I magazzini dell’olio, la carestia del 1764-67 e le conseguenze dell’editto di Pietro Leopoldo
In occasione di anni di carestia, particolare importanza assumeva l’essere stati previdenti, ed avere per tempo accantonato derrate alimentari e principalmente generi di prima necessità quali grano ed olio.
Ma, a parte i periodi di vacche magre, fu all’inizio del XVIII secolo che il problema di conservare l’olio divenne preminente, poiché questo non serviva soltanto in ambito alimentare, ma anche come mezzo di illuminazione. Nel 1739 la raccolta di olive e, di conseguenza, la produzione di olio fu ridottissima, e l’oro giallo aveva raggiunto prezzi altissimi sul mercato, un po’ come oggi accade con il gas.
Dopo averci battuto il naso, nel 1761 fu pensato di costruire un grande magazzino per riporvi l’olio che l’Uffizio della Grascia aveva requisito.
Nel libro di Giuseppe Conti, “Firenze dopo i Medici“, si legge: “Verso la fine di giugno fu fatta una cosa proprio all’italiana, e specialmente alla fiorentina. Per non trovarsi come negli anni passati alla scarsità dell’olio, fu pensato di costruire un gran magazzino per riporvi l’olio requisito dall’uffizio della “Grascia”, capace di sessantamila barili, ovverosia diciannovemiladugento quintali; e terminato che fu quel vasto magazzino, che arrivava fin sotto Palazzo Vecchio, fu empito di una quantità di orci: alcuni dei quali furono molto tempo dopo, quando vennero trovati, battezzati da qualche sciocco ignorante per quelli della Repubblica!”
Ma dove si trovava questo enorme magazzino, Perché non ne vediamo traccia?
Ebbene, in realtà il magazzino esiste, ci passiamo di fianco continuamente, e non è neanche vero che sia stato costruito alla fine del Settecento: il magazzino è lì fin dal Cinquecento. Lo so che siete curiosi di scoprire dove sia e perché non lo abbiate mai visto: adesso ve lo dico!
Il magazzino era stato scavato nel 1510 sotto la Loggia dell’Orcagna. Ce ne parla Agostino Lapini, nel suo Diario Fiorentino: “Et a dì 18 di detto giugno 1510 si cominciò a votare quella volta che è sotto la Loggia grande di piazza. E quando si fé la detta Loggia, si gittò in volta ma non si votò, né si cavò terra; et ora, volendo fare un poco di fondamento sotto, a dove al presente è la Giulietta di bronzo, per mettervela sopra, acciò stessi più sicura, trovorno che il piano di detta loggia essere gittato in volta. E così ne cavorno la terra, e rimase la volta belle e fatta; che molto piacque al particulare et allo universale: disegnando di subito la Signoria di tenervi sotto l’artiglierie, e vi si tennono di molti anni”.
Dunque, sotto la Loggia dell’Orcagna vi è stato prima un deposito di armi e poi un magazzino di orci di olio.
Per tornare al magazzino di olio da cui siamo partiti, i diciannovemiladugento quintali stipati non furono sufficienti a risolvere il problema, visto che pochi anni dopo “non si trovava olio dai pizzicagnoli”.

Quando poi Pietro Leopoldo promulgò l’editto granducale detto del Libero Commercio, con il quale si promulgava la libertà di “panizzazione” e di circolazione interna dei cereali, la situazione sembrò precipitare.
Sempre Conti scrisse: “Ognuno faceva ciò che voleva senza freno e legge e costringeva i poveri che avevano necessità a comprare la roba al minuto, a pagarla quanto volevano i venditori. Chi conosce gli uomini, e la loro avidità, sa benissimo che non è un far bene al pubblico, il lasciare ad essi la briglia sul collo; perché in tal caso il ricco, e il potente, opprime il miserabile, e si pasce del suo sangue. Infatti dilatata sempre più l’incetta, e sopra ogni genere, e sopra ogni specie, anche più minuta, si dilatò in proporzione la penuria, e la miseria; mentre se l’oggetto della nuova Legge era di fare entrare il denaro nello Stato, questo passava nelle mani dei facoltosi, e gli indigenti si trovarono in breve tempo nella massima desolazione”.
Ci dice sempre il Conti, che prosegue raccontandoci: “L’olio, di cui la Toscana è abbondantissima, pervenne a un costo eccessivo, a segno che la plebe non aveva più modo di comprarlo per vedere lume a lavorare, nelle lunghe sere dell’autunno, e dell’inverno. Le arti tutte e gli opifici incominciarono ben tosto a languire, e particolarmente la lana, e la seta, unici e principali oggetti del traffico dei fiorentini; e ciò produsse l’emigrazione degli artisti, che portarono altrove l’abilità e i segreti della loro professione. In meno di due anni, dopo la pubblicazione del suddetto editto, accaddero in Firenze molti fallimenti di mercanti Setaioli all’ ingrosso, ed a minuto, fra i quali si contarono gradatamente, i Negozi Frescobaldi, Baldi, Cenni, Mori, Anderlini, Boncristiani e Biadi; poi, Rucellai e Stefanini, e molti altri; perlochè si videro errare per la Città e lo Stato, una infinità di sciagurate famiglie che chiedevano pane”.
Chissà perché, ma la prima cosa che mi viene da pensare, leggendo quanto sopra, è semplicemente: CORSI E RICORSI STORICI…
A buon intenditor…



Durante la seconda guerra mondiale, servì da rifugio per alcune statue della loggia e dell’Argentario.