Ospedale degli innocenti di Firenze
Prima parte
Nel 1419, l’Arte della seta acquistava un terreno vicino al convento dei frati dei Servi di Maria, dove su progetto di Filippo Brunelleschi avrebbero costruito un ospedale. Nel 1421 iniziarono i lavori, il Comune riconobbe all’Arte il patronato sollevandolo da qualsiasi obbligo fiscale. Nel 1427, quando Brunelleschi aveva appena terminato il loggiato, scelse di impegnarsi in altri importanti progetti, così passò la sua commissione a Francesco della Luna.
Il 1445 vide il primo neonato accolto nella struttura. Nel 1465 erano già diventati duecento, nel 1484 si arrivava ad un migliaio, la maggior parte di loro erano bambine.
I neonati ospitati nella struttura aumentarono sempre di più negli anni. Nel 1786 si arrivò a ben 2.000 assistiti, nel 1873 erano diventati 2.318 nonostante fosse vicina la chiusura della ruota, ovvero dove in modo anonimo si potevano lasciare gli infanti. Questa era situata sul lato sinistro del loggiato, ancora oggi anche se il meccanismo non è più funzionante è visibile e protetta e conservata come un importante reperto storico.
Alle bocche degli infanti da sfamare si dovevano necessariamente aggiungere quelle del personale, ovvero balie e lattanti, che arrivavano a circa un centinaio di unità, dunque la struttura si sobbarcava un bell’onere, sostenuto grazie a lasciti, testamentari, donazioni, finanziamenti e sfruttando il proprio patrimonio immobiliare.
Nei primi del Quattrocento solo due ospedali: San Gallo fuori le mura e Santa Maria della Scala accoglievano oltre i poveri e i malati i bambini.
Quest’ultimo ospedale fu fondato nel 1313 da Cione di Lapo Pollini e gestito dai frati Serventi di Siena. Passò poi nel 1361 sotto il patronato dell’Arte della seta e nel 1532 venne riunito all’Ospedale degli Innocenti.
Gli infanti venivano lasciati alla struttura attraverso una finestra protetta da una grata (la già citata ruota), da cui potevano passare solo i neonati. Per ben seicento anni questa struttura operò per salvaguardare questi “innocenti”, che venivano accolti da due figure protettive, due statue ancora oggi conservate ed esposte nel percorso museale. Si tratta di Giuseppe e di Maria realizzate da Marco della Robbia frate domenicano seguace di Savonarola. Si nota la mancanza di Gesù bambino, il cui posto veniva occupato virtualmente dall’ abbandonato, che veniva posto proprio tra le due protettive figure.
L’ospedale con il passare degli anni
Tra il 1558 e il 1580, Vincenzo Borghini realizzerà un progetto educativo per i bambini ed uno di disciplinamento per le donne che operavano all’interno. Nel 1579 una grave crisi finanziaria colpirà l’ospedale e Borghini si vedrà costretto a vendere numerosi beni di proprietà della struttura. Nel Settecento il numero di bambini affidati aumenta ancora di circa mille l’anno. Nel 1776 verrà eletto alla carica di commissario Giovanni Neri Badia, quattro anni dopo terminerà il patronato dell’Arte della seta.
Nel 1780 si sviluppa la scienza pediatrica ad opera del chirurgo Lorenzo Nannoni, mentre nell’Ottocento si attua una nuova organizzazione per la comunità femminile al suo interno. Quando nel 1810 si impone la dominazione francese, viene abolita l’area del convento dove la parte femminile viveva sotto una stretta e rigida sorveglianza. In seguito, quando viene restaurato il governo granducale lorense, l’ospedale che gestisce l’ospizio per le donne incinte nubili di Orbatello, si incarica di assistere anche le partorienti povere e nel 1815 fonda l’Ospizio di maternità. Nel 1875 cessa l’abbandono anonimo attraverso la finestra dei neonati legittimi che per altro mettevano ormai fortemente in crisi la finanza dell’ente.
Una curiosità: si usava e ancora si usa dire “in fasce”, quando ci si riferisce ai neonati, questo perché in antichità era consuetudine fasciare i neonati, come appare anche in alcune opere di Della Robbia conservate nel Museo dell’ospedale. Questa usanza ormai dismessa, veniva praticata perché si credeva che la fasciatura servisse ad a drizzare le ossa e a proteggere l’infante.
Il putto in fasce presente nella struttura, è così ritenuto il simbolo dell’ accoglienza e della protezione dei neonati.
I piccoli ospiti della struttura
All’interno del museo sono ancora conservati ed esposti i documenti di tutti i bambini qui ospitati e di cui si possono seguire le vicende e i destini.
Simona Taddea viene lasciata il 19 novembre del 1451, il nome compare su una pergamena legata alla bimba con una corda di seta verde. Vengono indicati nei documenti i vari trasferimenti alle diverse balie che l’accudiscono e la allattano. Era stata lasciata presso l’ospedale ammalata quando aveva circa un anno di età. La bambina come altre, viene così “prestata” a famiglie nobili (Attavanti e Zanoni nel caso di Simona), che hanno già delle balie per i propri figli che così allattando, sono stimolate a produrre a lungo il latte. Ne beneficia anche l’ospedale che così risparmia. La bimba riceve in dono dalle famiglie che la ospitano pezze e fasce in segno di riconoscenza o forse più per una questione affettiva.
Lucia Caterina viene invece abbandonata il 23 marzo 1466. Figlia di Piero Jacopo da Poppi, viene affidata ad una famiglia benestante affinché la loro balia possa mantenere il latte. Il 9 marzo è invece affidata a Piera, balia di San Michele in Fronzano, poi viene svezzata e nel 1499 torna agli Innocenti. Ad otto anni è “concessa” ad un mercante fiorentino di pelli che la adotta e le fornisce una dote. Si sposerà nel 1470 con Martino di Piero.
Maddalena è figlia di un servo della famiglia di Ugolino Martelli. A tre anni il 7 maggio 1478 è abbandonata agli Innocenti. Sua madre era una schiava dalmata di Ragusa deceduta all’Ospedale di Santa Maria Nuova, il padre Battista di Casentino anche lui era a servizio dalla stessa famiglia insieme alla bambina. L’Ospedale riceve il corredo completo appartenuto alla madre composto da lenzuola, asciugamani, fazzoletti, cuffie ed alcuni metri di lana e lino.
Francesco, il 31 luglio 1465 ha circa 20 mesi quando viene deposto nella pila. È figlio legittimo di Michele Fabbro di Carmignano e di monna Margherita sua moglie, si sono entrambi innamorati quando erano ricoverati a Santa Maria Nuova. Chi lo porta agli Innocenti informa la struttura che il padre è proprietario di una casa, una bottega e di un pezzo di terra, di cui il bimbo è l’unico erede. Francesco però sopravvive solo fino al 12 agosto dell’anno dopo.
È il 21 dicembre del 1449 quando un uomo con il suo servo lasciano un bimbo tra le fasce alla ruota con un biglietto avvolto in esse. Questo spiega che il bimbo è figlio di monna Domenica che chiede di battezzare il bimbo con il nome di Tommaso. In omaggio alla madre il bimbo viene battezzato con il nome di Tommaso Domenico. Venne poi mandato a Londa nel contado e affidato alla balia Tita avvolto in fasce e in un mantellino di panno. Poche settimane dopo il bimbo morì, il prete e il balio del paese portarono la notizia del triste evento all’ospedale. Si accertò che la balia aveva mentito sul motivo del decesso, nascondendo la morte causata dalla peste. L’ospedale per punizione ridusse il salario alla donna.
Queste sono alcune delle tante storie di questi trovatelli. Storie struggenti, commoventi ma anche con risvolti felici, perché spesso questi, passato il periodo di crisi, vengono recuperato dalle loro famiglie.
Dalle testimonianze risulta che questi bimbi venivano accuditi con amore ed attenzione; cresciuti, educati e preparati per vivere una loro vita. Quando non tornavano in braccio ai loro legittimi genitori, venivano comunque adottati.


