
Il cinema Vittoria era un cinema rionale che si trovava in Via Pagnini a Firenze, un cinema storico che dopo ben sessant’anni di attività fu chiuso nel 2003 e la sua sala fu demolita per costruirvi un complesso residenziale.
Se passo, oggi, davanti a quel complesso che perimetralmente ne ha quasi conservato l’aspetto, uno tsunami di ricordi mi assale e mi porta indietro negli anni della mia infanzia, di una lunghissima parte della mia vita, un film con tanti attori che il destino ha fatto uscire ormai di scena ma che mi scorrono sempre davanti, come una fantomatica moviola.
Ci sono nata in quel quartiere, ci son cresciuta, mi sono sposata, ho fatto figli e ci sono invecchiata. Ormai nei ricordi ci cammino, ovunque vada, qualsiasi strada percorra.
Quando ero piccola io, il cinema era lo svago dei giorni di festa o il premio per un bel voto portato a casa. Noi avevamo vicino il cinema Ausonia, all’aperto, dove i miei mi portavano le calde sere d’estate, o il cinema Faro, la sala parrocchiale accanto alla chiesa. Ma il cinema Vittoria, che per noi era solo il Vittoria, era la sala delle meraviglie, l’ingresso in un mondo fantastico, dove potevi sognare, ridere, sentirti felice, di quella felicità preziosa e leggera che ti permette solo l’infanzia.

Salivamo un’ampia scala davanti all’ingresso, e ai lati erano apposti i cartelli e alcune foto di scena dei films che sarebbero stati proiettati nei giorni successivi … “PROSSIMAMENTE” diceva una fascetta apposta di traverso. Alla destra del vano di accesso il babbo si recava a comprare i biglietti. Ricordo vagamente due file separate da divisori in ottone e gli addetti alla vendita visibili dai vetri delle loro postazioni.
Non andavamo mai in galleria, ci piaceva sederci in platea, su quelle poltroncine in po’ scomode che cercavamo nel buio, fra la selva di teste e i contorni dei cappotti appoggiati sui sedili che, sollevati per farci passare nella fila in cui ancora c’erano posti liberi, spesso restavano incastrati nello spazio che veniva ad aprirsi fra la seduta e lo schienale.
Ma prima di entrare in sala e cominciare a sognare ci fermavamo al piccolo bar per rifornirsi di caramelle. La signora dientro al banco indossava un camice nero con il colletto candido bordato di pizzo e, mentre i miei genitori ordinavano i caffè, apriva degli enormi barattoli di vetro e mi faceva scegliere fra caramelle varie o piccole liquirizie a forma di oggetti, orsetti, macchinine, fiori. Ma quello che amavo di più era una lunga e sottile striscia di liquirizia avvolta su sé stessa fino a formare una morbida spirale e con al centro una piccola sfera di anice. Era bello portarsela con sé nel buio e mentre lo schermo, che a me sembrava grandissimo, si illuminava di colori e di immagini sciogliore lentamente e consumare quel nastro fra i denti succhiandone il sapore dolciastro e pungente.
La maggior parte dei films che ricordo erano le commedie musicali americane, sulla cui quantità di canzoni ci informava l’addetto al controllo e allo strappo dei biglietti davanti alla grande tenda in velluto rosso che proteggeva l’ingresso. Coreografie spettacolari e star come Gene Kelly e Fred Astaire e film iconici come “Cantando sotto la pioggia” o “Un americano a Parigi” e trame piene di ritmo e di ottimismo, con canzoni orecchiabili che poi si ricantavano imitando la fonetica di un inglese sconosciuto senza capirne assolutamente il significato.
Questo fu il cinema dei nostri fine settimana e delle sere speciali fino a che, verso il 1955, in un paese che stava rinascendo, “carico di sogni, di speranze e di buone intenzioni” , apparve la TV e il primo programma a quiz condotto da un quasi sconosciuto Mike Bongiorno. Fu l’avvento di LASCIA O RADDOPPIA, in cui esperti concorrenti di varie materie partecipavano al gioco rispondendo a domande sull’argomento prescelto partendo da un premio di 320 mila lire fino a potere raggiungere il premio massimo di 5 milioni e 120 mila lire.
LASCIA O RADDOPPIA fu un miracolo mediatico che catturò l’intera massa degli italiani ma non avendo la maggior parte di loro una televisione in casa, molti ambienti pubblici, bar e cinema si organizzarono montando nei loro locali e nelle sale di proiezione apparecchi TV per consentire a tutti la visione delle varie puntate del programma.
Il Vittoria fu uno di questi, e ogni giovedì, davanti al telone bianco della schermo su cui sarebbe stato proiettato il film del giorno veniva montato su un piano rialzato un apparecchio televisivo pronto ad essere acceso al momento della messa in onda del programma interrompendo la proiezione del film tra il primo e il secondo tempo.
Fu un periodo di grande fermento, fu quasi un’avventura per noi, per me lo fu e fu indimenticabile, perchè, per prendere i posti a sedere, io, i miei genitori e in quelle occasioni i miei zii e le cugine , ci portavamo la cena da casa, fragranti panini farciti di cotoletta fritta o fette di mortadella, come faceva la maggior parte delle famiglie. Appena si faceva buio in sala e partiva la sigla di Lascia o Raddoppia, col pupazzo Quizzino che ballava un allegro boogie insieme alla sua fedelissima ombra, le mamme scartavano delicatamente queste odorose delizie e le passavano a noi, raccomandando di masticare in silenzio. Per noi era un gioco nel gioco,era qualcosa di intrigante, di elettrizzante, la
novità di cui forse presentivamo l’assurdo e che adesso ricordo con matura tenerezza.

Spesso accadeva che per essere in orario ci vedevamo prima il secondo tempo del film e solo dopo la fine di Lascia o Raddoppia e la ripresa delle proiezioni, ci guardavamo il primo tempo ricollegando alla meno peggio la trama.
Nei suoi sessanta anni di attività il Vittoria ho accolto famiglie e generazioni. Ognuno lo ricorda come lo ha frequentato nel suo tempo, modificato, rimodernato, ma per tutti ha segnato un’epoca, ha condiviso e protetto nel buio strette di mano, illusioni, emozioni e sogni. Oggi appare come un anonimo complesso residenziale ma noi del rione, se ci passiamo davanti, scartiamo idealmente questo moderno involucro che lo avvolge e lo nasconde e ci vediamo ancora lì dentro, nel buio, seduti in quelle scomode e vecchie poltroncine, a vivere storie di celluloide e attese di un lieto fine, fino a che la luce si riaccendeva in sala ed uscivamo fuori nella realtà di un giorno che stava finendo e nel film senza sogni della nostra vita.



La lettura del tuo interessante articolo mi ha fatto ritornare indietro nel tempo quando, a fine anni Settanta durante il periodo universitario, abitavo in via Vittorio Emanuele e frequentavo il cinema Vittoria. Grazie per avermi dato questa possibilità
Mi hai fatto ricoordare anche una buona parte della mia giovinezza … tutto proprio come hai raccontato. Andavo da piazza della Vittoria dove risiedeva mia nonna, sino al cinema domenicale che variava tra Il Faro o il Vittoria che in effetti era ben più gradevole. Poi i miei genitori acquistarona una casa in via Masaccio ed allora il cinema cambiò nome: lì c’era il Portico!
Ben ricordo i due tempi e l’ingresso ad agni momento e potevi entrare quando volevi ed in ogni momento del fim …. dolci ricordi che non si cancellano. Grazie
E più passano gli anni e più si imprimono nel nostro cuore