La peste a Firenze

1 parte

La peste fiorentina del 1630, che durerà  fino al 1633, sorprende per l’assenza di tumulti, rivolte e follie collettive nella città. Non si perseguitano gli untori, in realtà semplici capri espiatori, e non si verifica il panico collettivo che si diffonde invece in altri luoghi. Anche la mortalità risulta più limitata rispetto ad altri centri.

Il morbo scoppia nell’estate del 1630 e si spegne nei primi mesi del 1631 per poi riaccendersi nella primavera del 1633. Tutto in città è pronto per gestire l’epidemia in arrivo: funzionari di sanità, lazzaretti, fosse comuni, case serrate e quarantena.

La memoria scritta con cui oggi conosciamo gli accadimenti, viene redatta per ordine del Granduca Ferdinando II da Francesco Rondinelli, un suo bibliotecario.

Tentativi di occultare l’epidemia da parte di alcuni cittadini per evitare la quarantena o di essere coattivamente trasferiti nel lazzaretto falliscono. Si impone così una dittatura sanitaria che stabilisce rigidi dettami, tra cui la separazione tra malati e sani e altri rigidi controlli, affinché le regole siano pienamente rispettate.

Non manca la solita processione della Madonna dell’Impruneta, che almeno sul piano simbolico e religioso rasserena gli animi, ma che spesso e volentieri finisce per diffondere il contagio tra i partecipanti.

A causa dell’invasione dei lanzichenecchi nel milanese e della conseguente guerra nel mantovano, il morbo esplode in tutta la zona.

Un povero pollaiolo, infettatosi con i soldati che incontra, cerca di raggiungere il capoluogo toscano. Passando per il bolognese arriva finalmente a Firenze entrando sfinito a Porta San Gallo dove incontra un conoscente, che per bramosia di guadagno aiuta il disgraziato condannando esponendo però tutta la propria famiglia.

Anche la Gran duchessa Cristina di Lorena incautamente diffonde il morbo. Acquista da un lanaiolo delle balle di lana infette. Sarebbe così morta con i figli a seguito di questa leggerezza (anche se le fonti datano la sua morte nel 1637 senza specificarne le cause).

Francesco Rondinelli raccoglie queste e altre notizie, tra dicerie, filastrocche e chiacchiere dai sopravvissuti e ne segue gli intrecci: un muratore viene incaricato di svuotare un pozzo maleodorante sito nel convento delle monache dette Poverine. In seguito viene colto dal male che compare come una noce sulla coscia vicino al pube.

Un servo compra delle maniche da un rigattiere. È l’ affittuario della casa del muratore già citato, così anche lui contrae il morbo e lo diffonde a tutta la famiglia del padrone, un ambasciatore della Serenissima. Mentre il muratore guarisce, gli altri finiscono tutti sepolti a Santa Maria Nuova.

Ma la peste non ferma la vita quotidiana, che certamente cambia, si trasforma e continua, come continuano a svolgersi i processi, perché la giustizia non può e non deve fermarsi. I reati infatti continuano ad essere commessi e spesso in correlazione con l’epidemia. Reati contro la proprietà, furti, violenze, trasporti e traslochi illegali da abitazioni o zone contaminate, abusi di potere, corruzione, risse, soprusi da parte del personale sanitario e dei birri e occultamenti di cadaveri infetti, o di malati contagiati.

Molto diffuso è il furto degli abiti, soprattutto da parte dei becchini con lo scopo di farne mercimonio; ma così facendo trasgrediscono ai rigidi bandi sanitari. Una di queste leggi che vieta smercio e uso dei vestiti risale addirittura alla peste del 1348. Lo Statuto dell’Arte dei medici e speziali vieta rigorosamente ai becchini di accettare ricompense per il trasporto del morto e soprattutto il dono da parte dei familiari dei vestiti dello scomparso.

Solitamente quando in una casa entra la peste, il capo famiglia con i figli maschi si trasferisce velocemente nella bottega per portare avanti l’attività, mentre in casa rimangono i figli piccoli e la moglie con il malato. Questo è un modo per nascondere alla Sanità il contagio, ma che spesso viene scoperto dai birri per il continuo e sospetto andirivieni verso la casa dei familiari bottegai.

Altre volte un cerusico o un medico corrotto, firma un certificato falso che attesta la morte di un congiunto non attribuibile alla peste. Questo serve ai familiari per poter seppellire il corpo del loro caro in una chiesa ed effettuare un seppellimento onorato, invece di gettare il congiunto in un’anonima fossa comune. Una fine ritenuta infamante, perché il corpo viene sepolto tra migliaia di altri, in balia di uccelli e cani. Chi può perché economicamente agiato, riesce con questo illegale espediente a dare una degna sepoltura al proprio caro, ponendolo in una tomba che ne riporti il nome. I disgraziati invece si seppelliscono generalmente in un luogo segreto, altri vengono abbandonati addirittura per strada.

Le città per proteggersi chiude le porte di accesso alle mura, mentre i nobili si rifugiano o nei loro palazzi o, ancora meglio, in luoghi isolati, in qualche ameno possedimento di campagna lontano da ogni contatto. Gli altri, i poveracci, si chiudono in case anguste, buie e sporche a stretto contatto con i familiari.

Alle porte delle città rimangono i posti di blocco sanitario che intercettano eventuali forestieri che vogliano intrufolarsi clandestinamente in città, magari portando il contagio.

C’è anche chi per paura della peste sceglie di vivere di stenti, rifugiandosi in campagna e cibandosi di ciò che trova e dormendo all’addiaccio. Spesso però  viene rintracciato e fermato dai birri o da qualche funzionario di sanità, quando non viene fermato come possibile untore, denunciato e portato in tribunale.

Si teme chi non si conosce e chi proviene da altri luoghi, specie se ha atteggiamenti o una fisicità particolare, se porta con sé strani oggetti o preparati. Spesso e volentieri si tratta di semplici disgraziati che cercano di vendere rimedi per qualche malanno, ma ci sono anche impostori e truffatori che speculano sulla paura della peste.

Alcuni di loro vengono arrestati e subiscono un processo dopo essere stati sottoposti ad incalzanti interrogatori che mirano a scoprire sia chi sono e se eventualmente hanno compiuto atti illegali.

Riccardo Massaro
La peste a Firenze 1 parte
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