Quando le nostre mamme ci portavano, da piccole, nei giardini di ville antiche aperte al pubblico, al riparo dalla polvere e dal modesto traffico delle piazze urbane, per noi era stato scelto il parco del museo Stibbert, poco lontano da casa nostra e veramente un’oasi di verde tranquillità.
Vi si arrivava lasciando la via Vittorio Emanuele e inerpicandoci su una strada in salita, chiamata appunto via Stibbert, fino al grande cancello di ferro aperto che si parava dinanzi a noi, interrompendo per un tratto la ripida continuità del percorso che avrebbe raggiunto a breve la vecchia chiesa di San Martino a Montughi. Salivo senza fatica, con la vivace energia delle mie piccole gambe, accanto alla mia mamma che portava borse piene e pesanti: in una le mie rigide e inespressive bambole di celluloide e i suoi ferri da calza infissi nel gomitolo di lana e nell’altra fette di pane e prosciutto avvolte in carta gialla, due bicchieri e e la classica bottiglia di vetro piena d’acqua, chiusa ermeticamente col tappo in metallo e la morbida rondella di gomma.
Venivano con noi le zie e i cugini, due femmine e un solo maschio che alla fine coinvolgeva tutte noi con la sua rossa palla in chiassose partite fra gli ampi spazi d’erba aperti fra i lecci e gli ippocastani. Sulla sinistra, oltre il cancello, c’era il piccolo casotto del portiere. Non so se dovevamo pagare per entrare nel giardino oppure se lui era lì solo per controllare le entrate e le uscite dei visitatori. Ricordo che aveva ormai imparato a conoscerci e sempre ci sorrideva ammonendoci di aver cura delle piante e degli alberi e, sopratutto, di non farci male correndo sulla ghiaia e i numerosi sassi puntuti.
Scendevamo tutti in gruppo per un vialetto corto e frusciante di foglie secche fino al grande prato sottostante. Le mamme si sedevano su bassi muretti in pietra, tiravano fuori gli oggetti per la calza o il ricamo e noi ci lanciavamo nel verde correndo liberi e felici, prima di cominciare i rituali dei giochi.
Ricordo in particolare una piccola collinetta che si apriva sulla strada soprastante e scivolava ripida, fino al prato in cui eravamo. Una specie di scivolo naturale come quello che oggi è in plastica colorata e che si trova in ogni parco giochi. Quello, invece, era solo terra, foglie, polvere e piccole formiche che apparivano e sparivano tra piccoli resti di steli essiccati e fili d’erba, ma che a volte rivelava ai bordi la fresca sorpresa di piccoli garofani selvatici dai dentellati petali rosa. La gara era saperli strappare una volta che seduti sull’orlo del pendio ci lasciavamo andare veloci prima di battere il sedere sul piano di arrivo e chi ne aveva colti di più era l’eroe di quella giornata.
Ma il momento più magico era quando, stanchi di correre e di giocare alle “signore”, ci potevamo allontanare un poco e camminare fra intricate serie di vialetti ricavati fra la boscaglia, con arredi e piccole panchine in pietra, e alte siepi che da piccoli oblo naturali ricavati da cumuli di foglie cadute e reticoli sottili di rami essiccati rivelavano splendidi scorci delle villa.
Sembrava di entrare in una favola viva, lontani dalle voci e dai rumori, in un sogno ovattato e magico fino a scoprire quello che avevamo ormai scoperto da tempo ma che intrigante ci invitava a vederlo di nuovo e a lasciar correre la nostra fantasia in nuove esaltanti e misteriose avventure.
Fra grotte e giochi d’acqua e nella parte inferiore del parco si affacciava, e si affaccia tuttora sullo specchio d’acqua di un lago un piccolo tempio egizio fiancheggiato da un alto obelisco e due faraoni con le braccia incrociate sul petto e nelle mani i simboli del potere regale scolpiti nella pietra a fianco del piccolo ingresso.
Una scala con a lato due leoni e due piccole sfingi affondava nelle acque del lago che, specchiandosi le foglie delle fitte frasche e dei rami fronzuti degli alberi , si tingevano di un verde liquido e scuro sotto cui immaginavamo profondità inaccessibili e inquiete e celate presenze.
Sulla piatta distesa dell’acqua emergevano bianche ninfee nel silenzio perfetto di uno scenario da favola. Era difficile staccarsi da lì quando le voci delle mamme che sapevano dove saremmo stati ci richiamavano per il ritorno a casa. Percorrevamo a ritroso la strada fatta e la luce del giorno si faceva più chiara via via che la boscaglia si apriva davanti a noi.
Si raccoglievano le nostre cose nelle grandi borse, gli abiti delle bambole, tovagliette di carta usate, resti immangiati della merenda. Le mamme riponevano i loro lavori, nuovi fiori cresciuti da fili di seta e forme allungate di maglie di lana avvolte sui lunghi ferri di legno. Sulla strada del ritorno dal parco Stibbert, seduta su una panchina di pietra a lato della strada, una povera donna smaltiva la sua follia gettando piccoli sassi sulla strada. Facevamo quel tratto con timore, gli occhi bassi, i passi rapidi… La chiamavamo “la pazza” e ci faceva paura… Oggi la penso come una povera anima infelice e sola e se passo da lì dove ormai non c’è più nemmeno quella panchina, la penso con tenerezza, come teneri sono tutti i ricordi di quei giorni tremendamente lontani.
Non sono rientrata da anni in quel parco e non lo farò. Qualsiasi albero abbattuto, qualsiasi pietra divelta che ne avesse trasformato l’aspetto turberebbero i ricordi e ferirebbero il cuore. Preferisco “pensarlo” come era stato per me, affronto la salita con il peso dei miei anni e attraverso i battenti di quel grande cancello “carezzo” con gli occhi e trovo col cuore tutto quanto la vita ha ormai spazzato via ma che conservo in me, attimo dolce della mia infanzia lontana e di chi l’ha resa bella ed indimenticabile.



Anche per me il parco di Villa Stibbert mi ricorda la mia infanzia. Ci andavamo raramente, ma lo ricordo con affetto. Il lago con il tempio egizio mi sembrava un luogo così misterioso!
Ci sono tornata anni fa, quando lavoravo lì vicino, per andarci a mangiare il pranzo. Per me è sempre bello, un luogo di pace e tranquillità, immerso nel verde. La cosa più curiosa è che ora, oltre alle cornacchie, ci sono tanti pappagalli verdi. Chissà, forse fuggiti da qualche casa hanno trovato un luogo perfetto per riprodursi.