Quando il babbo riuscì, dopo tanti sacrifici e tante firme su un bel numero di cambiali, a “farsi” la macchina per portarci fuori città la domenica, a casa sembrò fosse scoppiata la rivoluzione. Era una cinquecento bianco latte con la tappezzeria rosso sgargiante e quando il babbo ci portò ufficialmente tutti sopra la prima volta per andare da Rifredi alla SS. Annunziata, ricordo ancora il bianco delle nocche delle dita contratte sul volante e il silenzio della mamma, accanto a lui, carico di paura e di emozione; tant’è che addirittura passò col rosso all’altezza di Piazza S. Marco, a un passo dalla fine del tragitto che, seppur breve, lo aveva impegnato come andare da Careggi all’Impruneta.
Quando da allora si cercava il babbo, non era raro trovarlo affacciato alla finestra a rimirarsi la sua “macchinina” perfettamente posteggiata con le dovute distanze di sicurezza “antistruscio”. Si era comprato un morbido spazzolino di piume, col manico lungo, e passava gran parte del suo tempo a togliere la polvere in ogni anfratto, sui tappetini e sui sedili che avrebbero ospitato me e la mamma durante il magico “viaggio fuori porta”.
Un giorno il babbo tornò a casa con un pacchetto voluminoso sotto il braccio e quando lo disfece orgoglioso davanti a noi, srotolò un plaid di lana soffice e colorata a quadrettoni gialli, rossi e verdi che era un piacere toccare e guardare. Da quel giorno il “pleidde” fece parte integrante dell’arredamento della Palmira (la macchina aveva un nome, da buona componente della famiglia) anzi, ne fece la parte del leone. Guai se i bambini ci avessero messo sopra i piedi e lo avessero toccato con le mani appiccicose di zucchero o sporche di cioccolata! Se volevamo fare uno scherzo al babbo bastava dire con sorpresa: “o che è questo buco su’i pleidde?” e il babbo era capace di frenare di brutto per saltare fuori dalla macchina agitato e controllare l’entità del disastro. Al ritorno ci faceva tutti scendere e aprendo il pleiade controllava fra i pelucchi, lo scuoteva per togliere un invisibile ma certo presente velo di polvere e poi lo ripiegava facendolo aderire ai sedili, carezzandolo piano con cura amorosa.
Quella mattina del 4 novembre del ’66, dopo tanti giorni di pioggia corposa ed incessante, sentimmo a colazione venire dalla radio la voce concitata di un uomo parzialmente coperta da un rumore di fondo, continuo, cupo, sordo e misterioso: era la furia dell’acqua dell’Arno che aveva fatto di Firenze il suo letto, inondandone il cuore e le strade più antiche. Per giorni rimanemmo separati senza notizie, chiusi nell’oasi del nostro rione che era stato risparmiato da tanta violenza. Qualche giorno più tardi il babbo e io ci avventurammo con la macchina fino alla Fortezza e poi ci inoltrammo a piedi nelle strade colpite.
Firenze era spettrale, grigia, sporca, maleodorante di nafta e di dolore, il dolore della sorpresa e della presa di coscienza che la vita serena di una città se ne è andata fra l’acqua ed i detriti.
Un uomo era seduto tremante davanti alla sua casa. Piangeva, asciugandosi le lacrime con la manica sporca di una camicia leggera. Il babbo si avvicinò e lo guardò in silenzio, ma lo sguardo che divise con lui fu più eloquente di ogni parola. “Un ci ho più nulla – disse l’uomo sconsolato più a sé stesso che a lui – e m’è rimasta solo la fame …”. Allora vidi il babbo voltarsi, allontanarsi con passo lesto e con passo altrettanto lesto tornare verso di noi. Aveva sotto braccio il suo pleidde. Senza parlare, lo aprì e lo avvolse sulle spalle dell’uomo come un mantello. La lana assorbì subito il lezzo della nafta e l’unto scuro e viscido del fango e il babbo, per un attimo, ebbe un fremito leggero sulla tempia, forse un piccolo accenno di dolore. Si voltò, vergognoso di ricevere un “grazie” per così poco e rifece la strada del ritorno, camminando piano sui cartoni che erano stati distesi sulla strada. Mi precedeva dandomi la schiena e “studiando” la strada più sicura per me. E le sue scapole curve, piegate dalla stanchezza, nascoste sotto la lana grigia del cappotto un po’ consunto, per un attimo mi sembrarono ali…



Bella storia…veramente piacevole e toccante!
Anche mio padre mi comprò una Lambretta usata per festeggiare i miei 18 anni e, come per molti, l’Arno se la portò via. E l’anno dopo comprò a cambiali una Fiat 850 blu … stupenda per me – lui non ha mai guidato – e per mia mamma. Quell’auto è stata venduta dalla mi mamma nel 2003!
La mia prima macchina che ho avuto, comprata dal mio babbo, per portarlo in giro la domenica, era una 600 usata bicolore con il tetto azzurro e la carrozzeria grigia. Le misi il nome Roberta, era il mio mondo, mi faceva sentire importante con gli amici. Divenne la mia alcova per scarrozzare la mia fidanzata. Che guarda caso si chiamava Roberta.
Eravamo così semplici da personalizzare anche le cose.Forse perché ce le dovevamo conquistare,nulla era dovuto,e quando finalmente erano nostre diventavano amiche delle nostre giornate e delle nostre semplici avventure