversi titoli del Monte. Oltre al possesso di due schiave, aveva partecipazioni in società bancarie e commerciali, in botteghe dell’Arte della Seta e vendita di drappi, investimenti privati nell’appalto delle imposte dell’estero, per conto dello Stato fiorentino. Andrea de Pazzi decise farsi costruire nella chiesa di Santa Croce, nel 1423 una cappella di famiglia, commissionata a Filippo Brunelleschi.

Divenne Consigliere del Comune, Capitano di Parte Guelfa nel 1413. Fu incaricato da Cosimo il Vecchio di accogliere a Firenze l’antipapa Giovanni XXIII. Ambasciatore alla Repubblica di Genova nel 1420. Ancora nel 1431 e 1438 Console della Zecca fiorentina. Podestà di Signa e Campi Bisenzio. Sempre grazie ai maneggi del Medici entrò nel ceto popolare, malgrado fosse fatto cavaliere dello Spron d’Oro dal re di Napoli Renato d’Angiò – Valois il “Buono”. Fu console dell’Arte della Lana e Priore delle Arti nel 1439. Andrea aprì a Barcellona alla fine degli anni 20 del Quattrocento una compagnia. Possedette quote di diverse società, nelle più importanti città, europee: Firenze, Pisa, Roma, Barcellona, Avignone, Montpellier e Parigi. Con la corona spagnola fece molti affari nella zona Catalano – Aragonese. Da questa monarchia ricevette salvacondotti e protezione. Il re spagnolo Martino I l’”Umano” d’Aragona, gli concesse la sua personale protezione, definendolo suo “domestic familiar”, tanto da evitargli di essere cacciato dalla penisola Iberica nel 1401. Salvacondotto confermato per lui e per il fratello Domenico nel 1402, ricevendo in cambio dai due fratelli un drappo d’oro. Il legame con il re aragonese si rafforzò con gli anticipi di denaro, non sempre volontari, durante la ribellione del Giudicato d’Arborea in Sardegna.

Alberto Chiarugi
Famiglia Pazzi di Firenze, terza parte
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