La peste a Firenze

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Durante la peste c’era la necessità di trasportare i corpi dei morti e seppellirli. Lavoro pericoloso, perché chi lo eseguiva era a contatto con luoghi e corpi infetti. In parte si occupava di questo gravoso impegno la Compagnia della Misericordia stanziata presso il duomo. Organizzati gerarchicamente da quattro caporioni, uno per ogni quartiere. Supportano la congregazione i becchini dell’Ospedale di Bonifazio.

I becchini erano generalmente gente improvvisata, appartenente ad un ceto di bassa estrazione sociale. Spesso e volentieri si macchiavano del furto dei vestiti dei morti e questo come abbiamo visto, non faceva altro che favorire la diffusione della peste. Altre volte i vestiti venivano donati come mancia dai familiari per i servigi prestati ai loro cari scomparsi, ma in molti altri casi questi poveracci li sfilavano ai cadaveri per cambiare i loro, ormai sdruciti e consumati. Altre volte davano vita ad un commercio illecito, i vestiti trafugati venivano portati fuori Firenze con il probabile rischio di diffondere il contagio anche in altre aree.

Già nel 1349 durante la peste, erano state stabilite norme e leggi che vietavano a chiunque di acquistare vesti e biancherie da beccamorti, sacerdoti o addetti alla vestizione, al trasporto e alla sepoltura delle salme; ma evidentemente questo era servito a poco se durante le epidemie successive ancora si continua a condannare i colpevoli di questo reato.

Nel tentativo di arginare il fenomeno, viene creata una Corporazione per inglobare tutti i becchini. Questo nella speranza di evitare e anche vigilare sulla diffusione sempre più preponderante di  abusivi. Viene in oltre stabilita una tariffa più elevata per questi operatori, cercando così di disincentivare gli illeciti come il commercio di abiti e di valorizzare le pericolose e insostituibili mansioni che questi poveri disgraziati svolgevano.

Tra i loro compiti c’era quello di spazzare le strade, radere e vestire i morti o spogliarli e portare materassi e tappeti fuori dalle case per bruciarli. Ogni becchino doveva poi portare con sé un mansionario su cui erano stabiliti i propri doveri e obblighi e conoscerli a fondo per poterli rispettare.

Nonostante spesso e volentieri infrangessero queste regole, i becchini erano comunque visti con un occhio di riguardo da parte dei magistrati per l’utilità del lavoro che svolgevano. Le autorità non erano indifferenti al rischio che correvano di contrarre il morbo, ammalarsi e morire. Il loro era un servizio importante, fondamentale durante l’epidemia. Ma c’era anche del macabro in questa attività, come anche alcuni medici, cerusici e altre figure associate ai compiti di sanità. Questi venivano spesso denunciati perché rei di aver avvelenato gli indigenti per poi derubarli di quanto avevano.

Alcuni monatti prelevavano l’“onto malefico”, ovvero la bava che fuoriusciva dalla bocca dei corpi degli appestati, che poi usavano o vendevano a qualche malintenzionato. Meglio allora chiudere un occhio sul traffico del vestiario.

Birri, zolfatori, donzelli (ovvero addetti alla guardia di case infette), si attirano l’odio popolare, essendo spesso violenti ed arroganti quando non ladri, corrotti o ricattatori. Si approfittano della loro carica e sfogano le loro frustrazioni sulla povera gente, estorcendo denaro, violentando, abusando e rubando. Tanto che a Firenze vengono soprannominati i “nibbi”, come gli uccelli rapaci.

I solfatori, chiamati anche “esposti” o “profumatori”, perché  spargono sostanze odorose e disinfettanti nelle case infette. Le svuotano di giacigli, mobili e tessuti per poi bruciarli.

Sono riconoscibili dalla loro tunica bianca e una croce rossa posta sul petto e perché portano con loro un carretto che viene chiamato dal popolo la “carretta del morbo”. Sono sedici, quattro per ogni quartiere come i beccamorti. Sono obbligati ad abitare insieme, lontano dagli altri cittadini e dimorano in via del Giardino, dove prima dell’epidemia alloggiava un’altra categoria, anche questa considerata socialmente infetta e contagiosa: le prostitute.

I birri in questo periodo sono forse la categoria più prepotente, a nome dell’autorità entrano a piacimento nelle case e nei negozi e con la scusa di trovare merce avariata, andata a male o infetta, rubano e taglieggiano i malcapitati bottegai o abusano sessualmente delle donne, soprattutto quelle sole. Tante le denunce che pervengono al magistrato che cerca come può di fare giustizia.

Ma vi sono anche sopraffazioni che nascono dall’invidia. Bartolomeo è il guardiano dell’ospedale di Santa Maria Nuova. Ha una moglie, una bella figlia e soprattutto una casa messaggi a disposizione dall’ospedale. Questo fomenta l’invidia di tre poveri contadini, costretti dalla povertà  a lavorare alle intemperie. Ritengono che Bartolomeo sia un privilegiato. Così, ora che i tre rappresentano le istituzioni grazie alla peste in corso, pensano di poter abusare del potere che hanno. Mossi da atavico risentimento, imbrattano di feci l’uscio della casa del guardiano.  L’uomo arrabbiato denuncia i tre che continuano a ritenere sacrosanto e giusto che anche lui, almeno una volta nella vita, si sporchi le mani…

Ma se l’epidemia blocca alcuni commerci, attività e mansioni, ne favorisce altre. Aumenta per esempio il ricambio di cariche, solitamente riservate e chiuse ad alcuni ceti sociali ora però decimati dal morbo. Il risultato è che figure non adatte perché impreparate o incapaci, quando non disoneste ed egoiste, si trovano a sostituire ed occupare posizioni altrimenti in tempi nomali irraggiungibili, ma che  portano a risultati catastrofici. La loro incapacità si aggiunge al loro egoismo e all’avidità che antepone il benessere personale a quello collettivo causando disastri sanitari e sociali.

Anche chi opera all’interno dei lazzaretti ha comportamenti illeciti. Alcuni cercano di far appropriarsi di tutto quello che trovano, soprattutto alimenti e lenzuola, con le quali confezionare camice, grembiuli e altro da poter rivendere, soprattutto fuori Firenze. Cosa come sappiamo vietatissima, ma che frutta lauti compensi poi divisi tra i collusi. A farne le spese sono gli internati privati del necessario.

Tra loro capitano anche persone sane, sono quelle sfortunatamente raccolte in strada per un malore o reduci da un incidente, o peggio qui relegate coattivamente per secondi fini da gente senza scrupoli. Questi fanno ricorso alla magistratura per far valere i loro diritti, ma intanto vengono privati della libertà e costretti a condividere il letto con altri, anche con altre tre persone contemporaneamente, rischiando di essere contagiati.

Riccardo Massaro
La peste a Firenze Parte 6
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