La redazione della Rivista Fiorentina, nella persona della sua co-direttrice Gabriella Bazzani, ha avuto l’idea di far scrivere ai suoi componenti alcune righe rivolte a Firenze rispetto a questo particolare momento. Articoli in libertà, pensieri, poesie. Li riportiamo qua sotto a disposizione del lettore, che ne possa trarre sentimento.


Silenzio. Deserto. Atmosfera spettrale.
Sembrano immagini uscite da un film di fantascienza, quelle che vedo scorrere sulle pagine dei social.
Com’è possibile, quand’è accaduto, perché?
La ragione mi tiene confinata tra queste quattro mura, il cuore mi vedrebbe correre, aggirarmi per le strade del centro, in cerca di una spiegazione, alla ricerca di un senso a tutto ciò.
Fa male, molto male, vedere la tua città, che ami con tutto il cuore, ridotta così.
Pensi e ripensi a tutte le volte che ti sei lamentata dei troppi turisti, dei mangifici, dei venditori abusivi, dei bivacchi sotto la statua del Perseo; quante volte hai dovuto aprirti una breccia nel muro compatto dei visitatori, quante volte avresti voluto avere una bacchetta magica per farli sparire, così, di colpo, per qualche minuto, per goderti in pace la TUA Firenze.
E ti viene il dubbio di averla avuta per le mani, quella bacchetta, e di non averla saputa usare.
Hai cancellato tutto, proprio tutto, e non te ne capaciti.
E’ rimasta solo la bellezza, imperante, trionfante, magnificente, ma triste, solitaria, abbandonata a sé stessa.
Se fosse possibile uscire, se potessi camminare per quei vicoli stretti, per le stradine del centro, sentirei il rumore dei miei passi, pesanti come macigni. Sentirei l’affanno del mio respiro, rotto dall’emozione.
Sentirei il calore delle mie lacrime, che cadendo scavano un solco sulle pietre del selciato.
E con lo sguardo andrei a cercare quelle figure che credevo mi disturbassero… il caricaturista sotto il Loggiato degli Uffizi, il ragazzo con la chitarra che suona su Ponte Vecchio, i Madonnari che dipingono in Calimala, il chiosco del lampredotto al Mercato Nuovo.
Vorrei maledire le code infinite per entrare in Duomo, alla Galleria dell’Accademia, agli Uffizi.
Vorrei, ma non posso. Posso solo rimanere atterrita, inerme, confusa, inetta, inadeguata.
E non rimane che aggrapparsi alla speranza.
Dormi, Firenze… riposa tranquilla. Domani ti risveglierai, ci risveglieremo tutti insieme da questo incubo e riprenderemo a vivere, a gioire, a cantare, con allegria, con amore, con una nuova consapevolezza ci rimboccheremo le maniche e ripartiremo.
Perché noi ci rialziamo, sempre, più forti di prima.

Gabriella Bazzani

Ho visto l’alba irraggiarla.
il suo cupolone illuminato
sino a che il giorno è volato,
e dal mattone è tramontato.

Ho visto la notte abbracciarla,
il nero oscurarla
velarla di mistero
ma poi riapparir il pensiero.

Ho visto la pioggia carezzarla
con ritmo fremente lavarla.
Il vento asciugarla
la brezza coccolarla.

L’ho vista anche ferita
non bagnata ma riempita
detonata e maltrattata
persino affittata.

Mai però l’ho vista nuda
svestita lasciata
desertica, trascurata,
decisamente amareggiata.

Resisti amica mia
il tempo scivola via
anche se meno saremo
sempre per te vivremo.

Jacopo Cioni
Jacopo Cioni

Sono un vecchietto confinato in casa. La mia giornata inizia portando fuori il cane per la giratina mattutina. Mi vesto metto la mascherina, e mi avvio. Qui dove abito, a Novoli, il traffico quasi non c’è più. Qualche sporadica macchina passa per la via. Il tram deserto riempie di rumore l’aria. Incrocio da lontano un’altra persona che porta fuori il suo amico a quattro zampe. Giungo all’edicola, compro il giornale, sbircio la prima pagina, purtroppo i colpiti dal virus sono leggermente calati, ma sono aumentati i morti. Sono tutti della mia generazione, che tristezza! Dopo essere rientrato nella clausura volontaria, colazione, doccia e lettura del giornale. Pranzo, e poi al pc. per svagarmi scrivendo qualcosa. Mio figlio fa il portiere in un albergo chiuso, quando ci lascia per andare al lavoro ci lascia un gran vuoto. Più tardi faccio la video chiamata coi miei nipoti. Il piccolo di 10 anni piange perché non può venire a trovarci. Mia moglie piange, io ho il magone. Tutte le sere una storiella, per tranquillizzarlo e la promessa di andare tutti insieme al mare in gita. Spero che tutto questo finisca prima possibile, mi auguro che quelle persone che escono infischiandosene dei divieti rimanga in casa. Non ne posso più di questa prigionia. Voglio tornare a girare per Firenze senza divieti, magari sacramentando contro le orde dei turisti che ci invadono, e non portano rispetto alla nostra città. In ultimo ho ricevuto una pugnalata, per Pasqua niente scoppio del Carro. Mi ripeto che tristezza!

Alberto Chiarugi

“Se questi muri potessero parlare”… Quante volte abbiamo sentito questa frase? E certo i muri, le pietre, i palazzi e le chiese di Firenze se potessero parlare ne avrebbero da raccontare! Più di duemila anni di storia, intrighi, arte, cultura, bellezza. Anche epidemie tremende, come la peste del 1348… E quando tutta questo orrendo incubo che il mondo sta vivendo sarà finalmente solo un ricordo, le pietre di Firenze racconteranno anche di quando i suoi racconti di bellezza cadevano in un silenzio assurdo, irreale, che non si era visto da quasi un secolo: da quando la città, ferita ed agonizzante, era piombata in quel silenzio tragico che preludeva ad uno dei momenti più bui della sua esistenza. Quello in cui le mine dei tedeschi ne avrebbero devastato il corpo dall’epidermide fin nei tessuti più profondi, lasciando, dileguatesi i fumi delle esplosioni, una straziante scia di distruzione e di umanità disperata, ma non arresa. Il racconto della sua bellezza, solo visivo per i più superficiali, più multiforme per quelli più o meno sensibili, attira a Firenze milioni di persone ogni anno. Queste persone sono quelle a cui spesso pensiamo come un problema, un fastidio, uno sfregio e magari li apostrofiamo con la nostra famosa ironia tagliente. Non sono pensieri sbagliati, perché se racconti una storia bellissima in mezzo a una folla vociante di migliaia di persone, finisce che quasi nessuno la sente. Ma quelle sono anche le persone a cui Firenze ama raccontarsi, sono ciò che la fa rimanere in vita e le permette di arricchire il suo racconto con parole nuove. Firenze non è un album di figurine, non è un film muto. E’ una città viva e vitale, coi suoi difetti e limiti, che per pulsare ha bisogno della gente così come un cuore ha bisogno del sangue per battere. Ha molto da insegnare ma ha anche da imparare. Un giorno, spero vicino, questo silenzio che strazia finirà, questo vuoto che inquieta si riempirà di nuovo di umanità, e allora “Fiorenza”, come una vecchia signora che ne ha passate un po’ di tutti i colori ma ancora sa far girare la testa, tornerà a far battere i cuori di chi la vive tutti i giorni da vicino, di chi la sfiora solamente per un attimo e di chi la sogna da lontano.

Enrico Bartocci
Enrico Bartocci

Essendo nato nel 1944, dopo avere superato la festosa accoglienza delle sirene per le incursioni aeree ho avuto la ventura di godermi il periodo più lungo della storia in cui il nostro continente sia stato immune dalle guerre. Vantaggio non da poco, considerando che mio padre s’era fatto ben quattro anni in armi e mio nonno, essendo un militare, credo che di guerre se ne sia fatte ben tre.
In assenza delle guerre il mondo attorno alla mia famiglia non ha mancato di darci qualche emozione: crisi cubana, alluvione, guerra del golfo, torri gemelle, crisi finanziarie mondiali ed eventi minori. Tutte situazioni nelle quali avevamo la percezione di essere una nullità, un filo d’erba che in ogni momento avrebbe potuto essere calpestato, disseccato, sbarbato, travolto.
Oggi abbiamo il virus. Da qualche giorno cominciamo ad avere percezione di quali siano i traumi ed esso conseguenti (effettivi e/o potenziali) che si stanno abbattendo sulla nostra vita e sulle nostre persone.
In connessione con questo evento, e volendo rispondere ad un invito a fissare nero su bianco quali possono essere le emozioni tipiche del momento, mi sembra che per descrivere le mie sensazioni devo centrare il concetto del “nuovo”. Detto molto terra terra: questa crisi non l’ho presa come le altre.
Sto cercando di razionalizzare una sensazione abbastanza vaga ed imprecisa e per fare questo è molto utile il passaggio da vaghe idee che si rincorrono per il cervello ad una pagina scritta.
Diciamo che in tutti gli altri casi di crisi esterne che avrebbero potuto avere conseguenze gravi sulla mia vita ha sempre prevalso l’aspetto dello smarrimento di fronte ad una sorpresa sgradevole.
Mai mi sarei aspettato un giorno di vedere l’Arno scorrere sotto le finestre di casa mia. Mai mi sarei aspettato che una guerra scoppiata in un punto che onestamente ho difficoltà a collocare sul mappamondo mandasse in tilt tutti i progetti delle imprese mie clienti, creandomi seri problemi di flusso di lavoro. Idem per i problemi conseguenti alla follia di qualcuno che prende in mano un aereo e si getta contro uno degli edifici più visibili al mondo e più ricchi di valori simbolici.
Quando il virus ha cominciato ad avvicinarsi, invece, mi sono detto “ah, ecco”. Come dire, quasi me l’aspettavo.
Cioè, mai e poi mai avrei immaginato di vivere dei giorni che sono una vaga (e tiepidissima, onestamente) riedizione della peste manzoniana… però qualcosa mi aspettavo. A Firenze si dice “me lo sentivo scivolare”.
Perché in qualche modo me lo aspettavo? Perché da anni nella scena della mia esistenza, delle nostre esistenze, si avverte un perenne tam tam di minacce, di danni incombenti, di nemici visibili ed invisibili in perenne progressione di pericolosità.
Si presentano alla mia attenzione stagioni indisciplinate, troppo calde, troppo asciutte, troppo lunghe o troppo corte. E questo recherà danni immani.
Sento dire che se continuano a morire le api forse non avrò più il pane sulla mia tavola né il vino nel mio bicchiere.
Mi informano che l’aria che si respira farà ammalare me e tutte le persone cui voglio bene. Perfino i raggi del sole possono rappresentare una minaccia seria.
In terre lontane qualcuno sta spazzando via il cosiddetto polmone verde della terra. Forse è opera di ignoti ed ingordi sfruttatori o forse di popoli disperati. Ma la morte di quelle foreste peserà sulla salute mia e di mio figlio.
Insomma: uno stato di assedio. Ed io non ho difese. Non ho mura, non ho fossati, nemmeno un arrugginito filo spinato. Di tutti questi nemici in avvicinamento uno è già sotto le mie finestre. Anzi in questo momento potrebbe essere dentro casa mia, forse dentro di me. E’ il più piccolo ed è estremamente insidioso. Un virus molto bravo a sfruttare i mezzi di circolazione di cui ci siamo dotati e che consideriamo uno dei massimi valori della nostra civiltà.
Lui era inatteso ma che orde nemiche fossero in avvicinamento si sapeva. Contro di lui abbiamo qualche arma, qualche possibilità di difesa ma quale sia la sua potenza o la sua capacità di devastare i nostri ritmi di vita, al di là della nostra salute, ancora niente si sa.
Credo sia giusto guardare alle minacce planetarie come un esercito costituito da legioni molto diverse tra di loro. Tutte quante sono accampate ai confini della nostra fragile comfort-zone. Le vediamo, le studiamo, conosciamo la loro pericolosità ma fino ad oggi abbiamo fatto finta di niente.
Che una di queste legioni si facesse sotto ed entrasse addirittura nella nostra carne c’era da aspettarselo. Quantomeno è un evento che risponde ad una logica. E che una delle minacce potenziali si trasformasse in danno concreto io devo dire che in qualche modo, forse solo a livello subliminale, me lo aspettavo.
E’ questo il motivo per cui quando abbiamo cominciato a capire con che bestia avevamo a che fare ho avuto uno stato d’animo impaurito ma non sorpreso. E la sintesi è stata quel “ah, ecco” da cui il ragionamento attuale ha preso le mosse.

Maurizio Ferrini
Il tempo della bellezza sospesa a Fiorenza
Tag:                                     

2 pensieri su “Il tempo della bellezza sospesa a Fiorenza

  • 8 Aprile 2020 alle 18:31
    Permalink

    Però… siete stati tutti bravissimi!! Complimenti!
    Ci sono però due persone a cui vorrei dire qualcosa ad Alberto Chiarugi e Maurizio Ferrini.
    Purtroppo le cose avvengono e basta, non ci sono colpe nè si può recriminare su questo e quello o su qualcosa….. Che sofferenza! Si lo so, anzi dobbiamo saperlo tutti.
    Se osserviamo gli obblighi che ci sono stati dati rimarremo in piedi e faremo rinascere la nostra città, la nostra regione, la nostra Italia, la nostra Europa, il mondo intero…
    La ricerca va avanti, penso che entro quest’anno, me lo auguro con tutto il cuore, sia trovato un vaccino contro il MALEDETTO.
    Ritorneremo a “fiorire” piano piano però, questa è la nostra speranza, questa DEVE essere la nostra bandiera. Riapriranno tante attività, alcune chiuderanno per sempre, ritorneranno i turisti da noi e i primi saranno sicuramente cinesi piano piano, piano piano, piano piano. Coraggio!
    Lucia

    Rispondi
  • 4 Aprile 2020 alle 22:59
    Permalink

    Gli articoli approfondiscono l’attuale situazione della pandemia che trova gli uomini impreparati e attoniti dinanzi a quanto stiamo vivendo.
    Firenze bella e spettrale nella sua altera magnificenza ci dia forza, perseveranza e impegno per un cambiamento di rotta UNITI POSSIAMO RINASCERE

    Rispondi

Rispondi a Lucia Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.