Tra i libri che subirono la devastante inondazione di Firenze vi era anche il “De Germania” di Tacito che, oltre ad avere un’importanza storica antica, ha  un legame con quella più recente… la Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1426, nel monastero tedesco di Herstfeld, Francesco Filelfo trovo’ il “Codex Aesinas”, il quale conteneva tre opere minori di Tacito: l’ “Agricola”, il “Dialogus de oratoribus” e il “De Germania“. Quest’ultimo si perse nel Medioevo, per poi essere ritrovato e riportato in Italia da Nicolò V, in Vaticano. Perduto nuovamente, alla fine fu ritrovato nella biblioteca dei Baldeschi Balleani, una nobile famiglia di Jesi vicino ad Ancona.

Nel 1938 Himmler cercava avidamente questo manoscritto. Himmler, un semplice allevatore di galline, era figlio di un professore di lettere classiche. Grazie al padre rimase folgorato a 24 anni dalla lettura di questo testo, colpito  dall’immagine della grandezza e della nobiltà dei suoi antenati descritti da Tacito.

Il tutto è riportato sul suo diario nel 1924, dove annotava “…che così ancora alcuni di noi dovrebbero essere…”

Nel 1929 il conte Baellani aveva tentato di vendere il testo a Londra, ma la vendita presso la Sotesby venne bloccata, a causa delle leggi sull’esportazione, dal console italiano. Sequestrato, il libro fu portato a Firenze e conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana.

Solo nel 1933, dimostrata la sua buona fede, il conte riuscì a rientrarne in possesso, impegnandosi a conservare il libro e a non venderlo. Himmler tentò di appropriarsene, ma non riuscì ad ottenerlo dal conte Aurelio. Anche a  Benito Mussolini fu impedito di donare il manoscritto al governo tedesco.

Durante le olimpiadi a Berlino del 1936 Hitler gli chiese allora di “restituirlo”, visto che originariamente era appartenuto al monastero di Hersfeld, ma ancora nulla. Due anni dopo, durante la visita di Hitler in Italia, la richiesta caduta nel nulla venne rinnovata. La cosa stava per causare un vero e proprio incidente diplomatico tra le due nazioni.

La situazione peraltro sottolinea quanta reticenza e opposizione vi fosse nei confronti dei tedeschi da parte di alcuni gerarchi italiani, tra cui Bottai, Grandi, Ciano e Balbo. Per evitare questa catastrofe diplomatica fu solo permesso all’inviato di Himmer (il latinista Rudolf Till) di esaminare il codice. L’acquisto del tomo fu però impedito dal ministro dell’ Educazione Nazionale Giuseppe Bottai.

Mirabile fu la tesi dei due professori incaricati da Bottai, Alfonso Gallo e Domenico Fava, due bibliografi, che dimostrarono contro ogni evidenza che la grafia avesse origine italiana risalente al IX secolo, quindi sfatandone falsamente l’origine tedesca.

Inoltre aggiunsero che il libro fosse gelosamente custodito dal Balleani, il quale concedeva la visione a studiosi  di ogni provenienza, (altra menzogna) e che tale “cimelio sacro” alla tradizione romana era stato grazie al fascismo e al duce consacrato ed esaltato, ed era quindi prestigio dell’italia che non poteva separarsene.

Nel 1943, durante l’occupazione, le ricerche dei nazisti si fecero più pressanti e più volte la Villa in contrada Fontedamo del Conte Belleani, sulla strada che da Jesi ad Ancona, fu perquisita nella speranza di trovare il testo.

La villa intanto era stata abbandonata, i Balleani si erano rifugiati ad Osimo ben nascosti in cunicoli e cantine sia per paura dei bombardamenti sia per la paura di essere rintracciati dalle SS. Furono cercati dai tedeschi, che non riuscirono a trovarli.

Il testo però era proprio sotto i loro occhi, in quella villa abbandonata era stato nascosto in un baule in una stanza la cui porta era coperta da un armadio e da una finestra finta. Quelle pagine che esaltavano gli avi germanici sottolineandone la lealtà, la morale, il coraggio, ma anche la pigrizia, la dedizione al gioco e alla birra. Questi ultimi “pregi” però vennero occultati dai nazisti.

Altri passi dell’opera furono essenziali per la propaganda oltremanica del 1800, poi ripresi dal nazismo, tra cui la purezza del sangue, l’uniformità fisica, l’attaccamento alla terra. Tacito però non scrive un panegirico per queste genti, ma anzi ne sottolinea soprattutto i difetti, i vizi, e ne dichiara il suo disprezzo, ma i nazisti ne facevano un vanto propagandistico e glorificavano così i loro avi germanici sottolineandone invece solo i pregi. Lo stesso Till se ne era accorto,ma non poteva deludere Himmler e sorvolò.

Alla fine del conflitto il codice fu messo in una cassetta di sicurezza nel banco di Sicilia a Firenze, ma nel 1966 fu danneggiato dalla famosa alluvione. Fu poi restaurato nell’abbazia di Grottaferrata, vicino Roma, e poi donato dai parenti dell’ormai defunto conte allo stato italiano. Dal 1994 è a Roma nella biblioteca centrale.

Continua la mia ricerca tra cose che accomunano Roma e Firenze.

Riccardo Massaro
Roma, Firenze e il libro di Tacito

3 pensieri su “Roma, Firenze e il libro di Tacito

  • 18 Gennaio 2020 alle 15:40
    Permalink

    Il frontespizio che si vede nella foto sembra una stampa, non un manoscritto.

    Rispondi
  • 18 Gennaio 2020 alle 15:14
    Permalink

    Davvero interessante,la storia di questa Opera di Tacito; fortunatamente potuta essere restaurata dopo il danneggiamento subito nell’alluvione del 1966.

    Rispondi

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