La Congiura: Parte 1 Introduzione

La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici

La Congiura: Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura

La Congiura: Parte 4 I Medici e i Pazzi

L’ascesa e le difficoltà di Lorenzo de Medici nell’intricata situazione politica del suo tempo

La preparazione e l’assalto

Dopo la congiura. Conseguenze, punizioni e condanne. La fine dei Pazzi.

Dopo la congiura, ancora ritorsioni

La giustizia, la condanna, il supplizio. La marcia della morte.

Perché nel Medioevo, nel Rinascimento fino a oltre il Seicento avvenivano punizioni così cruente come smembramenti, amputazioni, impiccagioni e squartamenti? Perché la legge voleva essere severa e lasciare il segno attraverso i colpevoli, intimidire chi potesse credere di commettere reati impunemente e rassicurare gli onesti.

Il versamento del sangue durante il supplizio era un atto che voleva emulare la sofferenza e la morte di Gesù. Così la giustizia degli uomini si giustificava davanti all’Onnipotente e all’uomo attraverso un’azione purificatrice nei riguardi di chi aveva compiuto un crimine. Spesso la condanna veniva inflitta sullo stesso luogo in cui era stata perpetrata l’azione criminale, a meno che non si trattasse di un luogo sacro.

Il condannato, a seconda del reato commesso, poteva essere trascinato nudo portato su un carro affinché tutti lo vedessero, magari con gli arti amputati se la condanna lo avesse previsto. Era d’uopo che facesse un ampio giro della città; nel caso di Firenze; sarebbe partito dal Bargello, luogo preposto ai servizi di polizia. Partiva sul citato carro, o a anche a piedi, percorrendo la sua lugubre marcia della morte passando davanti a tutto il popolo schierato.

Si imboccava quella che oggi è via del Proconsolo (nel medioevo non esistevano i nomi delle vie, tantomeno i numeri civici), procedeva verso la Cattedrale per entrare in una piazza posta fra la stessa Cattedrale e il Battistero; proseguiva poi per via Calimala, al mercato vecchio e quello nuovo. La processione si dirigeva poi verso via Vacchereccia per sbucare a Piazza della Signoria dove aveva sede il Governo. Condannato e processione con accodati gli spettatori giravano intorno al Palazzo della Signoria, così che la marcia attraversasse i punti chiave dei centri del potere, sia quello spirituale che temporale, ovvero la Chiesa e lo Stato da cui era stato giudicato e il popolo ne era testimone. Poi ci si dirigeva verso Borgo dei Greci, davanti alla Chiesa di Santa Croce dove prendevano solitamente vita le giostre o altre manifestazioni, per proseguire su una strada che costeggiava il fiume, ovvero via dei Malcontenti e arrivare a quella che è nota come Porta della Giustizia. Oltrepassata la porta, nell’attuale piazza Piave vi erano i cosiddetti prati della giustizia dove avveniva, finalmente, l’esecuzione.

La processione era seguita dalla Compagnia dei Neri, della Confraternita di Santa Maria della Croce al Tempio, che contava cinquanta membri tra cui anche Lorenzo de Medici, che però non risulta abbia mai preso parte a queste processioni. Gli adepti accompagnavano il condannato e cercavano di confortarlo raccontandogli la Passione di Gesù, cercando così di farlo pentire del suo reato per poter arrivare al momento della morte con il cuore leggero e l’anima purificata.

Spesso il popolo doveva essere tenuto a bada perché istintivamente si lanciava contro il condannato per insultarlo, sputargli addosso e tirargli oggetti. Ma non era raro che qualcuno cercasse di liberarlo. Accadeva anche che però che invece della confusione, la processione fosse seguita da un rigoroso funereo silenzio.

Vorrei aprire una piccola parentesi sulla Compagnia dei Neri fiorentina. Questi venivano chiamati “neri”, perché indossavano una sorta di saio nero con un cappuccio (Buffa) che ne celava l’identità. L’anonimato era una caratteristica peculiare sempre rispettata da tutte le Compagnie e Confraternite che si dedicassero al volontariato, che era e andava considerato esclusivamente devozionale. Chi si impegnava in questo tipo di attività se riconosciuto poteva rischiare di peccare di vanità, insuperbirsi, esaltarsi, vantarsi del suo ruolo; arrivare a chiedere o accettare ricompense o semplici ringraziamenti. Tutto questo era considerato controproducente, perché poteva scatenare il suo egocentrismo. Questo servizio invece andava prestato in piena umiltà. Annullando la propria personalità ci si poteva dedicare espressamente al condannato e alla sua anima, facendo poi un’opera di bene.

Il cappuccio gli copriva interamente il viso e aveva solo dei fori per gli occhi, da qui nasce erroneamente l’idea, riproposta maliziosamente dal cinema per donare un ombra misteriosa al boia, che anche questi avesse un cappuccio dello stesso tipo. È invece esattamente il contrario, il boia aveva sempre il volto scoperto perché rappresentava la legge, sia temporale che spirituale e tutti dovevano riconoscerlo essendo il rappresentante della Giustizia e il suo braccio esecutore. Il boia indossava un mantello e un cappuccio rosso come quello di Mastro Titta (1779/1869), il boia di Roma, ancora conservato nella capitale nel Museo del crimine, purtroppo chiuso ormai da anni. Rosso, perché questo colore era associato alla giustizia. Non a caso quando ancora non esistevano le divise, i tutori dell’ordine, (quelli che oggi chiameremmo poliziotti), erano riconoscibili proprio dal mantello rosso. Il nome sbirro infatti è la corruzione del termine “birro”, dal latino “birrus”, che significa appunto rosso.

A Firenze vi erano generalmente un paio di esecuzioni l’anno. Dopo i fatti della congiura dei Pazzi queste salirono vertiginosamente. Se ne contano tra le ottanta e le cento. Dopo l’esecuzione per rabbia o per vendetta, si  assisteva a fenomeni di cannibalismo sul cadavere. Un atto che deve essere interpretato come simbolico ereditato in maniera distorta dalla religione. Atto che viene associato al supplizio dei santi. Nella carne che veniva straziata si vedeva un’analogia con il martirio. Questa pratica così cruenta che nascondeva la rabbia di chi la praticava, era giustificata come un altro  modo per far espiare il peccato commesso, martirizzando il corpo si credeva che venisse salvata l’anima.

Anche la pratica della flagellazione viene ereditata dalla fede; un’altra forma di espiazione che si compie attraverso il dolore e la perdita del sangue che accomuna il praticante alla Passione di Cristo sulla croce. Ci si flagellava per punirsi dei propri peccati o delle proprie tentazioni, si auto procurava un dolore così intenso da voler emulare le sofferenze del martirio. Si riteneva che questo atto cruento potesse mondare e redimere da ogni peccato.

Riccardo Massaro
La Congiura: Parte 9 – La giustizia, la condanna, il supplizio. La marcia della morte
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Un pensiero su “La Congiura: Parte 9 – La giustizia, la condanna, il supplizio. La marcia della morte

  • 27 Luglio 2025 alle 23:02
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    Immagino che anche allora come oggi, si poteva incappare in degli errori giudiziari, cosa succedeva in tal caso, naturalmente se l’ex condannato era ancora vivo?
    E se era stato ucciso?
    Non riesco neppure a pensarlo, mi viene la pelle d’oca.

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