Il Teatro Comunale di Firenze si trovava in Corso Italia, e occupava circa mezzo isolato prospettando a sud su Corso Italia , a ovest e a nord su via Magenta e Via Solferino. Aveva una capienza tra palchi, galleria e loggione di 1800 persone. Fu inaugurato nel 1862 e il 1 maggio del 44 fu gravemente danneggiato dai bombardamenti nell’intento di colpire i vicini depositi ferroviari.
Io nacqui nell’ottobre dello stesso anno e il teatro rinacque nel novembre del 45 come io l’ho conosciuto dopo vari lavori di adeguamento intervenuti nel corso degli anni cinquanta.
In casa mia si è sempre respirato aria di musica. La mia mamma ascoltava da bambina le opere di Puccini con l’orecchio incollato alla galena e Tosca, Mimì, Butterfly erano storie che lei mi narrava, accennando i motivi delle romanze più famose, commossa e intenerita da quelle melodie che sapevano così tanto penetrare nel cuore e muovere inspiegabili dolcezze nella mia piccola anima. Crescevo con la musica e la musica con me, rivelandosi nel tempo come la forma d’arte più sublime. La musica è invisibile e intangibile, è spirito puro, è emozione che arriva dritta al cuore, ti conforta nella tristezza e ti esalta nella gioia. Quando più tardi cominciai a studiare pianoforte la mia maestra scrisse sull’album dei ricordi che quasi tutti avevamo questa dedica che nel corso della vita ho spesso riletto col pensiero: “ La musica sia l’eterna compagna della tua vita. Essa ti conforti il cuore e rallegri l’anima”.
Il rapporto col Teatro Comunale cominciò a intensificarsi verso i sedici anni. Io e molti dei miei amici non perdevamo un concerto e da buoni studenti squattrinati non potevamo che permetterci il loggione attingendo ai soldi della paghetta. Attendevamo l’apertura della porta laterale del teatro cercando di guadagnare l’ingresso tra il capannello di gente che si formava e salivamo di corsa le strette scale per arrivare tra i primi e accaparrarci i posti migliori. Spesso, però, dovevamo utilizzare a turno una sola sedia trovata libera e seguivamo il concerto un po’ affacciati alla balconata per guardare l’orchestra e il solista e un po’ seduti per riposare lasciando che la musica salisse fino a noi e la potessimo godere ad occhi chiusi.
Ricordo che allora si acquistavano i biglietti direttamente presso il teatro e un ragazzo arrivava prestissimo da Pistoia e dormiva nel sacco a pelo per essere tra i primi alla apertura della biglietteria e assicurarsi il posto per il concerto del sabato.
Sul palco del Teatro Comunale ho visto e sentito esibirsi interpreti che sono passati alla storia…Arturo Benedetti Michelangeli e il suo profilo “lunare” che incantava quando suonava Debussy, Arthur Rubinstein, Sviatoslav Richter ..… Rubinstein, se suonava Chopin e il concerto n. 1 op.23 di Tchaikovsky, qualche volta arricchiva di piccoli tocchi personali la melodia e noi, che lo avevamo sentito ormai molte volte suonare quel brano, ci guardavamo sorridendo e apprezzando ancor di più la sua grande abilità.
Diventata moglie e mamma non ho interrotto il mio appuntamento musicale: il sabato al teatro Comunale, la domenica alla Pergola con gli Amici della Musica. E se nel corso della settimana ci capitava la disponibilità di poter utilizzare abbonamenti di nostri amici che non potevano quel giorno andare a teatro, non lasciavamo cadere l’occasione. E’ successo che all’ultimo minuto abbia interrotto di preparare la cena e sia corsa in teatro con un abito cambiato in fretta e sulle mani un leggero odore di fritto.
Il periodo più bello fu quando Riccardo Muti divenne Direttore Stabile del Maggio. Ho dei ricordi bellissimi con lui. Lo aspettavamo alla fine del concerto dopo l’uscita dei coristi e degli orchestrali. Aveva folti capelli nerissimi e un impermeabile chiaro legato in vita e si fermava sempre con noi, disponibile e cordiale, parlavamo insieme del concerto che aveva diretto e rispondeva ad ogni nostra domanda , anche alla più banale. Quando portò in programma l’Alexander Nevsky di Prokofiev dette vita ad una esecuzione di grande impatto creando una atmosfera di forte intensità emotiva , una esperienza musicale memorabile per tutti noi. Restammo a parlare con lui fino a tardi, nessuno aveva voglia di tornarsene a casa, nessuno sentiva il freddo della sera.
Dov’è il mio Teatro adesso, la sua atmosfera, la sua sacralità in cui penetravamo ogni volta che le luci discrete del suo atrio ci separavano dalla nostra realtà predisponendoci al sogno delle armonie?
Dove, fra il rosso dei velluti, si apriva il grande invaso a conchiglia della sala, con il soffitto concavo tempestato di luci come un cielo carico di stelle?
E Dove il golfo mistico da cui salivano suoni leggeri dagli strumenti accordati dagli orchestrali, come un piccolo anticipo di quella melodia che sarebbe dilatata fino a noi?
Ho perduto un amico, uno dei tanti che sono ormai spariti dalla mia vita. Un amico col quale ho diviso molti anni, molte emozioni, molti ricordi. Il Comunale non era un teatro, era “il teatro” per noi fiorentini di un tempo, il teatro come lo intendevamo noi e come lo avevano inteso tutti i compositori nella loro epoca.
Dove Mimì era una piccola fioraia nella Parigi dell’ottocento come la aveva scoperta e amata Puccini leggendo sulla Rive Gauche la Via de Boheme di Henry Murger o Tosca, la infelice amante nata dalla penna di Sardou nella Roma del 1800, senza trasposizioni in tempi e costumi diversi.
Tutto cambia, tutto passa. E dobbiamo imparare a guardare col cuore quello che gli occhi non vedono più e che faceva parte del nostro quotidiano. Accettare i cambiamenti, lasciare il passato al passato è quanto dobbiamo ormai fare. Ma oggi, passando da Corso Italia, se posso cercare quello che non c’è ridisegnandolo soltanto dentro al mio cuore, vorrei almeno non vedere quello che c’è al suo posto e lo sfregio che offende Firenze, il suo splendido skyline e la sua splendida storia.


