Quando scrissi il mio racconto “Nel cuore di San Lorenzo” misi nero su bianco e “fermai” i ricordi che la mia mamma ogni tanto faceva emergere dal libro della sua lunga vita descrivendo strade, quartieri e personaggi che nel grande proscenio della piazza del Mercato, fra scenari e quinte di vecchie strade e di vicoli nascosti avevano recitato per anni le loro storie, piccole e grandi vicende di ogni giorno, drammi nascosti o anonimi dolori. Vi avevo citato molti nomi solo marginalmente, dando maggiore spazio al quartiere e al suo quotidiano nei primi del novecento, ma di due personaggi in particolare la mamma mi narrò le loro storie che rimasero impresse nei ricordi per la loro peculiare particolarità, per gli eventi e le consequenze che ne derivarono, per quegli accadimenti “fuori dall’ordinario” che trasformano fatti comuni in eventi epocali tramandabili ai posteri.
Vi ho raccontato la storia di Amelia, una storia di un amore che uccide, ma di un’altra forma di amore la mamma mi raccontò: quello, che così forte, combatte e supera ogni difficoltà e ogni regola imposta da schemi rigidi e conformisti: la storia di Armida e di Carlino.
Armida era la figlia di un verduraio che aveva il banco di frutta e verdura sotto le logge di piazza del Mercato, ma aveva anche un giovane garzone, Carlino, che sotto un ciuffo di riccioli neri nascondeva l’insidia di due occhi di fuoco.
Armida era alta e slanciata e portava i capelli di un castano ramato raccolti in una treccia che le arrivava in vita. Aiutava la mamma nelle faccende di casa, ma non si faceva pregare se a volte doveva scendere in piazza dal babbo a scegliere le verdure da cuocere per la cena… Le sceglieva attentamente , e l’aiutava Carlino a farne i mazzi scelti, intrecciando lentamente gli steli del prezzemolo e intrecciando, nascoste fra le foglie, le proprie dita con quelle di Armida.
L’amore si faceva con gli sguardi, a quei tempi e i pensieri passavano da cuore a cuore, in un silenzio più forte di ogni parola, di ogni sospiro, di ogni promessa. Lei non vedeva che lui, lui non pensava che a lei e si erano promessi, nell’attesa di rivelare presto a tutti il sentimento che da tempo li univa.
Ma su Armida aveva messo gli occhi anche un giovane di famiglia agiata, il cui padre costruiva dei landò, carrozze eleganti sospese su quattro ruote e trainate da due cavalli in pariglia. Quando il giovane si presentò a casa di Armida e ne chiese ufficialmente la mano, il padre ne fu più che lusingato. Si guardava purtroppo al buon partito e meno ai sentimenti di figlie femmine su cui vigeva la patria potestà. Ci si congratulava con Armida decantandone la fortuna di “andare a fare la signora”, se ne parlava fra mamma e mamma con malcelata invidia e col susseguo di chi , dopo gli oneri di una buona educazione impartita, aspira agli onori impensati di un futuro dorato per la propria figlia.
Per Armida fu un fulmine a ciel sereno, come lo fu per Carlino. Ne parlava ormai tutta la piazza del Mercato e chi incontrava la Armida si rallegrava con lei mentre a lei il cuore gemeva di tristezza e davanti al banco paterno della frutta, teneva gli occhi bassi sentendo su di sé lo sguardo di dolorosa passione del suo Carlino, fino a che fu lui, una sera, a fare in modo di incontrarla furtivamente e di proporle l’idea che lo divorava da giorni.
Amore mio… – le disse disperato – Ci resta solo una cosa di fare: scappare insieme e tornare il giorno dopo – e subito, allo sguardo spaventato dell’Amelia, con la mano sul cuore, volle rassicurarla e giurò sul suo onore che non l’avrebbe toccata mai, se non dopo il Sacramento del matrimonio. Fu tutto deciso e dopo alcuni giorni e forse con l’aiuto di una nonna bonaria, vittima di ancestrali costrizioni subite al tempo della sua gioventù, si fece la famosa “ fuitina” del rione, con tutto quello che seguì e quello che se ne disse.
Inutile dire che dopo pochi mesi dal loro ritorno l’Armida e Carlino si sposarono, felici, in San Lorenzo coronando il loro sogno d’amore. ….E quella notte Carlino la toccò e la toccò in futuro così tante volte che misero al mondo una nidiata di figli dai riccioli neri e castano ramati…
Concludo la storia di questo rione rivelando ciò che, molti anni più tardi, il destino ci volle regalare.
Quando nell’anno duemila mio figlio si fidanzò, raccontarono un giorno che il fratello della ragazza abitava da tempo in affitto in un alloggio di Borgo La Noce e parlandone poi curiosamente insieme venimmo a scoprire che quell’alloggio era proprio la casa in cui la mamma aveva trascorso l’infanzia e i primi anni della sua giovinezza.
La portammo emozionatissima in piazza del Mercato per farle rivedere la casa, le stanze e il suo passato. Ricordo quella piccola donna novantenne volare sulle scale strette e buie “camminando” sui ricordi con l’entusiasmo di una bambina. Lei “vide” oltre l’arredo moderno della casa i suoi mobili modesti, le sue semplici stanze divise con i fratelli, respirò gli odori antichi del suo quotidiano, si affacciò su quel cortile dove aveva spiato le “bracone” e la follia di Dreino sparare agli uccelli col manico della scopa, rivide il cielo che non era mai cambiato, quel cielo che non muore e ci parla di eternità.
C’è un tempo per ogni cosa, per crescere, per amare, per piangere e per sorridere, per sperare o adagiarsi nel rimpianto, e c’è il tempo dei ricordi con i quali puoi vincere il tempo che scorre e sognare che oggi può essere ancora ieri.


