La peste a Firenze
3 parte
Scrive il medico fiorentino Alessandro Righi durante la sua quarantena mentre è segregato in casa: “La costellazione del cane è presagio di peste”. Come anche Ippocrate vedeva nei solstizi soprattutto estivi momenti di precarietà, così secondo Righi “dalla costellazione del cane, la peste scivola verso la terra al cane, simbolo della peste. Perché la rabbia è contagiosa e letale e si trasmette come la peste da un individuo all’altro. Il cane è imparentato con il Cerbero, il cane degli inferi, poi mangia cibi putridi e cadaveri dimostrandosi in sintonia con la peste”.
Nei testi fiorentini che circolano durante la peste, il morbo si annuncia per gradi. Si parte con uno squilibrio ambientale, d’altronde si crede che la peste regni nelle aree più paludose e fetide, in cui si muove a fatica come un pesce in acque calde. Le stagioni divengono disordinate, brevi o lunghe, piovose o siccitose, il vino intorbida e il cibo perde sapore, nei campi spuntano erbacce e funghi, l’acqua dei pozzi si tinge di macchi scure… lo squilibrio ecologico colpisce aria, acqua, terra, animali ed infine anche l’uomo.
La luna piena che si congiunge al calore e all’umidità, genera “eccellente putredine” ovvero la peste. La terra si fa avara e la carestia ingenerata causa il contagio, perché i corpi a causa della cattiva nutrizione si predispongono ad essa. Febbri acute e continue portano poi bubboni che si formano solitamente fra la coscia o sotto le ascelle, raramente dietro le orecchie. Il carbonchio invece si può trovare su tutto il corpo. Dopo la febbre possono giungere il delirio, una sete ardente e mal di testa, con vomito e polso debole incostante. Poi arriva la morte. Chi supera la settimana solitamente guarisce.
L’epidemia parte sempre dai quartieri più poveri per poi dilagare nel resto della città, vengono allora chiamati i medici e scattano le prime restrizioni. Questi poi si recano nelle botteghe degli speziali della città per fare l’inventario dei medicinali presenti, preparandosi così ad affrontare la crisi. Si crede che la triaca e gli oli contro i veleno siano efficaci a contrastare questo morbo. Si vieta allora l’esportazione di questi ritrovati e si controllano tutte le merci in entrata con rigidi posti di blocco sanitari.
Particolare attenzione viene fatta ai lavori di sterro eseguiti dalla Compagnia di San Giorgio che hanno esposto sostanze fetide e male odoranti che si crede possano essere l’origine della peste. A San Lorenzo è appeso davanti ad un banco un castrato di pessima qualità e a Porta San Piero un’altra bottega espone interiora fradice. Queste situazioni favorirebbero il morbo.
Se i medici tacciono, il decreto di Sanità pronuncia la parola “peste”, in contrapposizione ai primi che ritengono che le morti siano da attribuire non al male che “appiccica”, ma a febbri contagiose o portate dal morbo gallico. Ma a Santa Maria in Fiore un chierico è morto dopo tre giorni dal contagio e sulla coscia aveva una protuberanza.
La peste è spesso confusa con altre malattie, come la sifilide o il mal francese, o anche altri mali di stagione. Almeno inizialmente, perché poi si palesa in maniera inconfondibile. Secondo Righi non bisogna cercare lontano la sua origine. “Come gli organi del corpo” spiega, “allontanano verso l’esterno ed espellono le sostanze nocive e altri mali, parti meno nobili del cuore o del cervello, come le ghiandole e la cute non ci riescono a farlo e diventano ricettacolo di veleni. Analogamente i poveri che sono la ghiandola della città attrae vizi e morbi che qui prolificano, spingono il male verso l’esterno.” Così, conclude Righi, il contagio non va cercato lontano, nasce nelle strade di Firenze. Solo i ricchi male accorti che si avvicinano ai plebei si contagiano. Dunque secondo l’esperienza e la profonda conoscenza medica di Righi solo se si rompe la barriera sociale si rischia la vita…
Il filosofo cinquecentesco Marsilio Ficino lascia un trattato ben conosciuto a Firenze e su cui si basano gli autori del Seicento per la terapia del male, si tratta del “Consiglio contro la pestilenza”. I segni sul corpo sono il momento culminante di quelli tracciati sugli elementi come manifestazioni del disordine nel corpo. Il petto si affanna, cede, la febbre sale, le urine si fanno torbide, si scortica il palato e l’intestino, gli occhi si arrossano, compaiono rosolie, mignatte e vaiolo.
Ci si deve difendere con una terapia che si opponga alla penetrazione con dei vapori benefici attraverso la pelle, solo con esalazioni contrapposte si sconfiggono i miasmi letali. Dunque unzioni, fumigazioni, frizioni e pietre preziose poste sul cuore che riequilibrino l’interno del corpo con l’esterno.
I bubboni si formano proprio dove i principali organi spurgano. Possono avere diversi colori a seconda della composizione interna: nero, giallo, verde o rosso. Appena spuntati vanno isolati dal resto del corpo con delle legature che impediscano il loro deflusso al cuore.
Va poi messo un vescicante sulla bolla per facilitarne la maturazione. Questi “rottori” sono composti da sterco animale, senape, ortica, calcina, polvere di cantaridi, salgemma, vetro pesto e trementina, sugna di porco e sterco, o una cipolla cotta sotto la cenere…
Per le persone più delicate si opta per olio di mandorle o gigli, farina di grano, olio e acqua bollite insieme con midolla di pane, crusca e fichi secchi grassi poi pestati; purghe e salassi. Dopo il salasso vanno assunte bevande agre: sciroppo di cedro, limone, melagrana. Si devono provocare poi delle vesciche sotto il bubbone per fare defluire gli umori e poi lasciare aperte le cicatrici per almeno tre mesi dopo aver contratto la peste Ovviamente tutte queste pratiche erano molto dolorose per il paziente già provato, ma i medici non ne fanno menzione.



Beh! dei passi avanti li abbiamo fatti, anche se in medicina c’é ancora tanto da sapere!