Esattamente sotto il loggiato del Forte Belvedere, si nasconde la stanza del tesoro dei Medici. Quella che sto per raccontarvi, è un’avventura degna quasi di Indiana Jones…
Tra il loggiato e quello che adesso è il bar, si trova una porta, normalmente chiusa a chiave, che un custode molto gentile ci apre. Davanti a noi scende una lunga scala, molto ripida. Alle pareti non ci sono passamani, solo una grossa corda che qualche anima buona ha installato per fornire un minimo appiglio a chi si appresta alla discesa.
La prima parte della scalinata è in legno, e sotto i nostri piedi “suona” strano, dà un senso di instabilità estrema. La seconda parte invece è in pietra, e fornisce maggior sicurezza. Apparente. In realtà, questa scala bizzarra è un trabocchetto o, meglio, lo era.
La parte iniziale della scala è il retro di una porta, che si alzava ed abbassava. In pratica, un ponte levatoio: chi entrava doveva essere una guardia fidata o un membro della famiglia, altrimenti la scala si sollevava, compariva la porta che si chiudeva con un grosso chiavistello, e diventava impossibile uscire da lì.
Alla fine della scalinata, sulla nostra destra, vediamo un arco, che una volta era chiuso da un pesantissimo cancello, di cui si intravedono ancora i cardini. Si trattava di un ulteriore punto di guardia.
Dopo l’arco, affrontiamo l’ultimo tratto del nostro percorso, una buia ed umida galleria scavata nella pietra, leggermente in discesa e piuttosto scivolosa. Alla fine della discesa, si vedono i segni di una porta, una volta esistente. Questa porta era protetta da un congegno collegato a degli archibugi e, provando a forzarne l’apertura, si sarebbe immediatamente stati colpiti a morte.
Nel caso in cui tutto ciò non fosse sufficiente, superata questa porta ce ne saremmo trovata di fronte subito un’altra, davanti alla quale, sul pavimento, una grata dissimulava un intricato marchingegno composto di molte lame affilatissime, che si chiudevano come una ragnatela, sulle membra del disgraziato che si fosse trovato lì. Non è stato dimostrato, ma gli studiosi pensano che, oltre alle lame, un meccanismo facesse precipitare dall’alto un macigno sul povero ladruncolo che, a questo punto, sta iniziando a raccogliere la mia compassione.
Anche la porta protetta da lame e macigni, qualora si fosse provato a forzarla, sarebbe esplosa, grazie alle ingegnose trovate di Bernardo Buontalenti che, è risaputo, amava molto armeggiare con la polvere da sparo, tanto che era detto “Bernardo delle girandole”, proprio per quella sua passione per la polvere da sparo, che lo conduceva spesso a creare spettacoli pirotecnici per il diletto della famiglia Medici e del popolo di Firenze.
Stiamo finalmente entrando nella camera del tesoro.
Un grande stanzone senza finestre, completamente spoglio; su un lato della stanza ci sono due grandi armadi o, per meglio dire, forzieri, un tempo chiusi da massicce e “blindate” porte di legno, di cui oggi rimangono i cardini a ricordarne la passata presenza. All’interno dei forzieri erano presenti degli scaffali, sui quali venivano riposte con cura le gioie più preziose.
Il soffitto è a volte, e vi sono dei grandi anelli di ferro fissati in alto. Sui lati delle volte, si vedono dei grossi fori, simili a bocche di sfiato, che ho immaginato servissero ad aerare la stanza. E invece no. Da queste bocche cadeva copiosa acqua, quando si decideva di allagare la stanza, altro baluardo difensivo presente nella camera dei trabocchetti. In caso di pericolo, infatti, scattava il meccanismo di allagamento, azionato da qualche leva nascosta che, toccata con le mani o con i piedi, faceva riversare all’interno della stanza del tesoro una quantità abnorme di acqua contenuta in un vicina cisterna, ed il nostro povero ladruncolo sarebbe morto annegato tra diamanti e monete d’oro.
Per quanto riguarda gli anelli sul soffitto, è probabile che venissero utilizzati per tormentare i malintenzionati: pare infatti che la stanza del tesoro diventasse anche, alla bisogna, una camera delle torture.
All’interno di uno degli armadi, sul pavimento, si vede una botola che si apre su un cunicolo che riconduce al pozzo presente al centro della stanza. Questo pozzo, coperto da una botola in pietra, è attualmente ostruito da detriti, ma si dice che arrivasse fino all’Arno e che venisse usato per svuotare la stanza dalle acque una volta che fosse allagata, ma anche per far sparire i corpi di chi fosse rimasto ucciso da uno dei tanti trabocchetti o di chi fosse morto sotto tortura.
Sul soffitto della stanza si nota anche un’apertura rettangolare, murata. Pare si tratti del varco aperto da un ladro che tentò l’impresa disperata e del quale si può facilmente immaginare il destino!
Ma… il tesoro?? Niente, non c’è niente, non c’era niente quando venne aperta la stanza.
Si dice che il tesoro si sia volatilizzato con la partenza del Granduca Leopoldo II da Firenze, nonostante il Patto di Famiglia. Gli oggetti grandi ed ingombranti si salvarono, perché non era facile trafugarle, ma le monete d’oro ed i gioielli erano di dimensioni tali da poter essere ben occultati e fatti sparire in barba all’accordo firmato.
Il tesoro, di cui tanto si favoleggiava, non è leggenda, ma realtà: nell’archivio della Guardaroba di Ferdinando I se ne parla e ne viene data descrizione. Consisteva in cinque milioni di monete d’oro, settemila monete spagnole, medaglie, cammei, vasi in pietra dura, statuette, gemme, coltelli preziosi, gioielli di ogni foggia ed una montagna di pietre preziose, tra cui i famosi diamanti da cui era impreziosito l’abito nuziale di Eleonora di Toledo.
Fu Ferdinando I a far costruire la stanza del tesoro, una volta divenuto Granduca, e per la progettazione si rivolse al nostro Bernardo Buontalenti. Soltanto Buontalenti ed il Granduca conoscevano il sistema per disinnescare la carica esplosiva posta sull’ultima porta di accesso alla stanza; come ricorda Filippo Baldinucci, Buontalenti “inventò ancora la formidabile serratura della porta del tesoro nella fortezza di Belvedere con mirabile modo accomodata a uccidere qualunque che, senza saperne l’occultissimo artifizio e segreto, tentasse di aprirla”.



Interessante. Mai saputo. Grazie
Fantastico racconto, grazie