di Alessandra Mazzoli
La mamma è nata quasi un secolo fa in una casa di via Chiara, così piccola e corta che come la percorri con lo sguardo trovi subito il cielo. Lì le case si stringono una contro l’altra, come a proteggersi dai pugni del tempo, ognuna con la propria architettura e i vani delle finestre come piccoli occhi curiosi sulla piazza, alcuni spalancati, altri velati dalle palpebre lignee delle persiane, coi loro verdi consunti e sbiaditi.

Sul cerchio della piazza del mercato svetta fra i tetti la cupola di San Lorenzo, la chiesa dove la nonna aveva fatto la Cresima, con un cappello orribile a “rosolacci rossi” di cui ancora sorrideva un po’ triste, e qualche anno dopo la prima Comunione, con l’abitino bianco che copriva a fatica i suoi inadatti, ma unici, stivaletti neri.
Il nonno lavorava vicino al mercato e l’aveva conquistata a diciott’anni con un corteggiamento continuo e gentile, e a forza di far sedere la “signorina” sull’unica sedia della sua bottega e offrirle il calore di uno scaldino attizzato appositamente per lei, scaldandole le mani le aveva scaldato il cuore.
Si erano poi sposati in un giorno di febbraio, senza nessuna foto per i posteri.
Quando la famigliola era aumentata, prima con la mia mamma poi con lo zio e un’altra bambina, si era lasciata la casina di via Chiara per una casa più grande in Borgo la Noce, in quella prima sequenza di case lunghe e strette da cui ancora oggi si gode la piazza e quello che era allora il cuore “aperto” del mercato, coi banchi della frutta sotto un’ampia tettoia…

Se qualche volta, oggi, in una bella mattina mi capita di raggiungere il mercato passando da quanto è rimasto di via Chiara, l’ombra che non ha fatto ancora spazio alla luce si affoga fra il pietrisco della strada, ma lo spicchio di cielo che incornicia le casupole più alte di Borgo La Noce si accende già del bagliore del sole che si dilata sulle tegole rosse dei tetti fin sugli spicchi embricati della Cupola dei Principi. La gente lava via il passaggio della notte davanti agli ingressi delle botteghe e i rivoli scuri dell’acqua schiumosa corrono a disegnare la trama della strada, scivolando fra le crepe delle pietre antiche e sostando nelle “coppe” di superfici erose. La vita riprende nella sua dimensione, ma io sento alitare intorno a me l’emanazione di un’epoca antica, ricamata sulla garza incorporea della memoria con fili di risate e di lacrime, mentre il tempo, narratore senza volto, mi introduce alla magia della “commedia” spalancando il sipario sulla sua storia invisibile. E la piazza, dentro di me, si anima di voci, di colori e di luce con le finestre che sbadigliano, stanche, sulla fatica del giorno che ricomincia.
La mamma racconta che di prima mattina Mastichino gridava le previsioni del tempo, invitando la gente ad alzarsi, se c’era il sole, o a gustarsi l’abbraccio caldo delle coperte se il freddo o la neve tagliavano l’aria.
Nominato così dall’arguto sarcasmo fiorentino per la abitudine di masticare il sigaro, aveva un magazzino in Borgo La Noce dove potevi trovare di tutto, anche la figlia, Amelia, così bella che le stesse sigaraie venivano ad ammirarla uscendo dalla loro fabbrica di via Guelfa. Le ruote dei primi banchi di verdura segnavano la loro caracollante scia, intinte nella guazza della strada, il Niccolai dell’edicola di piazza Barbano avrebbe forse “strillato” un’edizione straordinaria e il profumo invitante dell’olio caldo di fritto avrebbe stemperato la condensa dei fiati e anticipato il gusto degli gnocchi di polenta cotti nel sugo denso delle salsicce.
Al terzo piano di Borgo La Noce 20, la mia mamma ha passato la sua infanzia. Tutti si conoscevano come una grande famiglia, pronta a godere del bene dell’uno, o dispiacersi del dolore dell’altro, e pronti sempre ad aiutarsi nel momento del bisogno, con quella semplice e spontanea generosità che solo la modestia sa rendere grande.
Nelle dolci sere d’estate le donne scendevano in strada e disponevano le sedie contro le porte ancora calde di sole per chiacchierare fra loro alla luce dei lampioni mentre i bambini disegnavano col gesso le caselle sulle pietre per giocare al “piede zoppo” con una gamba piegata all’indietro e saltando con l’altra oltre la linea bianca, le mani sui fianchi e le braccia aperte per mantenere un equilibrio stabile e sicuro. Oppure facevano “teatro”, il pubblico dei bambini seduto sul marciapiede e la mamma e suo fratello, che godevano del privilegio di avere come zio l’attor giovane di Augusto Novelli, ripetevano le scene imparate alle prove o improvvisavano duetti da gran varietà, “Madama Rosa / dimmi qualcosa / di portentoso che mi fa sognar…”.
Poi si faceva il vecchio gioco del salto alla corda, da soli e in coppia, misurando l’abilità dell’uno e dell’altra, battendo con la punta delle scarpe al ritmo cadenzato dall’eco del salto e alla monotona conta di chi tendeva la fune.
Qualche volta i giochi e il chiacchiericcio venivano interrotti dall’improvviso approssimarsi sulla strada del mesto corteo degli incappucciati, e per un attimo tutto sembrava fermarsi. Le ambulanze di allora erano semplici lettighe, quasi barrocci avvolti da una tenda discreta, e trainate dai fratelli della Misericordia, che con le tonache nere e le facce senza volto, se non rivelate dai fori dei cappucci, incutevano un timore quasi sacrale, una inquietudine comunque attraente, su cui aleggiava la domanda di rito: sarà un uomo o una donna la creatura nascosta dalla pietà di quella tenda scura? E la risposta, spesso, veniva dai bambini, che con la loro coraggiosa incoscienza scostavano di soppiatto la tendina, schivando il controllo dei portantini.
Ma non solo il dolore passava per quelle strade; anche l’amore ci faceva il nido nei vicoli angusti e nascosti nel buio o sotto l’arco del Gomitolo dell’Oro dove nemmeno la Luna osava filtrare, un po’ per compiacenza e un po’ per discrezione. Gli abituali percorsi e i gesti di ogni giorno, imparati per incontrarsi e dare la colpa al caso, erano il solo mezzo per incrociare lo sguardo, per abbassare gli occhi o promettersi un sì. A Galliano, lo zio attore, appena quindicenne, era piaciuta Nella, una bambina di tredici anni, con una lunga treccia che le saltava sulla schiena e che avrebbe mantenuto anche nella vecchiaia, grigia e appuntata in un soffice chignon. L’aveva baciata una sera sulle scale, con la foga maldestra dei suoi giovani anni, spinta contro il muro e, affogati nel buio, lei aveva giurato, ancora stordita, che a “lui o nessuno” avrebbe dato la sua vita. Dopo un lungo periodo di screzi e di amore, separazioni e ritorni di fiamma, si erano poi sposati in San Lorenzo coronando il sogno della loro adolescenza, che solo cinque anni dopo la malattia avrebbe spento.
E la gente intanto seguitava la sua vita, rideva e piangeva e poi tornava a vivere, e fra i panni stesi al sole come candidi sorrisi le donne affaccendate cantavano e contavano i pochi centesimi per far quadrare un bilancio già grigio. Le feste e le tradizioni erano il cuore di San Lorenzo e il rione rispondeva, fedele all’appuntamento, e si parava a festa, accomunando nella gioia giovani, vecchi, donne e bambini.
La primavera sbocciava in un incanto di fiori. Si salutava il Calendimaggio vestendo le finestre con ghirlande di fiori finti e catenelle di sgargianti colori che ondeggiavano, leggere, al rinnovato tepore. I “fiorai” si riunivano in gruppi e ritagliavano lunghe strisce di carta increspata che veniva poi avvolta su fili di ferro e lavorata per formare la corolla dei fiori. I più abili facevano il pistillo avvolgendo la punta con la carta gialla e con le forbici tagliavano i contorni dei petali che poi le dita femminili, dal tocco più delicato, avrebbero aperto e modellato. Una volta il nonno adornò la finestra col Giglio di Firenze contornato di fiori e legato al davanzale con catenelle di carta colorata e tanto fu apprezzato il suo lavoro che per mesi la foto del suo addobbo si ammirò nella vetrina di un cartolaio del quartiere.
Per la vigilia dell’Annunziata, il 7 di settembre, San Lorenzo consegnava a giovani e bambini canna di bambù e relativa rificolona, che si accendeva già temendo nel buio la mira dei ragazzi armati di cerbottane. Appena l’ultimo chiarore del crepuscolo lasciava il posto al fascio delle stelle, mille facce di soli o di lune bonarie si accendevano di luce, ondeggiando sulle canne, e le lanterne riflettevano bagliori rossastri al riverbero della tremula fiamma delle candele. La Pippolese diretta dal Metti, coi suoi sessanta mandolini pizzicati dai plettri e gioiosi nei suoni ondulati delle corde, intonava il canto dell’Acqua Cheta di Pietri, e al coro di “ona ona, ma che bella rificolona, è più bella la mia di quella della zia…”, un corteo dalle età più disparate partiva cantando da piazza del Mercato e gonfiandosi di gente, di voci, e di fiaccole percorreva le strade del vecchio centro e della città fino al terrazzo del Piazzale Michelangelo: Da lì, Firenze si offriva agli occhi e al cuore dei fiorentini, con la cintura liquida dell’Arno puntellata delle luci delle Rificolone che, riflettendo nell’acqua il loro chiarore, parevano emergere anche dal letto del fiume.
La mamma godeva di un teatro privato, dove il proscenio era il cortile interno della casa e gli attori la gente che vi si affacciava. Il retro era come il disegno di un bambino. Finestre, finestrelle, balconcini, reste di agli e di cipolle appuntate sui muri, tutto disposto in una ingenua asimmetria saliva, scendeva, fino ai tetti stretti e alll’intonaco sbavato, intercalato dal gioco continuo delle grondaie e dei tubi che scendevano fino in fondo al cortile, come un tratto maldestro di lapis sfuggito dalla mano di un pittore disaccorto.
Sul balconcino di fronte si affacciavano due sorelle, avanti negli anni, e si guardavano intorno con lenta apatia.
La mamma e i suoi fratelli le chiamavano “le bracone” ma l’unica cosa che forse” bracavano” e di cui si sentivano mollemente compiaciute era quel sole debole e costretto dal cortile, che soffocato dai tetti e compresso dalle case si offriva di rado in pieno stato di grazia, stendendosi sui mattoni rossi di cinabrese e sui vasi odorosi della salvia e del basilico. Così si soffermavano più del necessario,magari senza guardare nessuno, lasciando che il buio delle palpebre chiuse si scaldasse di leggeri balenii di luce. Da un’altra finestra, Dreino il sognatore sparava a stormi di uccelli immaginari puntando verso il cielo il manico della scopa. Il cervello di Dreino era come un calderone dentro il quale, mischiato dal cucchiaio della follia, bolliva un minestrone di sogni e di realtà, che grazie al suo ottimismo mai mancava di sale.
-Dreino – domandavano gli amici- o come è andata oggi, quanti ne hai presi di uccelli?
E lui: E’ un’ora che aspetto. Un passano….
– Allora, ti è andata male se un gli acchiappi!- rispondevano.
Oppure, come amico di “GENTE IMPORTANTE”, come lui si vantava di essere, gli domandavano, ammiccando:
Da chi sei stato a mangiare, Dreino?
E lui una volta cenava da Starace, una volta divideva la tavola col Re, ma soprattutto, spesso e volentieri, rivelava con un cenno compiaciuto di intesa e abbassando un poco il tono della voce, di essere stato invitato da BENITO, ripagandosi così, di quanto la natura lo aveva ingiustamente offeso.

La famiglia della mamma lasciò la casa di Borgo La Noce verso la fine del 27, dopo la morte dello zio attore, a soli trentun anni, e della sorellina che il tifo si portò via solo dopo quattro anni dalla gioia della sua nascita. Non parlerò di quell’anno di dolore perché il dolore è inenarrabile nella sua intensità, si nasconde nei recessi pietosi del pudore e scava nel cuore la fossa del suo ricordo. Si portarono via la loro pena incartata fra gli oggetti banali di ogni giorno, da quella casa che non ebbe più nulla da dare, in quelle stanze private dei canti e delle risate.
Ma la vita che passò per quelle stanze e quella piccola morte che ne turbò la gioia io le avverto ancora oggi, alzando gli occhi su quella casa, e rivive per me e dentro di me ciò che ho ascoltato in lunghe sere di racconti e di memorie, e che ho raccolto con amore e rilegato nell’anima.
Sono passati gli anni, è passata la gente, ma ci saranno ancora Dreini in quel rione, o altre bracone o personaggi sui quali San Lorenzo dipanerà la sua matassa di fili di storie. E la mia mamma sarà lì sempre, a parlarmi del suo mondo , giocando eternamente al”piede zoppo” sulle pietre o saltando alla corda, come un angelo leggero.
Correrà, e riderà, eterna bambina, e canterà, carezzandomi il cuore: MADAMA ROSA, DIMMI QUALCOSA DI PORTENTOSO CHEMI FA SOGNAR…..



Ho trovato l’articolo sul rione di s.lorenzo emozionante perché in fondo qualcosa di me viene anche da lì. Nel lenzuolo dipinto in alto a destra ho visto Emma barista. Non escludo possa trattarsi di mia nonna Emma che aveva il caffè sottocasa in borgo la Noce da cui si trasferirono altrove intorno al 1924. Grazie sig.ra Mazzoli
Manuela