Il Carcere delle Stinche, olio di Fabio Borbottoni.

Le carceri sono parte integrante di una città, il luogo dove coloro che danneggiano volontariamente gli altri scontano le proprie pene. Oggi finire in carcere è molto difficile, delinquere è quasi più conveniente che cercare di essere una brava persona, ma un tempo i per i malandrini era facile varcare la soglia della prigione.

A Firenze sono state molte le prigioni famose, in questo articolo abbiamo raccontato della Torre della Pagliazza e avremo occasione di rammentare altre carceri come Le Murate o le Burelle o ancora il famoso “alberghetto”; oggi parliamo del Carcere delle Stinche.

Il 7 novembre del 1299 cominciarono i lavori, esattamente dopo due anni dal momento che il Consiglio dei Cento stanziò del denaro per la costruzione del nuovo carcere nel comune di Firenze. Lo scopo di questa costruzione penitenziaria era quella di concentrare in un unico luogo tutti i prigionieri e rendere quindi più agevole il loro controllo da parte dei carcerieri; infatti sino a quel momento i vari carcerati erano distribuiti in vari luoghi di detenzione presenti su tutto il territorio fiorentino. Questo progetto e poi la sua realizzazione sono forse il primo esempio in Italia e nell’intera Europa della costruzione di un edificio nato esattamente per uno scopo carcerario, fino a quel momento erano sempre stati riadattati edifici preesistenti al nuovo scopo loro designato.

Pianta del Buonsignori dettaglio carcere delle Stinche.

L’area scelta per la costruzione fu localizzata nella parte della città detta al Tempio nell’area di San Simone, su dei terreni appartenuti alla famiglia ghibellina degli Uberti, terreni sequestrati nel 1268 con la presa del potere dei Guelfi. L’Uccelli nella sua lezione recitata a pag. 8 riporta una provvisione della signoria del 30 giugno 1318 in cui si ordina di terminare il Carcere delle Stinche nell’area indicata come al Tempio. Questa provvisione fa pensare che il carcere non fu certo terminato in due anni come si crede, ma in molto più tempo, almeno 18-19 anni anche se era già parzialmente funzionante nel 1304, anno in cui assume il nome “delle Stinche”. Questo nome deriva infatti da un attacco da parte della fazione Nera dei Guelfi al castello della famiglia Cavalcanti in Val di Greve. Castello, appunto, chiamato delle Stinche forse a causa della sua posizione su una cresta rocciosa. I prigionieri fatti durante l’attacco furono tradotti al nuovo carcere e furono quindi i primi “ospiti” e provenendo dal Castello delle Stinche, ed essendo questo episodio riportato da molti scritti e scrittori dell’epoca, tanto valse a conferire il nome “delle Stinche” al nuovo carcere. Un’isola carceraria immensa per l’epoca in pieno centro cittadino.

Il primo e più illustre testimone di questo evento fu il Villani (fra l’altro anche lui carcerato alle Stinche in futuro) che scrive: “Nel detto anno (1304) e mese d’agosto, essendo la città di Firenze retta per le XII podestadi, ordinarono oste per perseguitare i Bianchi e’ Ghibellini, i quali aveano rubellate più fortezze e castella nel contado di Firenze, e intra gli altri era rubellato il castello delle Stinche in Valdigrieve a petizione de’ Cavalcanti, al quale andò la detta oste, e puoservi l’assedio, e combatterlo, e per patti s’arrendero pregioni, e ‘l castello fu disfatto, e’ pregioni ne furono menati in Firenze, e messi nella nuova pregione fatta per lo Comune su ‘l terreno degli Uberti di costa a San Simone; e per lo nome di que’ pregioni venuti dalle Stinche, che furono i primi che vi furono messi, la detta pregione ebbe nome le Stinche.”

Pianta delle Stinche (tesi di Michele Scasso)

Il progetto del carcere era di forma trapezoidale con un muro che lo circondava per intero, due soli ingressi, uno pedonale e uno sufficiente per il passaggio di un carretto entrambi su via Ghibellina. L’interno era diviso in spazi atti alla detenzione e altri deputati alle funzioni conseguenti. Agli alloggi delle guardie, agli uffici, alla torre di guardia si accedeva mediante il primo ingresso, mentre attraverso il secondo si poteva accedere ad un magazzino. Sul cortile interno si affacciavano le celle dei detenuti ed era presente un piccola cappella. Il muro perimetrale aveva un camminamento usato dalle guardie per la sorveglianza della struttura. Sul lato sud erano addossati alle alte mura dei lavatoi pubblici di proprietà dell’Arte della Lana costruiti attorno al 1428 e che conferiscono oggi il nome a via dei Lavatoi.

Per la prima volta il personale del carcere era organizzato e stipendiato, i “sovraintendenti” organizzavano e vigilavano sulle guardie, sui pinzoccheri (frati laici penitenti), sul ciambellano, sullo scrivano, sul cappellano (proveniente dalla chiesa di San Simone), su l’acquaiolo, sul medico e sui “bononimi” che si avvicendavano per rendere meno dure le condizioni dei condannati. Famosi per le Stinche furono i Bononimi di San Martino e i Bononimi della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio.

Stemma della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio

Il ruolo dei Bononimi era fondamentale dato che le carceri erano un luogo di vita durissimo e solo chi aveva dei denari poteva renderle meno dure, tutti gli altri soffrivano privazioni e malattie. In questo i Bononimi agivano, si occupavano di amministrare le donazioni e i lasciti che provenivano dai fiorentini di buon cuore e usavano il denaro per migliorare il vitto e per le cure mediche dei prigionieri. In particolare i Bononimi della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio suscitarono l’ammirazione dei fiorentini facendo loro assumere nel tempo molta autorità, addirittura gli fu concesso di scegliere fra i detenuti per debito persone che potevano essere rilasciate, liberare dalla prigionia, con la promessa di vigilare se i debiti contratti dai rei fossero correttamente ripagati, assumendo quindi un ruolo di garanti. Nel 1428 la Repubblica Fiorentina autorizzò la Compagnia ad assumere del personale che i Buonomini delle Stinche potevano impiegare presso le carceri e migliorare quindi la loro opera pia; furono assunti un medico, un cappellano, un custode ed un barbiere. Questa opera meritoria, svolta con solerzia e abnegazione rese la Compagnia talmente benvoluta dalla gente da indurre la Repubblica ad emettere delle sovvenzioni pubbliche pari a 112 fiorini d’oro all’anno che si integravano alle donazioni ed ai lasciti dei fiorentini.

L’organizzazione ben strutturata fece si che in appena 50 anni la prigione era già frazionata secondo le necessità, si contavano sette sezioni, la prigione vecchia, la prigione nuova, un reparto donne, un reparto per i Magnati, il malevato superiore, il malevato inferiore, l’infermeria e un reparto separato per i malati mentali. Nel malevato superiore si tenevano le sedute settimanali del tribunale dell’esecutore degli Ordinamenti di giustizia, che giudicava e puniva i reati commessi all’interno del carcere, dal gioco d’azzardo alla sodomia.

Fra i prigionieri più illustri che hanno “soggiornato” alle Stinche ricordiamo lo stesso storico Giovanni Villani, il pittore Cennino Cennini, Giovanni Cavalcanti, Niccolò Machiavelli, Roberto Acciaioli, Pietro Vespucci e tanti altri, spesso imprigionati per debiti o fallimenti.

Litografia del teatro Verdi.

Il ruolo di questo carcere cessò circa nel 1800 quando fu deciso di trasferire la struttura carceraria nel monastero delle Murate. L’intero edificio che occupava tutto un isolato fu venduto da Leopoldo II a dei privati nel 1833. I privati demolirono la struttura edificando abitazioni private, botteghe e una sala per la Società Filarmonica Fiorentina, sala che più tardi diventò teatro di Pagliano e poi nel 1901 teatro Verdi.

Tabernacolo delle Stinche

Oggi l’isolato è circondato da strade che ricordano l’antica disposizione, come via Isola delle Stinche, via dei Lavatoi ed all’incrocio fra via Isola delle Stinche e via Ghibellina, al Canto delle Stinche, è ancora presente il tabernacolo dipinto nel 1616 da Giovanni da San Giovanni. Al suo interno vi è rappresentato Gesù Cristo che benedice gli elemosinieri che soccorrono i carcerati. Subito sulla sinistra un cartiglio in cui si legge (molto male) un motto latino “Oportet misereri“, cioè “opportuno commiserare” riferito proprio agli infelici all’interno delle Stinche.

Jacopo Cioni
Carcere delle Stinche un carcere nel centro di Firenze.
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