IL TERRAZZO SULLA STRADA

I miei primi ricordi fiorentini son quelli della strada in cui nacqui e crebbi, Via San Gervasio, Campo di Marte; Fiesole e il Castello di Vincigliata nello sfondo ameno. 

Rammento la strada assolata che guardavo assorto e composto dal capace terrazzo di casa, al secondo e ultimo piano: il primo lo avevamo affittato a una signora Eleonora, vedova o nubile non so; donna scontrosa, irascibile, sempre di pessimo umore: avrà avuto i suoi pensieri, le sue gatte da pelare, chissà.

Sarà stato nel 1950 e 1951, perciò avevo quattro-cinque anni. Ricordo, eccome, il silenzio assoluto del dopopranzo nei meriggi sul balcone, di sicuro a maggio e giugno, poiché ai primi di luglio – se non anche un po’ prima – partivamo per la villeggiatura (allora si diceva così!) e non tornavamo che a settembre inoltrato.

Mi sentivo bene, oserei dire ‘in estasi’, da solo sul terrazzo e sotto i fendenti del Sole: sarà che capita così ai bambini che passano parecchio tempo a pensare e, magari, stanno a posto anche da soli. Anche da soli sentono una certa compagnia, pur se nell’inconsapevolezza dell’età: l’età dell’innocenza splendida, smagliante.

Non passava una macchina! Il solo tram, l’”11”, transitava ogni tanto sulla lunga, dritta Via Carnesecchi: al rumore un poco secco del motore, s’accompagnavano i gradevoli squilli del campanello suonato dal conducente in divisa. A quell’epoca non erano in divisa solo i soldati: l’uniforme pulita e ben stirata la portavano anche i portinai, gli uscieri, i ferrovieri, i tranvieri! Era bello. Era giusto.

Ho nostalgia delle ore infuocate sul terrazzo di Via San Gervasio n. 8.

“GAROFANI”!

Un grido mi svegliava, un grido forte e squillante, ma non allegro. Era una voce la quale, a più riprese, esclamava “garofani”! Era la voce d’un fioraio ambulante che da Piazza Nobili scendeva per Via Carnesecchi e magari la sua corsa un poco faticosa la concludeva al Salviatino o a Settignano. Erano le sei o sei e mezzo di mattina: tempo, sì, d’alzarsi per essere a scuola alle otto in punto, guai a sgarrare!

Ma non vidi mai il volto di quell’uomo che chissà quale storia personale portava con sé. Eppure, me lo immagino tuttora così: bruno, magro, triste, sui quarant’anni, vestito di abiti consunti, logori: forse rivoltate le giacche…

IL GRANDE MAESTRO

Avevo sei-sette anni. Andavo alla Scuola Elementare “Giosuè Carducci”, al Campo di Marte, in Via Ugo Bassi, strada corta, alberata, vorrei perfino dire idilliaca. Frequentavo quindi la Prima Elementare e tutto, s’intende, era nuovo per me che all’asilo non c’ero stato nemmeno mandato: mia madre s’era rifiutata di mandarmici, e magari aveva fatto anche bene: ero un bambino obbediente, remissivo, a lunghi tratti silenzioso. Credeva che sarei cresciuto comunque bene, e crebbi bene! Al Campo di Marte crebbi bene col figliolo dell’ortolano, col figliolo del posteggiatore, con quello dell’operaio della TETI, e coi virgulti di magistrati e dirigenti d’azienda.

In Prima Elementare il mio maestro si chiamava Luciano Ranzi. Era alto, segaligno, moro. Era assai dolce e comprensivo. Mi pare che da bambino fosse stato in un orfanotrofio, quello – se non mi sbaglio – di Don Facibeni. Della vita aveva insomma visto il volto scuro, ostile: crudo. Lo ricordo con affetto e gratitudine indistruttibili. Ne ricordo la pacatezza, la gentilezza, il garbo. Mai uno strillo, mai! Mai una rampogna. Mai un’insofferenza da parte sua. Ci sapeva piccini; ci sapeva vulnerabili, impressionabili. Volle esserci sempre d’aiuto. Ci fu di grande aiuto.

A me soffiava il naso con un fazzoletto bianco… E con grande attenzione, senza nessuna fretta, me lo soffiava non so quante volte in una settimana o in un mese. Senza mai perder la pazienza, senza mai porre in ridicolo il bambino raffreddato, senza indicare quelli che, invece, non grondavano mai… Incancellabile, eccome, il ricordo del Maestro Luciano Ranzi.

PANNA E CIALDONI

Nell’affollata, pulitissima, luccicante latteria all’angolo fra Via San Gervasio e Via Carnesecchi, con l’arrivo della bella stagione, compravo panna montata e cialdoni: 50 Lire una coppa di panna con due cialdoni. Una squisitezza. La compravano anche miei amici i quali, come me, ne andavano pazzi.

Era bella anche a vedersi! Bianca, con linee rotonde e coi due “tubi” marroni e croccanti che vi affondavano dritti.

Era una delle mie gioie: con la panna montata, sissignori, avevo appuntamenti quotidiani, come del resto li avevo con l’Idrolitina, l’aranciata “Roveta”, il “Chinotto Neri”. Ma la panna era così candida, morbida, saporita! Oggi non m’azzarderei certo a mangiarla: chissà con che cosa è fatta, chissà in che modo viene conservata… Meglio ricordare la panna del 1957, 1958, 1959 e così via.

Gloria quindi alla Panna Antica dei meriggi primaverili al Campo di Marte!

GIORNALINI CHE PASSIONE!

Da ragazzino credo che lessi soltanto il “Cuore”, “Il giornalino di Gian Burrasca” “Sussi e Biribissi”. Libri comunque di un certo contenuto morale e scritti con maestrìa, con una maestrìa oggi forse disimparata… Ora sui giornali (indigesti…) trovo invece parecchi, troppi, gerundi: trovo il gerundio che appesantisce, stufa, irrita, stanca…

Bene: soltanto a partire dai 14 anni mi sarei immerso entusiasta in testi ancor più impegnativi, testi eloquenti e poderosi: “Il ponte”, “La battaglia”, “Pian della Tortilla” e così via. Ma da ragazzino il mio amore, eccome, andava ai giornalini! Andava a “L’Intrepido”, “Il Monello”, “Il grande Blek”, “L’Impavido”, “Za’ la Mort”, “Pecos Bill”, “Oklahoma”. Caldi i colori, impeccabili i disegni, e direi istruttive le trame, istruttivi i dialoghi. Nel tinello di casa, in giardino oppure in campagna, mi lasciavo così trasportare felicemente nei Caraibi, nel Mar dei Sargassi, nel Mar della Sonda, in India, in Africa, sui campi di battaglia della Guerra di Secessione americana!

In tripudio il mio cuore, sotto forti stimoli la mia fantasia, e così nacque in me – anche grazie al Cinema – il desiderio di viaggiare, il desiderio di scoprire città e villaggi, monti e pianure, boschi e selve.

Gli insegnanti di allora i fumetti li bistrattavano: ci dicevano che i testi erano un “oltraggio”, un’”offesa”, un “affronto” all’Italiano! Ma io a quei giornalini opere, invece, di persone di gran cultura e di bella intelligenza, devo molto. Devo moltissimo.

LA NONNA DA RINGRAZIARE

La nonna Piera – la mia nonna paterna, pistoiese DOC, donna con idee granitiche e volontà di ferro – mi portava spesso con lei in centro nel pomeriggio, ma mai prima delle 5 perché secondo lei e altre signore, NON si deve uscire prima delle 5 di pomeriggio! Non starebbe bene!

La nonna Piera mi portava felice e sorridente al cinematografo. Mi portava al “Mignon” (scomparso già negli Anni Sessanta), al “Gambrinus”, all’”Excelsior” e così via. Grazie a lei, fra i sei e i dodici anni, vidi (che la memoria m’assista!) film che non ho dimenticato, film il cui spirito non ho dimenticato. Con lei vidi “Les enfants du Paradis”, “Rashomon”, “I sette samurai”, “L’arpa birmana”, “Nata ieri”, “Caccia al ladro”, “Marcellino pane e vino”, “Mon oncle”, “Il giro del mondo in 80 giorni”, altri ancora.

Con la nonna verso le sei andavo da “Torricelli” (Via Cerretani??), caffè di grande prestigio, arredato con raffinatezza, con cura: quadri di Carrà alle pareti accentuavano il calore del luogo; per tutte le Feste Natalizie, allegri Babbo Natale stazionavano imponenti dinanzi al locale.

“Torricelli” era frequentato da impeccabili signore e signori; da pittori, matematici, scrittori e scrittrici. A bervi nel pomeriggio la cioccolata calda – e vestiti con classe – ci andavano anche due celebri giocatori della “Fiorentina”: Gratton e Julinho, la mezz’ala italiana di bel metodo e l’ala brasiliana tutta estro! L’atmosfera era accogliente, distesa: era aria di classe. Si parlava sottovoce, ma a quei tempi quasi tutti in Italia parlavano sottovoce.

(Anche “Torricelli” è sparito… Che ci sarà al suo posto? Una pizzeria…? Un Burger King…?? Un negoziaccio dove si vendono imitazioni?!)

IO E LA BICICLETTA “VIRGINIA”

Avevo 14 anni e montavo con orgoglio una bicicletta “Virginia”, verde cangiante, sottili i tubolari, ristretto il sellino. Me l’aveva regalata mia mamma, come un mucchio di cose m’aveva regalato e tante altre m’avrebbe donato.

Per la precisione, era il maggio-giugno del 1960: bellissimo il tempo meteorologico, dopo un pessimo aprile!

Nel pomeriggio scorrazzavo che era una bellezza. Pedalavo sciolto ed entusiasta; in salita – ma più per vezzo che per necessità! – mi staccavo dal sellino e allora ancheggiavo come i grandi Bahamontes, Gaul, Massignan: cominciavo a essere un poco vanitoso…

In Via Pacinotti, presso il Ponte al Pino, c’era, ricordo, una friggitoria per me “eccelsa”. Mi ci fermavo dopo aver poggiato contro il muro la bici, ordinavo e inghiottivo beato! Anche tre o quattro ciambelle oppure due o tre bomboloni! Da bere? La Coca-Cola o il Chinotto Neri. Poi ripigliavo la corsa e spaziavo fra il Campo di Marte e le Cure, fra le Cure e i Viali. Rammento che andavo anche a Fiesole: mi piaceva da matti la salita in bicicletta e devo dire che con la bici ci sapevo fare davvero, e specialmente in salita: anche nelle salite come quella del famoso “Regresso” che, forse, a Firenze nessuno chiama più così… Lassù il “tranvai” fatalmente si fermava, pigliava a rinculare, i passeggeri allora scendevano trafelati e si mettevano a pigiare il ‘povero’ veicolo… Ecco: “Regresso”!

Sulla “Virginia” mi sentivo libero, mi sentivo libero come il vento, inarrestabile come il vento. Ero un ragazzo felice.

IL FIGLIO IN “SMOKING”

Era la fine d’anno del 1964. Per la festa da ballo ero stato invitato dai Vanni nella loro magione di Piazza Torino. Avevo diciott’anni, compiuti l’8 maggio. Avevamo cenato, rammento, coi prodotti di “Calderai”. L’aria di festa era tale che la si poteva tagliare col coltello! Arrivò così la sorpresa, la grande sorpresa che solo una madre può ideare: da un armadio a muro, la mamma a un tratto estrasse, felice ed emozionata, camicia, fiocco, giacca, pantaloni. Bianca la camicia, neri giacca, fiocco e pantaloni… Era lo “smoking”! Lo “smoking” che giorni prima – magari in me immedesimata – aveva comprato da “Principe” o da “Zanobetti”, non ricordo. Le misure le conosceva! Le conosceva tutte! Nessun errore, quindi; nessuno.

Lo “smoking” me lo fece indossare dinanzi a sguardi cari, indimenticabili: lucenti. Me lo mise con orgoglio, con fierezza, e mi pare che le scappò perfino una lacrimina… Era fatta così. Era la mamma felice che alla festa di fine anno mandava “come si deve” il figliolo diciottenne, il figliolo bruno, un po’ pallido, snello, dinoccolato. Ci mandava il “bambino cresciuto”… Il rampollo!

Separata nel 1958 da mio papà, col suo compagno – uomo spiritoso, buono, generoso – proprio per questo rinunciò a una solenne cena in casa di amici; rinunciò a ore di divertimento, rinunciò al luccicante Veglione senza certo rammaricarsene o pentirsene – per carità! Ne ricordo in modo nitido gli occhi sfavillanti, gli occhi della mamma, sì, felice; ne rammento il sorriso aperto, radioso; le maniere affettuose, ma affettuose senza certo nessuna smanceria.

Volle vedere il figlio che, verso le 10 di sera, usciva per recarsi in casa Vanni. Il figlio in “smoking” per la prima volta nella sua vita! Era una tappa, era la “grande tappa”. Null’altro contava… Null’altro aveva importanza. Come dimenticare quell’episodio così significativo? Come?!

Non si può.

UNA BUSTA SUL LETTO

Estate 1966. Ero reduce da un autostop con un mio caro amico Firenze-Livorno-Castiglioncello-Vada e ritorno.

Arrivai a Firenze che era l’imbrunire: i miei erano via, al mare o in campagna o sui monti. Sul mio letto trovai una busta bianca e, dentro la busta bianca, una letterina in bella, nervosa calligrafìa, e una banconota da diecimila Lire! La mamma aveva così inteso farmi un altro regalo poco prima di andarsene col suo compagno sulle Alpi o, sennò, da sua cugina a Punta Ala. La mamma aveva scritto, grosso modo: “Divertiti! Hai vent’anni! Mamma”.

Tutto pimpante, ricordo che indossai abiti di lino, attillati, e mocassini che la mamma m’aveva comprato (se ben ricordo…) da “Cresti”, dove ai piccoli clienti all’epoca regalavano palle di gomma a due o tre colori! Sparito anche “Cresti”: ora al suo posto c’è un negozio anonimo, freddo, buio…!

Uscii raggiante… Andai da “Ada”, in Viale Mazzini, vi consumai lieto un lauto pasto dopo le “ristrettezze” dell’autostop; salii allora a Fiesole, e all’Anfiteatro Romano assistei alla proiezione del film “Il coltello nell’acqua”, abbastanza sinistro, anche tetro. Ma lì per lì non ci feci gran caso. Tornai quindi a Firenze, accesi il grammofono, guardai beato le stelle. Dovetti aver ascoltato la Piaf, Gilbert Bècaud, I Beatles.

Andai a nanna.

Fu una delle serate più belle della mia vita!

EPILOGO

Ricordi si raggruppano, s’ammassano, si fanno sempre più chiari e se ne avverte la presenza che “eterna” è. Se ne avverte il “pàlpito” che non rallenta, non cede, non s’affievolisce per nulla. I ricordi ci nutrono… Ci confortano. Ci aiutano. Saremmo così poveri di spirito se non li avessimo o se tentassimo di scacciarli, di relegarli in un angolo gelido e buio.

Quel che vedemmo, quel che sognammo, quel che facemmo, è ancora in noi. Non ci sono compartimenti-stagno! No davvero. Tutto è un divenire, a volte felice, a volte avaro e amaro.

I miei “Ricordi Fiorentini” son quel che io fui e sono la persona la quale ora si presenta. Così come essa è.

“Siam quelli che siamo”!

Toni De Santoli
I miei ricordi Fiorentini

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