Lettera aperta ad una Firenze sulla via della perdizione
Conoscendo l’amore per la mia città mi regalarono, un giorno, un volume dal titolo estremamente esplicativo. FIRENZE FERITA, in cui sono raccolte le foto scattate durante il periodo della guerra, dalla devastazione dei bombardamenti fino all’arrivo degli eserciti alleati ed alla sua liberazione nel ’44. Ho passato un intero pomeriggio a leggere i testi e a “LEGGERE” anche le foto, ancora più esaurienti delle stesse parole.
Nata alla fine del ’44 ho conosciuto la guerra per quello che ho studiato e ho spesso distorto la realtà dando ai fatti di storia e ai suoi protagonisti più un ruolo di personaggi e non di esseri umani capaci di coraggio, di forza e di valori.
La “guerra in casa”, come l’ho sempre sentita chiamare dai miei, da bambina era un sunto di racconti e di avventure e di eroi, da grande una penosa presa di coscienza, una ferita portata dentro come un’eredità genetica che, pur senza aver visto o vissuto o provato le privazioni e i dolori di un momento tragico storico ed esistenziale gemeva riaprendosi a vecchi dolori consumati tra la mia gente, nelle mie strade, nella mia mamma che mi portava dentro di sé correndo nei rifugi al suono delle sirene.
Guardavo quelle macerie dei ponti sull’Arno sgranate nel bianco e nero delle foto d’epoca, i resti delle case e delle torri antiche contro un cielo sempre cupo e annerito dal fumo, le intimità violate di appartamenti sventrati, resti di suppellettili come stralci di storie quotidiane cancellate dalla vita. E soprattutto guardavo la gente, la loro immobilità che va oltre lo scatto rapido di una foto, il dolore attonito, l’incredulità, ma sempre negli occhi la dignità e la voglia di ritornare a vivere, maniche di camicie rimboccate fino ai gomiti e mani imbrattate di terra e di cenere per ripulire il passato e “rifare” Firenze.
La dignità e l’amore per la propria città, la “fiorentinità” più forte di ogni fragore, e più testarda di ogni dolore. Questo ho riletto in quelle immagini e in quelle pagine. L’amore profondo per una città fatta grande dalla storia che geni e Rinascimento hanno reso faro di cultura nel mondo.
Con questi pensieri mi sono diretta in centro cercando di rivedere, come un film riavvolto sulla bobina, pietre ideali rialzarsi dalla strada per ricreare strade, palazzi e monumenti di un’antica nobiltà ma fra le strade, le chiese e le torri conglobate fra nuove strutture ho visto degrado, sporcizia, indifferenza, strade ridotte a bazar multietnici, la piazza del Duomo affollata di ambulanti e intorno al Battistero e sotto il campanile coperte piene della più varia mercanzie, resti di scatole di cartone, fogli unti e sporchi buttati fra le pietre e dall’ombra dei vicoli e dei chiassi adiacenti, piccole perle della nostra topografia medioevale, promiscuità e odori acuti di urina e di immondizia.
Nella Babele di lingue diverse cammino in una città che non riconosco, che non è la mia Firenze, quella Firenze che i miei e la cultura mi hanno insegnato ad amare, quella Firenze per cui un piccolo, grande sindaco, quand’ero bambina, ci mandava nelle scuole dei libretti dove si raccontavano ogni volta le bellezze e la storia della nostra citta. “AMA FIRENZE” era il titolo e io li ho ancora, pubblicazioni semplici che parlavano di storia e di invito al rispetto di una città meravigliosa in cui avevamo la fortuna di crescere e di vivere.
Faccio ritorno lentamente a casa, camminando in quella Firenze che la tenacia dei fiorentini ha saputo ricostruire dalle ferite della guerra e dai disastri dell’alluvione, oggi umiliata da scippi e lotte rivali, dalla violenza, dalla devastazione, dallo spaccio “a cielo aperto”, dalle ragazze che devono uscire in gruppi per il pericolo di molestie o di fatti ben più gravi.
Pericoli che infestano ogni quartiere ormai e che si fanno sempre più numerosi e più frequenti.
E’ una Firenze che né canta né sogna più sotto il raggio di quella luna che la vedeva dolce, sicura, romantica e un po’ tiranna, e un angolo nascosto era rifugio per un bacio, non per una violenza, una aggressione, una rapina!
Si faccia qualcosa per la nostra città e le si renda la dignità, la pulizia e la sicurezza di una volta!
Perché chiunque si affacci sulle sue strade, siano quelle più modeste della periferia o più eleganti del centro o sia la piazza su cui si affaccia un palazzo fra i più belli del mondo, con la torre di Arnolfo che taglia il cielo con la sua carismatica asimmetria, ritrovi il valore della sua fiorentinità e collabori e si impegni perché Firenze riacquisti il prestigio che l’ha fatta grande ed esemplare nella storia.
Tre lettere di Giorgio La Pira



Grazie. Mi fa male sapere che Firenze
non e’ piu come ci sono cresciuta. Tristezza.
Grazie…Ogni commento che ricevo è una voce in più che diventa coro e che spero arrivi a chi può fare veramente qualcosa !
Non stravolgiamo le nostre tradizioni,non lasciamo che un’alluvione di ignoranza e di degrado affoghi la nostra bella città!
Grazie per ogni parola che ho mosso,per la condivisione sincera del vostro rammarico
Ormai da 42 anni non vivo più a Firenze dove sono nato. Ogni tanto ci facevo ritorno finché erano vivi i miei genitori, visite che ora sono assai diradate. Sono restato in corrispondenza con amici di allora e recentemente una di loro mi ha inviato una fotografia che ritrae una quantità di tavoli di un esercizio proprio di lato al Battistero. Abominevole. Credevo fosse in occasione di una qualche festa, invece mi dice che è fissa. Leggo con piacere/ dispiacere il suo scritto di profondo rammarico. Mi piacerebbe divulgarlo per chi non l’ha ancora letto, magari su Facebook (ma non attirerà ancora più turisti ignari ?)
Cordialmente Alberto Sorrentino
Grazie vorrei poterlo divulgare il.piu possibile perché so che è la voce della mia città e di tutti coloro che amano la mia città culla di arte e di civiltà.Spero di rivederla come l’ho vissuta ,come me l’hanno insegnata i miei nonni,i miei genitori e chi l’ha resa bella a tutto il mondo col suo genio.
Non facciamola affondare nel degrado,che può provveda e presto
Cara Alessandra, le tue parole mi hanno ricordato il famoso articolo di Oriana Fallaci pubblicato dal Corriere della sera circa vent’anni fa. Non è cambiato nulla purtroppo. Si fece solo tanto rumore per nulla. Sarà così temo ancora per molti anni e non solo a Firenze. In pochi cerchiamo di resistere, protestiamo, facciamo ciò che possiamo, ma in nome del bene economico lo sfruttamento del nostro patrimonio artistico culturale non conosce limiti e procederà sino al suo snaturamento, alla sua perdita di senso. Scusa il mio pessimismo, che tuttavia non mi esime dallo sperare.
Quando ero più giovane e arrivava la primavera mi piaceva camminare e riscoprire la mia città nei vicoli più nascosti e gravidi di storia , perché Firenze è un museo a cielo aperto….Adesso non lo posso più fare perché ho paura….
A sedici anni me ne andavo la sera del sabato al teatro Comunale ad ascoltare i concerti che finivano poco prima di mezzanotte e tornavo col bus a casa insieme ad una mia amica senza che un genitore dovesse venirci a prendere…Adesso non lo posso più fare perché ho paura……