Sul libro di memorie di Piero Sebastiani: “La mia guerra con la 36° Brigata nera fino al carcere”, l’autore lucchese lascia tra le sue memorie, anche aneddoti legati a Firenze, città che ama e dove si stabilirà nel dopoguerra.
Luglio 1944, gli Alleati avanzano inesorabilmente. Nonostante si definiscano “amici degli italiani”, riversano tonnellate di bombe sulla penisola. Evidentemente sono amici, ma solo della parte occupata, o meglio liberata. Colpiscono dagli aerei tutto ciò che si muove, veicoli, strutture, civili, soldati, anche i gatti!
Gli italiani da parte loro uccidono e sono uccisi: combattono contro gli Alleati, contro i tedeschi o fra di loro.
Piero Sebastiani è un sotto tenente della 36° Brigata nera. Un giovane volontario cresciuto a pane e fascismo. D’altronde non poteva fare una scelta differente visto l’assillo martellante della propaganda. Così, prima segue la linea tracciata dal regime, poi, quando comincia a manifestarsi in lui qualche dubbio, segue semplicemente il suo onore che lo porta a continuare senza ipocrisie la sua strada, che lo porterà inevitabilmente verso il tramonto di ciò che resta del suo ideale e conseguentemente alla sconfitta militare.
Gli italiani però difficilmente combattono al fronte, vengono impiegati nelle retrovie dai tedeschi che poco si fidano di loro dopo il vergognoso voltafaccia dell’ 8 settembre. Preferiscono usarli per combattere una guerra fratricida contro i partigiani loro connazionali.
Piero giunge a Firenze appollaiato sul parafango anteriore di una Fiat 1500 che trasporta il suo comandante Idreno Utimperghe. Si tratta di un personaggio singolare, nonostante il cognome sia di chiara ascendenza tedesca (Idreno Marco Benedetto Utimpergher), è però un toscano doc empolese dalla prorompente personalità. Morirà a Dongo fucilato dai partigiani.
L’8 settembre del ’43, il federale comandante è a Trieste, al comando delle prime Squadre del fascismo repubblicano; successivamente confluisce nelle Brigate nere. Per capire meglio chi sia Utimperghe, Sebastiani racconta un episodio che svela la sua personalità; quando il federale incontra e si oppone al gruppen fuhrer Simon delle SS, quello che più tardi risponderà delle stragi di Sant’Anna di Stazzema, di Vinca e di Marzabotto, perpetrati dalla sua divisione.
Le SS di Simon ritirata la Wehrmacht, iniziano un rastrellamento casa per casa nella zona di Bagni di Lucca per scovare partigiani e disertori. Appena informato, Utimperghe contatta Simon e lo minaccia sfrontatamente: se non fermerà i suoi uomini restituendo la libertà ai prigionieri catturati, con i suoi 2000 uomini (che in realtà non erano più di 200) e coadiuvato dalle Brigate nere di Pavolini che stavano arrivando in rinforzo con una Brigata Corazzata, disarmerà tutte le SS. Molto probabilmente Simon non credette neanche ad una parola dello sgangherato alleato, ma ne apprezzò il coraggio e la temerarietà. Pose dunque fine al rastrellamento e liberò i prigionieri.
L’autore con Utimperghe, si recherà all’hotel Excelsior sito sul Lungarno fiorentino, insieme ad altri capi fascisti che si renderanno in seguito tristemente famosi per i loro crimini. L’albergo Excelsior era in quei giorni la sede di tanti Reparti speciali di polizia dell’RSI. Li formavano tutti giovanotti allegri e rumorosi vestiti con uniformi piuttosto variegate e variopinte, se non addirittura inventate, ma armati fino ai denti.
Piero approfitta di essere in una città che lo ammalia per le sue bellezza e decide di visitarla, ovviamente armato, per salvaguardare la sua incolumità. Dopo piazza della Repubblica e il duomo, gira estasiato per le strade fiorentine e si incontra casualmente con l’attore Osvaldo Valenti, al tempo tenente della X Mas. Sabastiani lo descrive come una persona grassoccia, cordiale e gentile, quasi affettuosa, ma con degli occhi chiari che sembrano nascondere una profonda tristezza. Dopo il piacevole incontro, si lasciano auspicandosi di incontrarsi nuovamente in futuro. Valenti morirà fucilato con la sua compagna (incinta), la bellissima attrice Luisa Ferida a Milano, dopo la cattura da parte dei partigiani.
Molto è stato detto su di loro: orribili festini a base di droghe, torture ai prigionieri, collusione con la famigerata Banda Koch in realtà i due erano esclusivamente sfruttati dal regime morente di Salò per scopi propagandistici grazie alla loro notorietà.
Si saluteranno davanti al sagrato di Santa Maria Novella, ognuno per seguire il proprio destino.
Intanto gli anglo americani si avvicinano a Firenze, Piero sente il rumore delle mitragliatrici e dei cannoni sempre più vicini. Ormai la caserma italiana è semi abbandonata, le strade deserte e i pochi partigiani nascosti dietro le finestre sorvegliano i movimenti degli occupanti. Non ci sono per fortuna scontri a fuoco tra italiani.
I tedeschi in ritirata senza che nessuno si opponga, fanno saltare alcuni ponti della città per rallentare l’avanzata Alleata. Vere e proprie opere d’arte di inestimabile valore verranno perdute per sempre. Piero è amareggiato, non capisce perché i partigiani non siano intervenuti ad impedire questo scempio.
Solo a fine conflitto l’autore scoprirà che il grosso dei ribelli era ancora arroccato sulle colline, proprio sull’altro capo di Firenze. Non avrebbero potuto né raggiungere né tantomeno difendere i ponti sull’Arno, perché la città era ancora completamente in mano tedesca.
Forse chissà, un rigurgito di coscienza, qualche rimorso o scrupolo tocca l’animo di quell’ ufficiale tedesco che decide di salvare in estremis Ponte Vecchio. Ma intanto quello di Santa Trinita e altri quattro sono ormai un cumulo di macerie.
Piero si apre con il lettore svelando il suo pensiero più intimo sulle truppe germaniche: è innegabile che compirono un gesto rabbioso, stupido e sacrilego abbattendo i ponti, anche che si macchiarono di gesti ignominiosi, ma avendo convissuto e condiviso momenti difficili con loro, può anche dire che non tutti erano cattive persone. D’altronde, dappertutto c’è gente buona come gente cattiva.
Superando Costa San Giorgio (dove un giorno abiterà), il diciassettenne Piero, si ferma con pochi soldi a mangiare un panino con dell’ottimo prosciutto toscano accompagnato da un bel bicchiere di latte. Il giovane silenzioso garzone che lo serve intanto lo guarda con un lampo d’odio negli occhi. Questo breve e fugace momento finirà così senza ripercussioni. Piero rincontrerà di nuovo quel garzone, quando ormai a guerra finita, intorno al 1962, abiterà in prossimità del suo negozio. Per non imbarazzarlo, non avrà mai il coraggio di ricordargli quell’episodio.
L’autore ci confida ancora che prima di scrivere questo libro ha aspettato ben quarant’anni. Quei ricordi che riporta sulle sue pagine ancora oggi bruciano terribilmente nel suo intimo.
Il giovane Piero prosegue così la sua passeggiata per il Forte del Belvedere, dove percorre i magnifici bastioni dai quali riesce a godere una vista perfetta di quella che ritiene essere una delle città più belle al mondo. Ad increspare questo attimo idilliaco sono solo i lontani sbuffi delle cannonate. Capisce che gli Alleati hanno munizioni da sprecare, mentre gli italiani possono sprecare solo i propri uomini. Lontano, verso le colline di Fiesole e Settignano, si sente anche la fucileria che si confonde con il più dolce canto delle cicale.
Pochi giorni dopo la sua partenza dalla città, i partigiani della Brigata Potente al prezzo di numerosi caduti precedendo gli Alleati e prendono la città. I cecchini fascisti rimangono però stoicamente nelle loro posizioni sui tetti delle case bersagliando chiunque passi per le strade. Verranno stanati uno a uno e quei pochi catturati vivi verranno fucilati sul sagrato della chiesa di Santa Maria Novella. Cadranno spavaldamente, ridendo e schernendo il plotone d’esecuzione. Nessuno di loro cederà chiedendo pietà; d’altronde nessuno gliel’ avrebbe concessa.
È l’antica regola dei fiorentini, nessuno se ne lamentò, neppure le madri o le spose degli uccisi, di qualunque fazione essi fossero. I fiorentini sono così, piangono e si disperano soltanto quando gli uccisi sono stranieri, ma mai quando si ammazzano fra loro. Sembrava di essere ritornati al periodo dei guelfi bianchi e neri.
Intanto gli Alleati tergiversavano, sembrava non volessero oltrepassare l’Arno. Le poche truppe italiane rimaste aspettavano intanto con ansia lo scontro. Nell’attesa si riposavano sulla riva a petto nudo lambiti dalle acque dell’Arno, ma rigorosamente con gli scarponi ai piedi, come una severa regola impone.
Mentre scherzavano e si tuffavano nelle acque, scorsero sull’altra sponda quattro soldati americani di colore che inconsapevolmente allegramente li imitavano. Dietro a diverse uniformi c’erano le stesse aspirazioni, gli stessi sogni, gli stessi desideri.
Così, gli italiani dopo aver attraversato l’Arno e una breve rincorsa li catturarono. Uno dei compagni di Piero che sapeva parlare l’inglese, gli spiega che non avrebbero fatti prigionieri. I quattro soldati americani atterriti sgranano gli occhi rimanendo ammutoliti. Ma gli italiani, dopo avergli tolto armi, viveri, vestiti, scarpe e jeep, li lasciano andare con un “Ciao americani!” Dall’altra parte gli incauti sprovveduti riprendendo colore e rispondono “Ciao paisà!”
Era luglio del 1944.
Dopo un lungo peregrinare verso il nord, finisce la corsa di Piero. Arrestato ha solo la fortuna di poter ritornare nella sua bella Firenze, dove verrà incarcerato a Santa Teresa, con il capo di accusa di “irriducibile” e l’applicazione dell’articolo 51 del codice penale militare di guerra (aiuto al nemico) che prevedeva una pena severa (la morte). Ammanettato a tal punto che i polsi gli sanguinano, arriva alla stazione di Santa Maria Novella con alcuni suoi compagni. Qui vengono divisi e alcuni vengono portati al carcere delle Murate, altri come lui a quello di Santa Teresa.
L’unica consolazione è di poter rivedere l’Arno, attraversato però tristemente da un ponte di barche a sostituzione dei ponti distrutti. Arriva poi a Porta Romana e a Piazzale Michelangelo, per raggiungere finalmente Santa Croce e poi il carcere.
Qui vive un’esperienza indimenticabile e cruda dove si ritrova umilmente a sopportare non solo la mancanza di libertà, ma soprattutto la fame e le continue percosse dei secondini. Al suo ingresso Piero pesa 80 kg all’uscita solo 58… racconta che i primi venti giorni sono quelli più terribili, poi piano piano riesce a fare l’abitudine alla fame e alla sofferenza. Al processo verrà scagionato, d’altronde ogni suo atto va ricondotto alla sua giovane età e all’indottrinamento di vent’anni di regime. Tornerà libero diverrà un fervente anarchico ed uno scrittore impegnato. Si spegnerà nel 2015.



Questa storia è molto bella. Grazie per averla scritta facendocela leggere.