La peste a Firenze
4 parte
Altri rimedi per curare la peste sono di natura “simpatica”, si pone un animale morto sul bubbone aspettando che il cadavere ne assorba il male. Già i medici del Seicento però, ridevano di questa pratica superstiziosa.
La peste era ritenuta come una forma di inquinamento e di avvelenamento generale, perciò curata come i morsi dei serpenti, scorpioni, cani rabbiosi e tarantole, ma anche come le ferite procurate da armi. La triaca, antidoto per eccellenza della peste, era composta da carne di vipera che Galeno consigliava dovesse essere femmina senza uova. Rimedi moderni provengono dalle Americhe, una particolare radice dei Caraibi e altri tipi di flora americana.
Altro ritrovato moderno è a base di zolfo, arsenico, incenso, palestino, garofani, noce moscata, macis, foglie di San Pietro, zenzero, mirra, e altro, tutto chiuso in un sacchetto ed appeso al collo…
Il primo caso di peste si riscontra a Trespiano vicino Firenze. Ad agosto un pollaiolo ammalato e ceruleo si ferma da un conoscente che lo ospita sotto compenso. Muoiono tutti e il contagio si comincia a propagare. Il magistrato fiorentino allontana gli infetti, ne brucia biancherie e letti e fa seppellire i morti. Apre il lazzaretto e mette di guardia i soldati alle mura per impedire l’entrata o l’uscita di chicchessia.
Magistrato e medici cercano il paziente zero, ma chi è stato a contatto con lui si è allontanato e magari ha già contagiato qualcun altro. Si ha paura della peste e dunque spesso si chiude gli occhi davanti a sintomi e segni inequivocabili. Questo fa si che si che l’epidemia si espanda più facilmente.
In tempo di peste i medici non devono curare altri tipi di malati, ma rimanere a disposizione dell’Organo di Sanità e andare solo dove richiesto, per accertarsi personalmente del male e non dalla finestra come qualcuno per timore fa. Poi, deve riferire alle autorità. La cancelleria prende nota sia dei sani che dei malati e dell’eventuali trasferimenti al lazzaretto.
La visita deve essere pagata con un prezzo accessibile, la pena per chi si approfitta è corporale e accompagnata da una multa di 10 scudi di cui la metà vengono devoluti ai poveri. Le tariffe erano così stabilite per le visite: 7 scudi al medico, 5 lire per il cerusico, 3 lire allo speziale. Il medico del sestiere arrivava a guadagnare in questo periodo 30 scudi al mese, il cerusico 15, lo speziale 10. Introiti che però diminuivano con il diffondersi del contagio. Per incoraggiare il servizio nei lazzaretti, venivano elargiti fino a 80 scudi mensili ai medici e 50 ai cerusici.
I poveri però vengono visitati con poca cura, mentre chi è più abbiente riceve un’attenzione particolare. Grazie alle mance e alla corruzione, si può ottenere una diagnosi che non faccia trasferire il paziente al lazzaretto. Anche quando sono sospettati, o peggio colpevoli, i medici la passano sempre liscia a causa della mancanza di personale medico.
C’è il caso di un cerusico, particolarmente attivo nel disseminare certificati falsi, permettendo così il diffondersi incontrollato del morbo. Ne viene a conoscenza il magistrato grazie ad una serie di soffiate anonime. Questi scopre che al controllo, i suoi pazienti “sani”, vengono invece trovati appestati, ordinandone l’immediato trasferimento al lazzaretto di San Miniato.
Oltre a questo discutibile operato del cerusico Cesarino, il magistrato scopre tutta una serie di morti e di contagiati di cui è responsabile l’uomo, ma per mancanza di personale non lo fa arrestare. Lo obbliga però ad operare fuori città in pieno inverno, gravandone il già difficile compito ed impedendogli di lucrare, perché queste zone sono rinomate per l’estrema povertà degli abitanti.
Il cerusico Vittorio Geri invece predilige case con donne sole sulle quali poter allungare le mani. Il magistrato sempre per carenza di personale non può prendere provvedimenti, ma quando arriva una denuncia al magistrato da un testimone coinvolto in fin di vita, che Geri ha permesso ad un contagiato di rimanere a casa permettendogli così di provocare una serie di contagi e decessi, lo fa arrestare.
Quelli che pagano di più le loro responsabilità sono gli speziali, che per legge non possono operare medicamenti come fanno i medici, ma a volte li praticano. Anche loro poi nascondono i contagiati. Giovan Battista di Jacopo Bramanti per esempio, pur essendo un giovane e bravo speziale, finisce per essere condannato alla prigione e poi esiliato alla fine della pestilenza per questo tipo di mancanza.
Dall’ 1 settembre al 20 dicembre del 1630 tra i ricoverati di San Miniato e quelli di San Francesco si contano 5.860 degenti, di cui 2.503 sono uomini e 3.383 donne. Di questi ne sono morti 2886 di cui 1333 uomini e 1533 donne. Sino ancora convalescenti 2.220 persone di cui 924 uomini e 1296 donne.
Tra le donne ci sono alcuni processi che riguardano casi di donne contagiate. dalle testimonianze raccolte l’uscita dalla peste si profila come scelta fra il male epidemico e la gravidanza. Per molte donne il bubbone è preludio di una nascita/fuoriuscita letale le cui proiezioni fantastiche lo fanno assomigliare a una gravidanza mostruosa da cui ci si può forse salvare sacrificando l’altra, portatrice di vita…


