Ho combattuto a Campaldino
Seconda parte
Racconto della vita di un protagonista di un fiorentino: Pagolo di Francesco di Banco
La battaglia
L’esercito fiorentino era comandato da Aimeric de Narbonne conosciuto anche con il nome italianizzato in Almerico 2° di Narbona, essendo molto giovane e con poca esperienza nel comando e nella battaglia ebbe come “Balìo” (precettore) in francese Guillaume Bertrand Durfort (prima di partire per la battaglia di Campaldino, lasciò ai monaci dei soldi per fare un sepolcro in sua memoria, se fosse morto. Alla notizia della morte del committente, i frati fecero fare la tomba per quel valente cavaliere nel chiostro Grande della chiesa della Santissima Annunziata dei Servi di Maria). Oltre ai Guelfi fiorentini, vi erano bolognesi, lucchesi, pistoiesi, volterrani, San Miniatesi, San Gimignanesi, pratesi e massesi. I comandanti guelfi erano: Vieri de Cerchi, Bindo degli Adimari, Corso Donati, Barone dei Mangiadori e il Podestà di Firenze Ugolino de Rossi.
Mentre gli aretini avevano fra le loro file umbri, marchigiani e fuori usciti fiorentini, al comando dal Vescovo Guglielmino degli Ubertini, armato di mazza ferrata, ubbidendo all’ordine del Papa Lucio III Ubaldo Allucingoli nel 1184 a Verona, che gli obbligava a non spargere il sangue dei nemici in battaglia. Suo nipote Guglielmino di Ranieri de’ pazzi del Val d’Arno, conosciuto come Guglielmo Pazzo, Guidarello di Alessandro da Orvieto, Guido Novello dei Conti Guidi, Buonconte da Montefeltro con il fratello Loccio. Alla notizia del prossimo scontro, venimmo arringati dai nostri comandanti, in Santa Reparata assistemmo alla messa, la comunione l’assoluzione dei nostri peccati e l’invito a tornare vincitori.
Il 13 maggio del 1289, noi fiorentini preparammo il campo presso la Badia di Ripoli, con il proposito di muoversi verso Arezzo, passando per il Valdarno. In seguito, su consiglio dei Guelfi aretini, attraversammo l’Arno per raggiungere Arezzo passando per il valico della consuma, superando i castelli dei Conti Guidi e di altri feudatari non curandoci della loro presenza. Intanto le spie degli aretini avevano informato i nostri avversari del nostro passaggio e la destinazione. La piana di Campaldino vicino a Poppi e Pratovecchio e la chiesa di Certomondo. Così i Ghibellini furono obbligati a raggiungere a marce forzate il luogo da noi scelto. Quando arrivammo a destinazione era il 2 giugno 1289, eravamo giunti prima dei nostri avversari. I marraioli, si diedero a spianare il terreno preparandolo per il combattimento. I carri con le armi, il cibo e i civili che ci avevano seguito, furono posti come ultima difesa, nel caso in cui i nostri feditori a cavallo non avessero retto all’urto dei cavalieri aretini.
La mattina dell’undici giugno San Barnaba, ci svegliammo con la convinzione che quel giorno chi avesse vinto la battaglia avrebbe dominato la Toscana. Il Podestà di Arezzo Malpiglio Ciccioni da San Miniato, ci inviò il guanto di sfida accettato da noi fiorentini. Dopo aver sentito la messa, ricevuto la comunione e l’assoluzione dei nostri peccati, fummo arringati dal Nostro comandante Aimeric de’ Narbonne, che ci incitò alla vittoria per la gloria di Firenze. Vieri de’ Cerchi venne incaricato di individuare i feditori fra i cavalieri del Sestiere di San Pier Scheraggio. Dalla Enciclopedia Treccani: I feditori, erano nella milizia comunale soldati scelti armati alla leggera, venivano reclutati fra i migliori cavalieri cittadini, la maggior parte vantavano una origine nobile. Nessuno si offrì, tanto da costringere Vieri vecchio e gottoso ad offrirsi insieme a suo figlio e ad un suo nipote, così facendo spinse noi giovani a seguirne l’esempio. Alla fine eravamo in centocinquanta. Ci trovammo fra i cavalieri io, Dante Alighieri e Cecco Angiolieri guelfo aretino. Era la prima volta che guerreggiavamo, eravamo emozionati e impauriti. Avevo 18 anni ed era il mio primo combattimento.
Si avevo avevo paura di uccidere o di essere ucciso. Vieri ci parlò con parole giuste, invitandoci a combattere con coraggio e vincere. Dalla parte aretina ci giunse il grido di battaglia. San donato cavaliere, da parte nostra rispondemmo senza disturbare i santi : Narbona cavaliere! Iniziò la battaglia. I ghibellini partirono lancia in resta. Quando furono vicini alla nostra linea, abbassarono le lance e iniziò la lotta. Vieri comandò la carica. Spronammo i cavalli incitandoli a galoppare verso gli attaccanti. Avevo abbassato la celata per proteggere il volto. La lancia era puntata contro i Paladini di Arezzo. I paladini erano i dodici cavalieri scelti dall’Imperatore Carlo Magno, considerati come sua guardia personale. Il nome deriva dal latino Comes Palatinus.





