Ho combattuto a Campaldino
Prima parte
Racconto della vita di un protagonista di un fiorentino: Pagolo di Francesco di Banco
In nomine Dòmine nostro Signor Jesus Christy amen – anno dòmini MCCCXXVII Ab incarnatione.
Mi chiamo Pagolo di Francesco di Banco. Sentendomi vicino al trapasso ho deciso di raccontare, per lasciare memoria della famiglia, ai miei cari nipoti e figli. Tutto iniziò con Ottone I conosciuto con il nome di Ottone il Grande della stirpe dei Liudolfingi era l’Imperatore della Francia Orientalis, originario della Sassonia. Scese in Italia nel 962 per sottomettere Berengario II re d’Italia che si era ribellato. Nell’esercito di Ottone, vi era un mio antenato Sigismondo “lunga lancia”, il quale per aver combattuto con onore ebbe in regalo un terreno nella Tuscia nella valle Pesa e creato Cavaliere Palatinato. Su quel terreno vi costruì il castello di Bibbione, abitandovi come signore e Vassallo dell’Imperatore Nell’undicesimo secolo, Firenze si volle estendere nella Val di Pesa, conquistando e distruggendo il nostro castello, obbligandoci a inurbarci in città, vicino alla Porta Aurea nei pressi della Badia fiorentina, costruita da Willa di Toscana o di Provenza madre di Ugo il Grande.
I miei antenati si inserirono bene nel tessuto cittadino, partecipando alla vita politica e mercantile dando tre Consoli e altri al Senato, facendo parte dei “cento boni Homines”. Furono mercanti di lana e seta possedettero opifici, tiratoi, magazzini e fondachi. La merce di qualità era ricercata in Italia e Europa. Al tempo dell’uccisione di Buondelmonte dei Buondelmonti ci fu la divisione cittadina in Guelfi sostenitori del Papa Celestino V Pietro Angelieri e Ghibellini sostenitori dell’Imperatore Ottone IV, di quella fazione facevano parte gli uccisori di Buondelmonte. I miei antenati benché nobili si schierarono con i primi subendo tutte le conseguenze dovute a tale scelta. Dopo la sconfitta subita dai senesi nella tragica battaglia di Montaperti, mio padre Pagolo e tutti i componenti della famiglia furono costretti a lasciare la città e andare in esilio.
Incomincia l’addestramento dei fiorentini, il tentativo di evitare la guerra

Dopo la vittoria dei Guelfi a Benevento, con la morte di re Manfredi, rientrammo a Firenze. Per aver perso case, opifici, il tiratoio dell’Uccello, magazzini ricevemmo dal comune 500 fiorini come risarcimento. Con quella somma mio padre Francesco fece ricostruire il tiratoio e riaprire una gualchiera e ricominciò a lavorare la lana e la seta. Nel 1289 la Parte Guelfa governava Firenze, tutto andava per il meglio, finché un giorno di maggio di quell’anno, venne attaccata la campana detta Martinella o Bellifera, che suonando avvertiva il popolo di una imminente battaglia.
La battaglia doveva essere contro i Ghibellini di Arezzo. Fu tentato fino all’ultimo di evitare lo scontro, trovando dalla parte aretina un attento ascoltatore nel Vescovo Guglielmino degli Ubertini. Anche lui voleva evitare la guerra, ma in cambio pretendeva molto denaro e protezione per sé e per la sua famiglia. Ma in ultimo si ritirò temendo di essere scoperto e ucciso. Infatti, i governanti della città scoprirono il suo gioco e pensarono di farlo uccidere dal nipote Guglielmino Ranieri dei Pazzi del Valdarno detto “Pazzo”, ma costui rinunciò non sentendosela di uccidere un parente.
Così Firenze, si mosse c con il suo esercito, per sconfiggere i “Botoli Ringhiosi” di Arezzo. Per me e per molti giovani fiorentini era la prima volta che andavamo in guerra. I preparativi, furono lunghi e meticolosi. Nei popoli cittadini, si addestravano i cittadini all’uso delle armi e al combattimento. Essendo la mia famiglia nobile dovevo possedere un cavallo, mantenerlo per usarlo in caso di guerra. Facevo parte insieme ad altri giovani del mio popolo alla cavalleria del Sestriere di San Pier Scheraggio, al comando del mercante Vieri de Cerchi. Dei miei amici, uno lo ricordo con affetto: Durante Alighieri detto Dante, allievo di Ser Brunetto Latini poeta e politico. Dante, apparteneva alla piccola nobiltà essendo discendente di Cacciaguida Alisei cavaliere crociato in Terra Santa. Di suo padre; Bellincione le male lingue dicevano che faceva il cambiatore e lo strozzino. Giunse finalmente il giorno in cui l’Oste Guelfa si mise in marcia per raggiungere Arezzo.



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