Il venditori di pianeti
Un mestiere curioso… oggi il pensiero ci andrebbe subito al certificato di proprietà – pagato a salatissimo prezzo – di una piccola stella a cui è stato dato il nostro nome, per intercessione della vile pecunia…
Agli inizi del Novecento, quando ancora le stelle ci si limitava a guardarle sperando di vederne una cadente che esaudisse i desideri, il mestiere di venditore di pianeti aveva una diversa accezione. Non era semplice, in quel periodo, sbarcare il lunario, e per sopravvivere occorreva una buona dose di inventiva e ai fiorentini “il genio” non è mai mancato, come ci insegnava il Perozzi: “Che cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”.
Il venditore di pianeti aveva tutte queste doti.
Lui, il cielo, lo teneva ben stretto. E tutte le stelle erano lì, a portata di mano… o meglio, dentro una gabbietta, nella quale zompettava un pappagallino colorato e silenzioso che, consapevole o meno, aveva nel suo piccolo becco ricurvo uno strumento divinatorio, un trait d’union tra la terra e il cielo.
Il cancelletto della gabbietta si affacciava su un cassettino, lungo quanto la base della gabbia, nel quale erano stipati decine e decine di foglietti coloratissimi: i famosi “pianeti”, i pianeti della fortuna. Questi erano ordinati per età, sesso, nubili, celibi, sposati o vedovi. Ad ogni stato era assegnato un diverso colore. Il pappagallino, quando chiamato in causa, centrava col suo becco uno dei pianeti, determinando – di fatto – una predizione o, se vogliamo, un simil-oroscopo, solitamente di buon auspicio.
Il venditore poggiava la gabbia sul trespolo e aspettava la gente, spesso affiancato da un suonatore di fisarmonica, che attirava clienti. Radunatosi un gruppetto di curiosi, il venditore di pianeti sollecitava le richieste dei presenti: l’amore sta per giungere, diceva alle ragazze; la felicità sta per piovere sulla vostra casa, diceva rivolto agli uomini maturi, i figli vi daranno grandi soddisfazioni, diceva alle donne in età. E come una di queste si accostava, apriva il cancelletto della gabbietta, toccava il pappagallino con un dito e questi, a colpo sicuro, estraeva dal cassettino il pianeta giusto. La stessa cosa avveniva con le ragazze e i giovani e per gli uomini maturi: a ciascuno il suo foglietto colorato, a ciascuno la predizione felice, accompagnata da numeri del lotto e da una schedina della Sisal che promettevano un terno e un tredici.
Non mancavano i maliziosi, che sostenevano che c’era un trucco: il pappagallino indovinava il colore delle categorie di persone, dal numero delle carezze che il venditore di pianeti faceva con un dito sul suo collo.
Il venditore di pianeti con la sua gabbietta ed il suo pappagallino poteva essere considerato una specie di “mago buono”, in un periodo in cui le previsioni di maghi e fattucchiere, le formule e le pozioni miracolose, i riti propiziatori erano ancora piuttosto diffusi e creduti. Lo si trovava quasi sempre dove ci fosse una fiera e nei mercati, con una predilezione per il Mercato Centrale e per Piazza San Lorenzo, dove il via vai di gente era tale da consentirgli di sfamare la famiglia.
Era, in fondo, un mestiere romantico: bene o male siamo tutti alla ricerca del nostro futuro, basta che nessuno ci profetizzi che la sventura è in agguato. Un dolce inganno che non faceva male a nessuno, capace di donare un attimo di consolazione felice anche al cuore più angosciato.



Mi scusi tanto Sig.ra Gabriella, ma questa proprio non la conoscevo. Mi ha stupito veramente. Grazie!