Il palazzo dell’Antella in piazza Santa Croce a Firenze

di Chiara Martelli e Anna Claudia Palmieri

Piazza Santa Croce e le prime abitazioni trecentesche

Fig. 1: Le cinque case che formeranno il palazzo dell’Antella
Fig.1 – Le cinque case che formeranno il palazzo dell’Antella

Il palazzo dell’Antella, detto anche degli Sporti, occupa gran parte del lato sud di piazza Santa Croce. La conformazione del prospetto potrebbe far pensare a un edificio costruito secondo un progetto unitario ma, dietro la facciata affrescata, si celano le strutture di più case aggregate nel corso dei secoli a partire dall’età medioevale. Le prime notizie di edifici posti ai lati della piazza risalgono tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento. Nella Cronaca di Paolino Pieri, per esempio, nel descrivere l’alluvione del 17 marzo 1301, vengono menzionate le abitazioni delle famiglie Peruzzi e Manieri, che furono costruite, insieme alle altre case del lato sud della piazza, con le prime lottizzazioni conventuali dell’ordine francescano tra il 1250 e il 1350.

Nonostante siano rimaste poche tracce delle antiche costruzioni, sono ben leggibili le strutture murarie principali, quello che appare dall’esterno come un unico grande palazzo è in realtà, all’interno, un edificio frammentato, frutto di continue trasformazioni e molteplici incrementi.
Dall’analisi delle attuali planimetrie e dallo studio dei documenti che attestano il succedersi delle proprietà nel corso dei secoli, è emerso che il palazzo era composto da cinque case: quattro della tipologia a schiera ed una, di dimensioni maggiori, a corte-mercantile.

Fig. 2 – Individuazione delle cinque case sul prospetto

Il Quattrocento: le case delle famiglie del maestro Francesco, dei Ricoveri e degli Arnoldi

A partire dal 1427, anno in cui fu promulgato il primo Catasto fiorentino, si hanno notizie più precise sugli immobili e sui relativi abitanti. In questo documento, divisi per quartieri e gonfaloni, erano registrati tutti i cittadini di sesso maschile con il proprio nome di battesimo, l’età, il mestiere e i beni, immobili e mobili, posseduti dentro e fuori il dominio fiorentino, oltre a tutti i componenti della loro famiglia.
Dove oggi è ubicato l’imponente palazzo dell’Antella, secondo quanto annotato nelle portate del quartiere di Santa Croce, nei gonfaloni del Leon Nero e del Bue, si trovavano in successione partendo da ovest, tre abitazioni degli eredi del maestro Francesco di Ridolfo (IIIª, IVª, Vª), la casa di Francesco d’Agnolo Ricoveri (IIª) e quella di Francesco di Andrea Arnoldi (Iª).

Agli inizi del Quattrocento il maestro Francesco, «medico cerusicho», possedeva un’abitazione molto grande, frutto di accorpamenti avvenuti in precedenza. Nel 1449, una sua nipote, Bartolomea ottenne una parte della casa di famiglia e vi andò ad abitare con il marito Niccolò del Barbigia. La famiglia del Barbigia, originaria di Signa, era arrivata a Firenze verso la metà del Trecento, aveva preso questo nome da un ser Ricovero detto Barbigia, da “Barba Bigia”, per il colore della sua barba. Niccolò, di professione «lanajolo», possedeva un’importante tessitoria nell’attuale piazza di San Martino.

Niccolò e Bartolomea ebbero molti figli ma fu Bernardo, nato nel 1453, che portò avanti la professione paterna e riuscì a incrementare notevolmente il patrimonio di famiglia; raggiunse una posizione sociale così importante che sposò Nannina, figlia di Lodovico Strozzi. Niccolò alla sua morte, avvenuta nel 1501, lasciò il suo cospicuo patrimonio ai suoi figli maschi e donò all’Opera di Santa Maria del Fiore «tre libbre di piccioli» per la costruzione della nuova sacrestia e delle mura della città di Firenze.

Per tutto il Quattrocento la casa dei Ricoveri (IIª) rimase alla stessa famiglia, al contrario di quella degli Arnoldi (Iª) che, dopo esser passata ai Corsi e ad altri proprietari, fu acquistata dai Guardi. La prima raffigurazione di questi edifici risale al 1459 quando Apollonio di Giovanni, su un cassone nuziale, dipinse una giostra in piazza Santa Croce: sullo sfondo sono ben visibili le case in pietra o in mattone con sporti
in legno. Ancora oggi, sotto gli sporti in pietra cinquecenteschi, sono leggibili le tracce di queste antiche murature.

Fig .3 – Apollonio di Giovanni, Cassone nuziale, 1459, Yale University Art Gallery

Il Cinquecento

Durante la prima metà del Cinquecento le case della famiglia del Barbigia furono divise tra due cugini: a Ridolfo toccarono le due centrali (IIIª e IVª) mentre a Niccolò spettò quella più grande (Vª) che in seguito passò alla figlia Maria, moglie di Francesco Biffoli. A partire dal 1579 l’edificio pervenuto ai Biffoli venne chiamato in tutti i documenti la “casa del Pergamo”; questo appellativo derivava dalla presenza, al primo piano, di un balcone ligneo già raffigurato da Giovanni Stradano e Giorgio Vasari nel dipinto nella sala della Gualdrada in Palazzo Vecchio.

Fig. 4 – G. Stradano e G. Vasari, Giostra a cavallo in piazza Santa Croce, 1556-1562

La casa adiacente (IIª) a quella di Ridolfo del Barbigia, alla morte di Francesco Ricoveri, era passata alla figlia Caterina; l’ultimo edificio invece era sempre della famiglia Guardi.

Nel corso dell’anno 1565 l’intera città di Firenze fu interessata da numerosi interventi volti a migliorarne l’aspetto in vista delle nozze di Francesco I con Giovanna d’Austria, figlia dell’Imperatore Ferdinando I d’Asburgo. Importanti opere di riqualificazione riguardarono anche gli edifici di piazza Santa Croce che venne rialzata per permettere il passaggio di un condotto d’acqua per una nuova fontana, come riporta Luigi Verani in data 23 novembre 1565: «l’acqua della fonte di Ginevra […] per un altro condotto va in la piazza di S. Croce, la quale si è rifatta et alzata et quivi su uno di quelli canti si farà un’altra fonte, et a S. Croce si sono mandati giù tutti li portichi dalla banda del pulpito, et rifatti tutti ad un modo che fanno una veduta singolarissima». Anche nel Diario di Agostino Lapini si legge: «nel mese sopradetto [novembre 1565] si assettorno e murorno quelli belli sporti in su la piazza di Santa Croce, che fanno si bel vedere, che sono in fila in sur un’altezza medesima, che prima erano sporti antichi e brutti, ed ora fanno bel vedere».

I lavori agli sporti interessarono non solo le facciate delle case della famiglia del Barbigia ma anche quelle adiacenti. La parte centrale del fronte meridionale prospiciente la piazza appariva come un unico grande edificio, delimitato superiormente da una linea di gronda continua e inferiormente dagli stessi sporti in pietra. Il prospetto era stato uniformato con finestre centinate, quasi tutte della stessa dimensione, disposte sullo stesso asse verticale, anche se a distanze diverse. La piazza in questa nuova veste avrebbe dovuto accogliere «caccie et i calci et altre feste meravigliose», come sottolinea sempre il Verani, per i festeggiamenti delle nozze di Francesco I che durarono dal 18 dicembre 1565, giorno delle matrimonio, fino alla Quaresima successiva. In concomitanza con una di queste manifestazioni, nella parte inferiore della facciata della casa dei Guardi, venne apposto un disco di marmo con due vele, o lune, una verde e una rossa, recante la scritta ALLI X … DI FEBBRAIO MDLXV, che serviva a definire la metà dello steccato in cui si svolgevano giostre, “calci” e tornei.

Il 20 agosto 1565 Caterina Ricoveri, ultima erede della sua famiglia, aveva donato la sua casa di piazza Santa Croce (IIª) al monastero di San Giorgio sulla Costa, dove vivevano le sue sorellastre e dove lei stessa voleva ritirarsi alla fine della sua vita. È possibile che Caterina avesse deciso di cedere l’edificio quando furono stabiliti i lavori alle facciate, infatti nell’atto di donazione si legge che il monastero era obbligato «al disfare et rifare lo sporto nel modo che dal provveditore della parte, per ordine di sua, Eccellentia Illustrissima si ha dato».

In questi stessi anni Ridolfo del Barbigia decise di ampliare le proprie abitazioni (IIIª e IVª) e chiese al monastero di vendergli la casa adiacente alla sua (IIª). La trattativa non andò a buon fine e così pensò di acquistare l’edificio di Raffaello Guardi (Iª), confinante con quello del monastero dall’altro lato, verso la chiesa.

Convinse poi le monache a fare una permuta che avvenne il 6 marzo 1567 (stile fiorentino 1566), come riportato nel loro Giornale di Ricordi.
In seguito a questo acquisto, ai lavori fatti alla piazza e agli sporti, Ridolfo del Barbigia apportò alcune modifiche alle sue abitazioni per trasformarle in un unico palazzo: al posto degli antichi collegamenti verticali in legno venne realizzata una scala in pietra che, in singole rampe sovrapposte, conduceva dalle cantine fino al piano terzo.

Le prime raffigurazioni di piazza Santa Croce dopo questi importanti interventi di riqualificazione appaiono nella tavola allegata al testo di Giovanni Bardi del 1580. In entrambe le immagini è chiaramente riconoscibile, sulla destra della piazza, il palazzo di Ridolfo del Barbigia.

Fig. 5 – G. Bardi, Discorso sopra ’l giuoco del calcio Fiorentino, 1580

Ridolfo del Barbigia morì il 4 gennaio 1573 e venne seppellito nella chiesa di Santa Croce appena rinnovata dagli interventi di Giorgio Vasari. Ancora oggi, sul pavimento della sesta campata nella navata centrale nei pressi del vecchio divisorio, è visibile la lastra terragna con l’antico stemma di famiglia che nel 1572 era stata rinnovata.

Il palazzo passò poi a suo figlio Bernardo, importante mercante attivo in Francia, che dalla moglie Camilla Orlandini ebbe una sola figlia di nome Costanza. Alla fine del Cinquecento il palazzo di Bernardo del Barbigia confinava a ovest con la casa del Pergamo (Vª) e a est con quella di proprietà del monastero dello Spirito Santo (Iª).

Nel 1589 Raffaello Gualterotti raffigurò questi edifici, in occasione dei festeggiamenti per le nozze di Ferdinando de’ Medici con Cristina di Lorena.

Fig. 6 – R. Gualterotti, Giuoco del calcio piazza Santa Croce a Firenze, 1589

Il primo trentennio del Seicento: i dell’Antella e il loro palazzo in piazza Santa Croce

L’11 ottobre 1593, Costanza del Barbigia sposò Niccolò, figlio di Filippo dell’Antella e di Maria Capponi; il padre Bernardo come dote, oltre ad antichi possedimenti di famiglia e ad un’ingente somma di denaro, le assegnò anche il palazzo di piazza Santa Croce. Niccolò apparteneva a un’importante famiglia di banchieri e mercanti di origini d’oltralpe, che nel Duecento viveva tra via della Condotta e via delle Farine, ancora oggi detta canto degli Antellesi. Aveva seguito corsi di giurisprudenza a Padova, Perugia e Pisa dove si era laureato nel 1585 in utroque iure, ossia in diritto civile e canonico.

Fig. 7 – M. Cinganelli, Figura femminile e stemma bipartito

Si era immatricolato all’Arte dei Giudici e Notai per poter così intraprendere non solo la carriera forense ma anche quella politica. Nel 1587 era stato nominato scudiero di corte del granduca Ferdinando I, dopo pochi anni aveva iniziato la sua professione di consultore legale della corte medicea grazie anche all’influenza esercitata dal cugino del padre, Donato dell’Antella (nei documenti riportato come Donato Senior).

Niccolò, una volta stabilitosi nella casa della moglie, vi apportò varie modifiche: sopraelevò quelli che erano i corpi di fabbrica tergali facendoli diventare parti integranti dell’edificio, trasformò la corte interna allineando le aperture e adornandole con eleganti cornici per ottenere prospetti simmetrici e armoniosi. In una stanza al piano terreno fece eseguire da Michelangelo Cinganelli un dipinto di una figura femminile che sorregge nella mano destra una colomba e nella sinistra un cuore, simbolo della unione coniugale; intorno alla cornice vennero raffigurati due stemmi partiti con l’arme del Barbigia, d’oro al leone di nero, e dell’Antella, d’argento allo scaglione di rosso, esplicito simbolo di unione tra le due famiglie.

Sul soffitto della stanza d’ingresso al giardino fu raffigurata l’Allegoria di Firenze circondata dagli stemmi delle sedi dei Vicariati di Toscana. Nella sala adiacente, invece, fu dipinta l’Allegoria della Virtù e nelle lunette fu istoriata la vita di san Francesco. Un piccolo vano voltato a botte con le allegorie della Benignità, Prudenza e Vigilanza è stato attribuito a Bernardino Poccetti. Altre sale vennero decorate da valenti pittori e scultori appartenenti all’Accademia delle Arti e del Disegno, di cui Niccolò era diventato Luogotenente.

Nel 1616 il noto incisore fiammingo, Jacques Callot, nel raffigurare il fronte meridionale di piazza Santa Croce in occasione delle feste del carnevale, immortalò anche la facciata dell’edificio di Niccolò, non ancora affrescata, ma in parte già decorata.

Fig.8 – Jacques Callot, Mostra della Guerra d’Amore, 1616

Nel 1617, a seguito della morte dello zio Donato, Niccolò ereditò tutte le sue cariche politiche oltre al suo ingente patrimonio. Poco prima dell’anno 1620 decise di ampliare la sua casa comprando l’edificio del monastero dello Spirito Santo. Il 26 febbraio 1619 (stile fiorentino 1618) fu effettuato l’acquisto e subito dopo iniziarono i lavori secondo il progetto dell’architetto Giulio Parigi: il primo piano della casa delle monache, svuotato degli antichi tramezzi e dei collegamenti verticali, diventò un grande vano adibito a galleria, unito alle sale di rappresentanza con affaccio sulla piazza.

Nel maggio 1619 iniziarono i lavori di decorazione della facciata che furono affidati ai più importanti pittori attivi in quel momento a Firenze come Giovanni da San Giovanni, Domenico Passignano, Matteo Rosselli, Michelangelo Cinganelli ed altri. Questo ciclo pittorico interessò unicamente la porzione della facciata di proprietà di Niccolò perché al palazzo dell’Antella, a questa data, doveva ancora essere annessa la casa del Pergamo (Vª). Dalla seconda metà del Cinquecento quest’ultima era passata alla famiglia Biffoli come dote di Maria del Barbigia, zia di Costanza. Agli inizi del Seicento, Giovan Battista Biffoli, figlio di Francesco e di Maria, perse tutti i suoi beni; nell’agosto 1619 la casa del Pergamo fu messa all’asta e Niccolò dell’Antella, affiancato dal fratello Cosimo e dal figlio Donato, riuscì ad aggiudicarsela il 5 febbraio 1620 (stile fiorentino 1619).

Nella primavera dell’anno 1620 Niccolò fece completare la decorazione della facciata. Le pitture con storie e allegorie divise in riquadri, alternate da putti e statue a chiaroscuro raffiguranti le Virtù vennero contornate da stemmi, festoni e conchiglie con perle. La decorazione pittorica rappresenta Allegorie delle Virtù e loro effetti e intende esaltare il granduca Cosimo II e la famiglia dell’Antella, sempre devota ai Medici. La porzione della facciata compresa tra gli sporti e la prima cornice marcapiano (escludendo la casa del Pergamo) fu decorata in quindici giorni nel maggio del 1619, mentre l’anno successivo furono necessari solo cinque giorni per dipingere la restante fascia sotto finestra dell’ex casa dei Biffoli, così come sostiene Filippo Baldinucci: «Tutte [pitture] furon fatte in tempo di giorni venti, cioè quelle che occupano lo spazio del primo ordine delle finestre di quellacasa, in giorni quindici, dentro il mese di maggio 1619, e quelle, che al piano del terrazzino occupano lo spazio delle inferiori finestre, in soli giorni cinque, dentro al maggio 1620».

Tra la seconda e la terza finestra partendo da sinistra, tra i due pannelli sottostanti il marcapiano, è stato raffigurato un putto che regge un cartiglio con i nomi dei pittori che lavorarono alla facciata nell’anno 1619. Oggi sono ancora leggibili quelli di Domenico Passignano, Nicodemo Ferrucci, Fabrizio Boschi, Andrea del Bello, Michelangelo Cinganelli, Michele Buffini, Ottavio Vannini e Antonio Guerrini.

Un altro putto rappresentato sul parapetto tra la nona e la decima finestra, partendo sempre da sinistra, regge un cartiglio che riporta la scritta, oggi molto deteriorata: «questo restante della facciata fino al terrazzino fu cominciato da medesimi pittori adì XI e li finì adì XVIII maggio [1620]». Tra i pannelli presenti sotto il marcapiano del piano primo, Giovanni da San Giovanni dipinse un Amorino dormiente, copia del dipinto che fra’ Francesco dell’Antella, durante gli anni trascorsi a Malta, aveva ricevuto dal Caravaggio. Il 20 luglio 1609 il quadro fu inviato al fratello Niccolò per il palazzo di piazza Santa Croce.

In un riquadro all’ultimo piano un’altra figura attribuita a Giovanni da San Giovanni ritrae Donato di Bartolomeo, rappresentato come «un venerando vecchio, sedente in abito senatorio, e appresso un uccello notturno, simbolo della prudenza». Niccolò aveva commissionato questo pannello in segno di riconoscenza nei confronti del cugino di suo padre che tanto lustro aveva dato alla famiglia. Il ciclo pittorico è stato raffigurato e descritto in un disegno attribuito a Giovanni da San Giovanni al cui centro è riportata la dedica al granduca Cosimo: «Con queste Mura i tuoi devotj Antelli / COSMO sacran il Core al tuo gran Nome / impresso mira ogni tuo pregio, e come / … a gloria tua produrre Apelle».

Alla scelta dei temi delle decorazioni partecipò anche Francesco, fratello di Niccolò, noto mecenate d’arte e lui stesso disegnatore, appartenente all’ordine cavalleresco dei Gerosolomitani, rientrato da pochi anni da Malta.

Fig. 9 – Giovanni Da San Giovanni, Allegorie Delle Virtu’ e Loro Effetti, 1620

Una volta terminate le decorazioni della facciata, sopra il portone principale d’ingresso al palazzo, fu apposto lo stemma della famiglia dell’Antella, d’argento allo scaglione di rosso, opera attribuita allo scultore Chiarissimo Fancelli. Sopra il portone Niccolò fece poi collocare il busto del granduca Cosimo II, sempre attribuito al Fancelli. Il legame con i granduchi era molto stretto tanto che Niccolò, Cosimo e Donato riuscirono a ottenere dai Medici l’investitura di cavalieri dell’ordine di Santo Stefano. Per sottolineare l’appartenenza della famiglia all’ordine cavalleresco, i dell’Antella fecero inserire nel ciclo pittorico della facciata del loro palazzo l’insegna dell’ordine con una croce rossa a otto punte su sfondo bianco; lo scudo, retto da puttini, è visibile sopra la seconda mensola a destra del portone principale.

Fig. 10 – Stemma dell’Ordine di Santo Stefano – foto di Gabriele Mantellini

La facciata del palazzo divenne una quinta teatrale facente parte integrante della scenografia dei nuovi spettacoli pubblici barocchi che si avvalevano di apparati sempre più complessi e sorprendenti. L’edificio nella nuova veste seicentesca fu raffigurato, in maniera molto dettagliata, nel disegno di Michelangelo Cinganelli per l’arazzo il Gioco del calcio.

Fig. 11 – Arazzo su disegno di Michelangelo Cinganelli, Gioco del calcio, 1628-1629, particolare

Dal 1630 al 1702: Donato, il suo testamento e il compimento delle sue volontà

Niccolò e Costanza ebbero sei figli di cui quattro morirono in tenera età. L’unico discendente diretto fu Donato dato che la sorella Camilla, moglie di Giovanni Orlandini, a sua volta non ebbe figli. Nel 1630 Donato, alla morte del padre, fu nominato erede universale e nel 1640 ricevette anche l’ingente patrimonio dello zio Cosimo, che dalla moglie, Caterina Alamanneschi, non aveva avuto eredi. Anche Cosimo, come i fratelli Niccolò e Francesco, era stato un grande mecenate e nel suo testamento vengono menzionate diverse opere in suo possesso realizzate da noti artisti come Giambologna, Justus Sustermans, Santi di Tito e Caravaggio.

Donato, molto stimato alla corte medicea, ricoprì importanti cariche; si sposò due volte ma non ebbe eredi e, rimasto vedovo nel maggio del 1665, decise di prendere i voti presso la chiesa della Santissima Annunziata di cui era sovrintendente dei lavori come referente di Mattias e Leopoldo de’ Medici. In questa basilica, nella cappella di famiglia, Donato fu sepolto quando morì il 10 gennaio 1667 (stile fiorentino 1666) all’età di settant’anni.

Nel suo testamento nominò eredi universali i figli maschi della famiglia dell’Antella, in mancanza di questi il suo patrimonio sarebbe dovuto passare per linea femminile ai figli di Caterina dell’Antella e di Lorenzo dal Borgo, Jacopo e Niccolò, con l’obbligo di prendere il cognome e l’arme della famiglia dell’Antella. Per portare a compimento tutte le sue volontà, Donato nominò cinque amministratori e suggerì di redigere «un diligente Inventario» di tutti i suoi beni.

Donato lasciò scritto che i suoi eredi non avrebbero dovuto vendere l’edificio, riportato come «la Casa Grande su la Piazza di Santa Croce Popolo di San Jacopo fra Fossi insieme con l’altra Casa minore detta del Pergamo comprendendo in sustanza tutto quello, che ha la facciata dipinta con il Giardinetto, e tutte sue appartenenze». Dall’inventario è possibile risalire alla descrizione delle stanze del palazzo e soprattutto alla gran quantità di preziose suppellettili e importanti opere d’arte.

Fig. 12 – G.B. Foggini e bottega,
Monumento funebre a Donato dell’Antella, 1702

La galleria, per esempio, custodiva ottantuno quadri con soggetti sacri e profani, tra cui anche il famoso quadro dell’Amorino dormiente di Caravaggio, appartenuto a Francesco dell’Antella, che nel marzo del 1667 fu venduto al cardinale Leopoldo de’ Medici (oggi esposto nella Galleria Palatina).

Nel giardino si trovava una fontana di marmo sormontata da «una tazza di marmo grande con sue base di marmo sopravi una figura di bronzo con tre delfini, che gettano acqua». Otto anni più tardi, nella guida di Firenze del 1677, scritta da Francesco Bocchi e da Giovanni Cinelli, il giardino con i suoi arredi fu decritto come «un bel giardinetto con una fonte nel mezzo sopra la quale è collocata una statua di bronzo di Gio. Bologna bellissima». Si deduce che a questa data nel giardino si trovava ancora la fontana in bronzo con i tre delfini attribuita al Giambologna.

Nel 1702, dopo che il Volterraneo aveva terminato di dipingere la cupola della Santissima Annunziata grazie ai lasciti di Donato, i curatori della sua eredità fecero erigere dallo scultore Giovan Battista Foggini, alla destra dell’altar maggiore, un monumento celebrativo in suo onore.

Dal Settecento a oggi

Solo nel 1735 il palazzo di piazza Santa Croce fu assegnato ai fratelli Donato e Luigi, nipoti di Caterina di Niccolò dell’Antella e di Lorenzo dal Borgo.

Nel corso del Settecento i nuovi proprietari fecero eseguire alcuni interventi per adeguare gli interni ai gusti dell’epoca. Fu realizzato un nuovo portone sulla piazza come ingresso ad una «una scala a pozzo» che consentiva un accesso differenziato a ogni singolo piano della casa del Pergamo: una delle originarie case a schiera medioevali (IVª) venne così completamente alterata. Durante questi lavori purtroppo fu demolito il terrazzino della casa del Pergamo.

Il 7 ottobre 1801 Carlo, ultimo dei dal Borgo, morì senza figli lasciando alla moglie Violante Tedaldi molti debiti. Nel 1824, dopo la morte di Violante, il palazzo fu messo in vendita dato che i beneficiari dell’eredità della Tedaldi, ovvero i suoi domestici, non l’avevano accettata. Il Magistrato Supremo affidò a tre periti il compito di compilare le relazioni di stima rispettivamente del palazzo, delle sculture e dei quadri. Da questi documenti emerge che la statua in bronzo con tre delfini che «gettano acqua» attribuita al Giambologna era stata sostituita con un Bacco di marmo. Nella perizia redatta dallo scultore Gaetano Grazzini la fontana risulta coì descritta: «Una Vasca composta di uno zoccolo di marmo lavorato a Delfini, ed altre figure che regge con degli ornamenti di bronzo una tazza tonda di diametro circa b. 2 e ½ di marmo eguale lavorato al di sotto a figure, e nel mezzo della quale vi è altro zoccolo di Porto-Venere che regge una piccola statua rappresentante un Bacco di marmo alta b. 1 e ½ circa». Dell’antica fontana rimaneva quindi solo la base in marmo decorato con elementi marini. Il Bacco con il suo zoccolo è oggi invece conservato nei depositi del Victoria and Albert Museum a Londra.

Il palazzo, messo all’asta insieme a tutte le opere d’arte invendute alla cifra di 7149 scudi fiorentini, fu acquistato il 15 luglio 1824 dal marchese Antonino di Sigismondo della Stufa che fece togliere dalla facciata la “seggetta di via” ben visibile nel disegno di Giovanni da San Giovanni.

Il 1° giugno 1863, l’edificio passò poi a Giuseppe di Francesco Mariani che ne utilizzò una parte per aprirvi una tipografia mentre affittò il primo piano all’Istituto Pallavicini.

Fig.12- Stabilimento tipografico Mariani ed Istituto Pallavicini, foto 1880 ca.

Pochi anni dopo andò alla famiglia de Nobili che nel 1904 lo lasciò all’Istituto Oftalmico Fiorentino. Il 5 dicembre 1923 fu acquistato dalla signora Francesca Hartz e dal marito Delfino Cinelli. I coniugi iniziarono importanti lavori di ristrutturazione dell’edificio e, dopo anni di incuria, decisero di restaurare i dipinti della facciata. Da allora la famiglia si è sempre presa cura dell’immobile.

“© 2026 MARTELLI-PALMIERI. Tutti i diritti riservati”

Tratto dal libro: Chiara Martelli, Anna Claudia Palmieri, Il palazzo dell’Antella in piazza Santa Croce a Firenze. Storia, famiglie e vicende costruttive dal Quattrocento ad oggi, Ed. Mandragora, Firenze 2022

Chiara Martelli e Anna Claudia Palmieri
Il palazzo dell’Antella in piazza Santa Croce a Firenze
Tag:                                 

2 pensieri su “Il palazzo dell’Antella in piazza Santa Croce a Firenze

  • 28 Aprile 2026 alle 13:38
    Permalink

    Lavoro eccellente che denota profonda conoscenza della storia e dell’arte in Firenze attraverso i secoli. Analoga ricerca dovrebbe essere svolta sui palazzi più rappresentativi della città. Complimenti alle autrici del libro che in questa sintesi é stato ridotto nei suoi riferimenti più strettamente tecnici e riproposto in una forma più divulgativa ma non meno interessante e, direi anche, e affascinante: un palazzo come sintesi di secoli di storia e di civiltà che Palmieri e Martelli ci hanno rivelato con un appassionato studio..

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.