Gli antifonari fiorentini di Tofanelli
Prima parte
Sono entrato casualmente in possesso di tre stupendi antifonari del XVIII secolo. Attirato dalla loro particolarità, ho voluto fare delle ricerche sul web per trovare più informazioni possibili su queste pubblicazioni.
Misurano tutti 25 x 18 cm, ma cambia lo spessore a causa del diverso numero di pagine contenute. Il primo è spesso 3,5 cm e contiene 304 fogli; il secondo 4 cm con 365 fogli; il terzo 3 cm con 279 fogli.
Gli antifonari, sono dei messali o libri liturgici, stampati o manoscritti storici e dunque pregiati. La tradizione cattolica attribuisce il primo antifonario realizzato intorno al 600, per volere di papa Gregorio Magno. Fu lui a raccogliere, ordinare e codificare i canti liturgici della Chiesa, ecco da dove deriva il nome “Canto Gregoriano”. Il volume capostipite è noto come “Antiphonarius Cento”. Prima di questo sistema grafico per scrivere le note, esisteva la “Mano armonica”, chiamata anche “Mano guidoniana”, un antico metodo di insegnamento musicale ideato durante il Medioevo. Il suo scopo principale era aiutare i cantori a leggere la musica a prima vista e a orientarsi tra le note. Fu perfezionato dal monaco e teorico musicale Guido d’Arezzo nell’XI secolo. La Mano armonica era una specie di “mappa” disegnata sulla mano umana. Ogni articolazione, punta e falange delle dita della mano sinistra rappresentavano una nota o un’altezza sonora ben precisa. Gli insegnanti indicavano le varie parti della mano con la mano destra. I cantori leggevano i movimenti per intonare la melodia corretta durante il canto. La Mano armonica nasce più precisamente intorno al XI secolo, ma anche con l’avvento degli antifonari continua ad essere usata almeno fino al XVI secolo. Ma quando la scala musicale si ampliò con l’aggiunta di una nota, il “Si”, la mano non fu più sufficiente per eseguire le nuove composizioni barocche.
I miei antifonari risalgono al 1761 come riportato sulle pagine iniziali. La rilegatura in pelle marrone e legno, riporta alla tipica rilegatura dello stile monastico caratterizzata dall’uso di piatti in legno rivestiti in cuoio e con l’aggiunta di decorazioni geometriche impresse a secco sulla copertina. Hanno delle particolari chiusure metalliche che servivano e servono a conservare e preservare le pagine dall’umidità e dalla polvere. Inoltre, attraverso la pressione esercitata durante la chiusura, le pagine non si deformano resistendo al tempo. Le bindelle o fermagli a nastro in metallo, vengono chiuse appoggiandosi su una graffa o dente sagomato. Questo piccolo perno si può chiamare anche tenone o contro graffa. Le borchie metalliche o cantonali sparse sulla copertina, servivano per evitare che questa si rovinasse quando veniva poggiata su un piano o un leggio durante l’uso.
Ogni volume contiene celebrazioni di diverso tipo suddivise nei vari mesi dell’anno. Questi antifonari sono in realtà copie di messali medievali, molto più grandi e meno pratici. Evidentemente si decise di suddividerli ricopiandoli su libri più piccoli, che divenivano più leggeri e facilmente trasportabili. Inoltre, grazie alla stampa, il processo di copiatura diveniva più veloce e meno esoso.
Sul frontespizio del “Proprioum sanctorum” del primo tomo preso in esame, si trova una dedica molto chiara alle liturgie dei mesi estivo/autunnali. Vengono qui riportate le celebrazioni che vanno da luglio a dicembre.
Il testo liturgico, celebra vari santi i cui i nomi sono accuratamente riportati in calce al libro e vergati a mano in un elegante corsivo. Una specifica indica l’uso (“ad usum”) del reverendo Don Giovanni Francesco de Tofanellis, possessore primo e sicuramente mandante dell’esecuzione del testo.
La pubblicazione è stata molto probabilmente fatta a Firenze, così come viene riportato sempre sulla prima pagina.
Il libro è passato sicuramente di mano, si legge infatti sempre alla fine della stessa pagina, il nome dell’ultimo possessore, tale Michelangelo di Frizzi, che sicuramente ha continuato ad usarlo dopo il primo proprietario. Anche il suo nome è scritto a mano in corsivo.
L’inchiostro rosso e nero e i fregi xilografici floreali o decorativi, sono tipici dei libri italiani di questo periodo. Un’altra immagine mostra un timbro rosso parzialmente visibile sopra la parola Florencia.
All’interno di un’altra pagina compare Sant’Anna che insegna a leggere alla Vergine Maria. La scena centrale è racchiusa in un ovale decorato con angeli posti sui lati. Il gatto che si vede accovacciato sulla sinistra, vuole rappresentare l’ambiente intimo, domestico e quotidiano della scena. L’incisione è un classico esempio di stile barocchetto, tardo barocco. Il bordo colorato rosso e nero è stato realizzato molto probabilmente a mano con inchiostro, o dal possessore dell’epoca, o dal legatore al fine di abbellire la pagina.
La stampa è una calcografia ottenuta da un’incisione a bulino o ad acquaforte su matrice di rame. Si notano le sottili linee parallele e gli incroci sul fondo eseguiti dall’incisore per creare un chiaroscuro con cui dare profondità alla scena. La carta su cui sono stampati i volumi è carta antica posata o vergata, Veniva prodotta manualmente ed era composta a base di stracci, lo si evince dalla consistenza e dalle sfumature più scure, macchie prodotte dal tempo.
I testi liturgici stampati in rosso e nero sono tipici dei messali romani pubblicati dopo il concilio di Trento. La notazione quadrata (ovvero come sono raffigurate le note musicali), è conosciuta come notazione vaticana, un sistema grafico tradizionalmente utilizzato per la trascrizione del canto gregoriano. Si tratta di un tetragramma, che a dispetto del più moderno pentagramma, è composto da quattro linee orizzontali e tre spazi, che servivano per limitare l’estensione vocale del canto monodico e permetteva di leggere gli intervalli tra le note, come nella notazione contemporanea.
Prima di Guido d’Arezzo, i musicisti apponevano sopra le parole dei piccoli segni (i neumi) che indicavano se la voce doveva salire o scendere, ma non l’altezza esatta della nota. Bisognava quindi conoscere già il brano a memoria. Intorno al 1025, Guido d’Arezzo ebbe un’intuizione geniale, quella di tracciare delle linee parallele e posizionare le note sopra o negli spazi intermedi. Inizialmente introdusse due linee colorate: una linea rossa per la nota “Fa”, la linea gialla per la nota “Do”.
In seguito, le linee diventarono stabilmente quattro: nacque così il tetragramma. Grazie a questo sistema, chi non conosceva il brano da interpretare, poteva leggerlo e cantarlo correttamente.
Con l’evoluzione della musica e la nascita della polifonia, ovvero l’esecuzione contemporanea a più voci con melodie diverse, le quattro linee iniziarono a non bastare più, perché l’estensione delle note era diventata più ampia. I copisti e i teorici musicali iniziarono così ad aggiungere una quinta linea. Si deve al teorico musicale Ugolino da Forlì degli inizi del XV secolo l’affermazione del pentagramma. Ma esperimenti con l’uso di cinque linee erano già apparsi alla fine del 1200.Nonostante l’invenzione, per molto tempo i musicisti continuarono ad usare righi di ogni tipo, a seconda dello strumento utilizzato. Infatti esistevano persino spartiti che riportavano sei o sette linee.
La definitiva consacrazione del pentagramma a cinque linee come standard universale per tutta la musica occidentale, avvenne nel XVI secolo, grazie alla diffusione della stampa musicale introdotta da Ottaviano Petrucci a Venezia, che impose un formato unico e geometrico per motivi pratici di produzione.
Ma torniamo agli antifonari con il loro tetragramma. Le note graficamente non appaiono tonde, bensì quadrate o romboidali. Queste derivano dallo stesso stile dei vecchi manoscritti: sono i neumi, segni grafici della paleografia musicale medievale.
Il punctum, è la nota singola, che corrisponde ad una specifica sillaba del testo sottostante. Legature o neumi composti, sono gruppi di note unite verticalmente o obliquamente che indicano più suoni da cantare consecutivamente sulla stessa sillaba. Alcune vocali hanno un episema, si tratta di un segno accessorio, un semplice trattino che se posto sopra una lettera, indica il cambiamento musicale dell’andamento ritmico o espressivo.
Sull’estrema sinistra di ogni rigo, anche se qui sono sbiadite o tagliate dalle immagini, venivano posizionate le chiavi antiche di lettura, solitamente erano o la chiave di “Do” o quella di “Fa”. Queste potevano essere spostate in linea per evitare di dover tracciare altre linee supplementari quando la melodia saliva o scendeva troppo. Il custos o guida, è posto alla fine di ogni rigo musicale. Si può poi intravedere un piccolo segno, una mezza nota con una codina, questo simbolo non si trasformava in cantato, perché era esclusivamente usato come promemoria visivo per il cantore, indicandogli in anticipo la tonalità della prima nota del rigo successivo.
L’antifonario riporta la tecnica esecutiva corale in cui due semicori o due gruppi distinti, si alternano cantando versi o strofe spesso racchiusi da un’antifonia iniziale e una finale.



veramente bell’articolo
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Vedendo e leggendo,solo tenendo fra le mani due capolavori di pazienza e di sapiente bellezza ,di grande manualità come questi, come potrà l’intelligenza artificiale superare la umana genialità?
Credo solo in peggio purtroppo…
Bellissimo e approfondito articolo su un’oggetto che, sinceramente, non conoscevo. Una evidente forma storica che non finisce mai di stupire
Grazie!😉