Quattro sono le strade importanti che circondano la chiesa di Orsanmichele: via Calimala, via dei Lamberti, via Calzaiuoli e via Orsanmichele.

Su via Orsanmichele, si trova il tabernacolo dell’Arte dei beccai (o macellai) e pesciaioli, conserva al suo interno la statua di San Pietro opera del 1412 di Donatello. Il santo porta con sé delle chiavi e un libro con delle borchie metalliche. È posizionato di traverso su un piedistallo nell’atto di avanzare sporgendo con la spalla sinistra e arretrando con la destra. L’edicola vicina appartiene all’Arte dei calzaioli, qui c’è il San Filippo di Nanni di Banco realizzato nel 1410. L’apostolo è raffigurato giovane, indossa abiti all’antica e mostra una capigliatura ben scolpita.

Anche i Quattro Santi Coronati presenti sono dello stesso autore, questi sono posti nel tabernacolo dell’Arte dei maestri di pietra e del legname, un’Associazione che comprendeva anche gli scultori e gli architetti.

I Quattro martiri vennero uccisi durante il regno di Diocleziano per essersi rifiutati di scolpire una statua del dio Esculapio. Le figure sono ricavate da tre blocchi di marmo inserite a semicerchio in uno spazio piuttosto ridotto della nicchia, le statue vengono rappresentate in maniera solenne e severa, con il tipico atteggiamento dei filosofi. I loro volti tradiscono l’ispirazione tratta dalla ritrattistica romana dell’epoca imperiale, fusi insieme agli stessi ideali artistici ereditati dall’Umanesimo fiorentino.

Un altro tabernacolo è dedicato dall’Arte degli spadari e dei corazzai ed espone un San Giorgio di Donatello risalente al 1415, oggi conservato presso il Museo nazionale del Bargello.

Via dei Calzaiuoli collega piazza della Signoria al Duomo, una strada molto frequentata ed in vista, così questa della chiesa veniva trasformata nella facciata più prestigiosa. Ospitava due dei tabernacoli più importanti delle Corporazioni fiorentine: l’Arte di calimala (ricchi commercianti spesso residenti all’estero che acquistavano anche prodotti locali da esportare) e quella dei giudici e notai, assieme a quella dell’Università della mercanzia.

Nel 1412 commissionarono a Lorenzo Ghiberti la statua di bronzo di San Giovanni Battista. Il tabernacolo ha un singolare timpano ad arco mistilineo, sul basamento presenta degli stemmi in bronzo dorato che raffigurano gli emblemi della Corporazione. La statua risale al 1412, venne fusa in varie parti e sottoposta a un lungo lavoro di rinettatura e cesellatura per poi essere collocata nel 1416 nella sua nicchia. È uno dei primi grandi bronzi del Rinascimento. Lo sguardo del santo è illuminato da una foglia d’argento, l’opera rimanda alla statuaria antica. La sua posa è sinuosa, la figura è arricchita da un fiocco annodato sul pellicciotto da eremita, un richiamo alla moda gotica internazionale. Sull’orlo del mantello si trova l’ iscrizione “Opus laurentii” in lettere dorate.

Al centro della facciata c’è l’edicola dell’Università della mercanzia che conserva il gruppo bronzeo dell’Incredulità di San Tommaso di Andrea Verrocchio del 1467. In origine il tabernacolo apparteneva alla parte Guelfa che dominava la città di Firenze e conteneva San Ludovico di Tolosa di Donatello del 1418. La statua in bronzo dorato oggi è conservata al Museo dell’Opera di Santa Croce a Firenze, fu tolta dopo il passaggio di proprietà della nicchia all’Università della mercanzia.

San Tommaso è nell’atto di toccare la ferita del costato di Cristo, scena tratta dal Vangelo di Giovanni e allude alla ricerca della verità. Rappresenta l’attività della mercanzia, ovvero del suo tribunale, impegnato a giudicare le cause tra le Arti fiorentine. Verrocchio modellò a tutto tondo solo alcune parti del corpo, come le teste, il braccio destro di Cristo e l’avambraccio destro di San Tommaso con i piedi e altri particolari. Posizionò poi la statua dell’apostolo in maniera che sembrasse che questa stesse per uscire dalla scena.

L’ultimo tabernacolo è quello dell’Arte dei giudici e dei notai, ospita una statua bronzea di San Luca del Giambologna collocata nel 1602 al posto di una più antica di marmo eseguita da Niccolò Di Pietro Lamberti nel 1406, oggi si trova nel Museo nazionale del Bargello. Si tratta di uno dei capolavori dello scultore fiammingo. Il San Luca è l’ultima statua del ciclo di Orsanmichele ad essere stata realizzata, fusa in bronzo risulta avvolta da un mantello con pieghe ampie e taglienti, la figura è rappresentata nell’ atto di avanzare con il piede sinistro fuoriuscendo dal piedistallo, mentre il suo sguardo è rivolto nella direzione opposta. La firma dello scultore compare sulla cintura, pregevole è l’esecuzione della penna d’oca inserita tra le pagine dell’Evangelario.

Su via dei Lamberti si affaccia il tabernacolo dell’Arte dei rigattieri e dei linaioli, qui Donatello eseguì nel 1411 il San Marco, uno dei capolavori del giovane scultore. Si tratta di una delle tre statue scolpita dall’artista prima di san Michele e di San Giorgio. Il santo tende la gamba destra e flette leggermente la sinistra, tutto per dare un senso di movimento alla figura. Una scelta piuttosto innovativa per l’epoca.

C’è poi un cuscino che fa da base alla statua, riferimento all’attività della Corporazione dedita al commercio di abiti e oggetti usati e alla tessitura del lino. Sul pilastro vicino è collocata l’edicola dell’Arte dei vaiai e dei pellicciai, lavoratori di pelli pregiate che sono rappresentati da san Giacomo Maggiore, attribuito a Nicolò di Pietro Lamberti del 1410. La statua rivela la sua goticità con la sua rigida e inanimata posizione frontale. Il terzo tabernacolo è dell’Arte dei medici e degli speziali, che conservava la Madonna della Rosa, opera marmorea oggetto di grande venerazione da parte di tutto il popolo fiorentino scolpita da Pietro di Giovanni Tedesco nel 1399.

Su un altro pilastro troviamo il Giovanni Evangelista del 1515 eseguito per l’Arte della seta o di Por Santa Maria, corporazione che lavorava la lana, opera di Baccio da Montelupo fusa nel 1515. Anche questa sostituisce una statua di marmo più antica di Simone Talenti del 1377, oggi esposta al Museo degli Innocenti di Ferrara. Raffigura un uomo anziano rivestito da un panneggio, è barbuto, con la fronte segnata da rughe profonde rivolto verso chi arriva da piazza della Signoria.

L’ultima strada è quella di Calimala, o Arte della lana, una delle Corporazioni più ricche e potenti della città, che aveva sede nel palazzo antistante alla chiesa. Su uno dei pilastri della via è esposto nel tabernacolo il San Matteo di Lorenzo Ghiberti realizzato nel 1419 per richiesta dell’Arte del cambio, associazione di banchieri e cambiavalute.

Il Libro del Pilastro ovvero un registro contabile, documenta le vicende di questo bronzo dallo stile rinascimentale, impreziosito da finiture in oro e argento che illuminano sia le lettere iscritte sulle pagine del Vangelo che la sclera degli occhi del santo. L’edicola è piuttosto ridotta a causa della presenza di una scala a chiocciola interna al pilastro, Ghiberti dovette sistemare la statua in una posizione molto aggettante, sfruttando il poco spazio a disposizione della nicchia, ma così da rendere il santo emergente dalla scena, come se si proiettasse sul passante.

Ghiberti venne incaricato di realizzare il San Giovanni Battista dopo l’esecuzione del divino san Matteo, anche lui realizzerà tre statue per abbellire questa chiesa. L’ultima statua di questo artista è il santo Stefano collocato nel tabernacolo dell’Arte della lana, anche questa sostituisce l’immagine marmorea del santo scolpita da Andrea Pisano nel 1340, oggi ospitata nel Museo dell’Opera del Duomo.

Il Ghiberti rimane ancorato ad uno stile tardo gotico, dunque la sua opera è priva di quella ricerca spaziale presente invece in quelle più innovative di epoca rinascimentale eseguite dai suoi colleghi. Anche l’espressione trasognata del soggetto è più legata al passato, sembrerebbe che l’artista scelga scientemente di non volersi uniformare alle novità rinascimentali donatelliane.

L’ultimo tabernacolo appartiene all’Arte dei fabbri e dei maniscalchi, associati agli orafi e rappresentati da Sant’Eligio. Opera eseguita da Nanni di Banco nel 1417 e qui collocata dopo la sua morte. Anche lui si ispira alla ritrattistica romana di età imperiale. Sono rappresentate le tenaglie riprodotte su lastre ad intarsi della nicchia e l’episodio della “Miracolosa ferratura del cavallo” eseguita da Gesù per punire Eligio non ancora santo per la sua superbia. Il santo in seguito venne nominato vescovo di Noyan ed è quindi raffigurato con un abito clericale, il piviale, la mitra, il libro e un pastorale (oggi non più presente), che era sorretto dalla mano destra.

Sia l’interno della chiesa che l’esterno meritano di essere emirati per l’alto spessore artistico presente che la esaltano. Personalmente la ritengo una tra le più belle chiese del capoluogo toscano.

Riccardo Massaro
Le strade di Orsanmichele a Firenze
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